domenica 5 luglio 2026

DOVE ANDO' ALVARO LOIACONO DOPO L'AZIONE IN VIA FANI?

ALCUNI SPUNTI DALL’INCHIESTA- ARCHIVIATA- A CARICO DI PAOLO PERSICHETTI  E DAI SUOI SAGGI.

DUBBI SULLO “SGANCIAMENTO” DA VIA FANI DI ALVARO LