domenica 17 giugno 2018

UNA TARGA DI CARTONE VICINO VIA LICINIO CALVO- ENIGMA ?

( a cura di: sedicIDImarzo )


Just food for brain.

Una targa di cartone su un furgone bianco in via Anneo Lucano semina il panico il 18 marzo 1978. A due giorni di distanza dal sequestro Moro e a poche ore dal ritrovamento della seconda auto dei BR nella vicina via Licinio Calvo, qualcuno nota quella strana targa di cartone nero e caratteri bianchi (sovrapposta alla vera targa) e dà l'allarme. Ma leggiamo uno stralcio della relazione di servizio (se vuoi leggerla tutta vai qui):




In buona sostanza la cosa, dopo perquisizione del mezzo e del locale in cui si trovava il proprietario (una radio privata) e suo interrogatorio, si risolve e conclude in giornata. Lo si ritiene evidentemente un episodio di poco momento e non collegato al rapimento di Moro.

L'episodio viene raccontato da molti giornali il giorno dopo e, tra questi, da Paese Sera. Il quale, unico fra i giornali e, si direbbe, anche fra gli investigatori, si interroga su quella strana sigla apposta sulla targa di cartone ( POA 464, mentre sul retro, sulla parte non esposta, riportava KZ 3142) e ne dà un'interpretazione. Vediamo l'articolo pubblicato il 19 marzo in quinta pagina. 




E qui più in dettaglio la parte riguardante la targa falsa.






Dunque per l'articolista di Paese Sera ( solo fra tutti, come detto ) la sigla POA aveva un preciso significato "Pontificia Opera di Assistenza" la quale in precedenza, fino al 1953, si chiamava PCA (Pontificia Commissione di Assistenza) chiamandosi poi già dal 1970, come ancor oggi, Caritas.

Si potrebbe quindi obiettare che l'articolista si sia (o sia stato) ingannato e che la sigla POA si riferisse ad un paese straniero ma in realtà questa sigla non esiste in quanto sigla automobilistica (la sigla KZ non esposta avrebbe avuto invece dei riferimenti a targhe straniere). 

Come possiamo vedere dal sito 

https://www.panorama-auto.it/info-utili/area-servizio/sigle-automobilistiche-internazionali

di cui di seguito evidenziamo uno stralcio riguardante la lettera "P".





D'altro canto facendo una ricerca su tutti i possibili significati di POA il risultato è questo:




dove ancora l'interpretazione fornita dal giornalista di Paese Sera appare ancora la più plausibile.

Se mettiamo da parte l'ipotesi, di uno scherzo ( immaginate plausibile che qualcuno in quei giorni e in quella zona si sia esposto al rischio di mettere una targa di cartone per gioco? )  sorge spontanea l'osservazione della singolarità di una targa falsa facente riferimento ad un ente ecclesiastico che aveva cambiato denominazione da un pezzo e per di più inesistente come sigla automobilistica.

Senza dilungarci sulla storia e sulla natura della “Pontificia Opera Assistenza”, ampiamente rinvenibili in rete nelle fonti di libera consultazione e alle quali facciamo rinvio, diremo qui in sommaria sintesi che in effetti era uno degli Enti del Vaticano che aveva istituzionalmente in gestione o in proprietà numerosi beni- specie immobili- di quello Stato.

Del POA si troverà traccia anche negli atti del processo di piazza Fontana a Catanzaro (1981). In una lunga lettera di Giannettini a Maletti, il primo, tra l'altro, gli rivela di essere a conoscenza che Ventura aveva un sostanzioso dossier su tale ente (qui gli atti).



In precedenza, in un articolo dell'Espresso del settembre '76 dal titolo "Andreotti e i suoi picciotti" invece, si era dato conto dell'amicizia del Divo Giulio con Monsignor Baldelli, dominus all'epoca della Pontificia Opera di Assistenza.





Da notare come a distanza di anni (come visto sopra, ancora nel 1981) resisteva nell'uso la vecchia denominazione di Pontificia Opera di Assistenza o POA.

Appare risultare che questo Ente sia stato anche proprietario o comunque abbia avuto nella sua disponibilità (secondo le norme di quello Stato) anche delle vaste aree in Marina di Palidoro e soprastanti edifici, adiacenti tra gli altri al Mar Tirreno, all'ex proprietà Odescalchi in Palo Laziale (di alcune centinaia di metri più a sud), e ad una limitrofa tal “fattoria Cupino” o “Centro Cupino”, sita nel primissimo entroterra della costa in quella zona.

Viene  quindi alla mente, al di là della versione ufficiale che colloca nel covo di Via Montalcini la presunta prigione di Moro nei 55 giorni del sequestro,tutta una nota pubblicistica anche molto analitica che da ormai 40 anni dubita fortemente di questo assioma processuale, ipotizzando che la prigione di Moro possa essere stata sul litorale tirrenico a nord di Roma, nella zona Fregene – Focene - Cerveteri- Marina di Palidoro, argomentando in base alle risultanze della perizia tecnico legale  nel corso della quale vennero rinvenute sugli indumenti di Moro tracce consistenti di sabbia ascrivibile a quel tratto del litorale laziale.

L'eventualità di una prigione diversa dell'On. Moro posta sul litorale laziale è tratteggiata  in due note pubblicazioni apparse negli ultimi anni, che hanno fatto entrambe riferimento all'ex villa del miliardario americano Paul Getty- già magione della famiglia nobiliare romana degli Odescalchi-  in località Palo Laziale-Lido di Palidoro, oggi rinomato resort denominato “La posta vecchia” (cfr: “La zona franca”, di Alessandro Forlani, ed. Castelvecchi, 2013, il quale riportando l'ipotesi cita una precedente inchiesta in tal senso di Paolo Cucchiarelli poi ripresa da quest'ultimo autore stesso in “Morte di un Presidente”, Ed. Ponte alle Grazie, prima edizione 2016).
Evitiamo poi di soffermarci anche sulle  testimonianze concernenti l'avvistamento di una Renault 4 a Fregene, perfino nella stessa mattina del 9 maggio (si veda ad esempio quella del signor Sergio Massa, che parlò già il 10 maggio 1978 di una Renault 4 rossa, vista il giorno prima all'inizio di una spiaggia di Fregene vicino a due stabilimenti balneari dei militari; CM-1, Vol. 32, pagg. 19 e segg.).

E taciamo pure sulle numerosissime battute effettuate in quelle zone dalle Forze dell'Ordine durante i 55 giorni (in particolare dalla Guardia di Finanza ,come si rileva nei volumi della prima Commissione Moro ) a seguito di segnalazioni ricevute da fonti confidenziali e non come nel caso richiamato nel nostro articolo "La misteriosa bionda di Fregene".

Ci piace invece rimandarvi ad un articolo di un Blog (che per la verità merita di essere letto tutto ) dove l'autore (Rosas Reed) facendo una serie di considerazioni ed analisi giunge ad identificare una potenziale prigione proprio  in un'area dove oggi sorge il Bambin Gesù, terreno appunto di proprietà del POA. 

Con quest'autore ci siamo poi incontrati (virtualmente) ma posteriormente sia alla nostra "scoperta" dell'articolo di Paese Sera, sia alla sua pubblicazione del suo articolo del Blog di cui sopra (Storie da non dimenticare). 
Per dire, insomma, che non c'è stata alcuna influenza reciproca.

L'articolo in questione affronta anche altre tematiche. La parte che qui interessa  è la seconda  e inizia in ottava pagina ( "2. La prigione di Moro").

Qui potete accedere all'articolo in questione oltretutto ricco di documentazione:

http://storiedanondimenticare.blogspot.com/2016/12/strage-di-via-fanidubbi-e.html

Buona lettura.

P.S. Con Rosas Reed abbiamo poi iniziato una collaborazione e probabilmente a breve pubblicheremo insieme qualcosa di piuttosto "intrigante".   
Stay tuned.

lunedì 11 giugno 2018

MEMORIALE MORUCCI E ALTRO

sedicIDImarzo  (grazie a Nicola Ventura )


Un documento di 280 pagine che in realtà contiene anche molto altro.





Potete leggerlo e scaricarlo qui

In particolare segnaliamo:

Le dichiarazioni di Morucci pagg.     7-112

Le dichiarazioni di Faranda pagg. 113-151

Memoria processuale Morucci-Faranda pagg.  201-212

lunedì 7 maggio 2018

BREVE CRITICA ALLA POSIZIONE DELL'ON. LAVAGNO, IN ORDINE ALLA RELAZIONE DELLA "SCIENTIFICA" DEL 2015, APPARSA NEL LIBRO "MORO-L'INCHIESTA SENZA FINALE" (coautore: Vladimiro Satta)

(A cura di : Andrea Guidi )

Come anticipato sul gruppo faceboook del "sedicidimarzo", ecco alcune note in merito alla parte redatta dall'On. Fabio Lavagno - membro della seconda Commissione Moro che ha appena terminato i propri lavori- del libro appena edito "Moro- L'inchiesta senza finale", "Edup" dizioni, collana " Studi e Saggi", scritto congiuntamente- ma appunto in due parti distinte- con Vladimiro Satta (che credo non abbia bisogno di presentazioni).
Premetto subito che le note che seguono non vogliono in alcun modo rappresentare una nota polemica nei confronti dell'Autore, ma semmai auspicabilmente sollecitare un dialogo, con replica da parte sua che sarebbe ben gradita, Autore al quale spero pertanto sin d'ora che in qualche modo esse possano giungere.
Mi riservo, tempo ed energie permettendo, di dedicare analogo commento alla parte scritta da Vladimiro Satta (vertente su una interpretazione riduttivistica dell'importanza del "memoriale Morucci" nell'ambito della consacrazione della verità ufficiale sulla vicenda, importanza fatta invece propria dalla Commissione parlamentare).
In sintesi, l'On. Lavagno critica le conclusioni raggiunte nelle tre relazioni prodotte dal 2015 in poi dalla Commissione di cui egli stesso è stato membro, assumendo che in realtà non sussista in pratica alcun elemento nuovo per discostarsi dalla versione ufficiale dei fatti fino ad oggi nota, e in particolare sull'agguato di via Fani. Devo dire subito, ciò in coerenza con il voto contrario (l'unico voto contrario) da egli espresso in sede di approvazione della relazione conclusiva a fine 2017.
Tra i veri elementi da lui considerati, quello che - al netto di possibili erronee interpretazioni del sottoscritto: ma in tutta onestà, non mi pare- assume un ruolo centrale è la completa sottovalutazione, a suo dire, da parte della Commissione, della relazione tecnica eseguita dalla Polizia di Scientifica di Roma ed illustrata nella famosa audizione del 10 giugno 2015 (nel volume in commento, ritengo per banale errore materiale, indicato come 19 giugno). Audizione che, a detta dell'On. Lavagno rivestirebbe

sabato 28 aprile 2018

VIA DELLA CAMILLUCCIA 551 - Un indirizzo ricorrente


Aggiornamento del 29 aprile 2018


Un famoso disegno di Morucci 
Avevamo concluso il nostro articoletto con l'auspicio che chi fosse stato in possesso di altri documenti connessi all'argomento volesse fornirceli.
Ebbene già oggi Gianremo Armeni ( autore di "QUESTI FANTASMI...del caso Moro" ) ci ha cortesemente inviato delle foto - da lui tratte direttamente dai fascicoli processuali - delle quali  alcune relative proprio agli appunti di Viale Giulio Cesare. Lo ringraziamo infinitamente e le pubblichiamo con gran piacere in appendice in fondo all'articolo. Tra l'altro una di queste foto è proprio quella dell'appunto su via della Camilluccia 551.



( a cura di: Franco Martines )

Introduzione


Nel mare magnum delle pagine sul caso Moro (il calcolo, probabilmente
approssimato per difetto, è superiore al milione) ci è capitato più di una volta, facendo una ricerca con una parola chiave nel nostro data base, di imbatterci in documenti e circostanze inattesi e del tutto slegati dal contesto da cui era partita la ricerca. 
Slegati ma talvolta interessanti e sorprendenti come nel caso della ricerca con parola chiave "tamponamento della 130", effettuata con la mira di trovare ogni descrizione in merito nella dinamica in via Fani, e che ci portò a scoprire anche i documenti che raccontavano  un pressoché identico tamponamento che era avvenuto pure il 15 marzo, il giorno prima della strage. Con a cascata le dichiarazioni, affette in verità da un po' di amnesia, dell'altro autista della scorta di Moro. Vedi in proposito il nostro precedente articolo qui.

domenica 15 aprile 2018

LA BIONDA MISTERIOSA DI FREGENE


(a cura di : Andrea Guidi)

Cominciamo questo articolo in un certo senso dalla fine, ovvero dall'identikit che segue:


L'identikit raffigura, secondo la ricostruzione dei due testimoni protagonisti del fatto che tra breve esporremo, una delle persone da costoro viste sotterrare opuscoli delle BR nella zona del canale di Focene, a ridosso di Fregene, alla fine di marzo 1978, in pieno sequestro (tutti gli identikit rinvenuti nei volumi della prima Commissione parlamentare di inchiesta  sono disponibili su questo blog qui http://www.sedicidimarzo.org/2017/12/lalbum-di-identikit-e-foto-segnaletiche.html).
Chi fosse questa giovane donna (stando alla didascalia in calce, come si legge, di altezza mt. 1,60, corporatura regolare, viso roseo paffuto, capelli biondi chiari lunghi, occhi chiari, sopracciglia a punta, appena accennate, labbra carnose), non è mai stato appurato.
Di sicuro, la raffigurazione  - per certi versi quasi "ritrattistica"-  fatta dall'autore dell'identikit, non restituisce l'immagine di una delle brigatiste o fiancheggiatrici conosciute.
Forse una straniera, come potrebbe desumersi dall'iniziale della targa dell'auto , a quanto pare di paese estero, che uno dei due testimoni pare sia riuscito a scorgere? Non lo sappiamo; potrebbe anche essere, ma come vedremo c'è più di un motivo oggettivo per dubitarne.
Né d'altronde è mai stato appurato chi fossero le altre tre persone viste dai due testimoni assieme a lei, per la precisione  un'altra donna e due uomini, di uno dei quali venne parimenti redatto l'identikit che segue (entrambi gli identikit sono tratti dal Vol. 125, pagg. 810-811 del pdf, della prima Commissione parlamentare di inchiesta su Moro, di seguito CM-1):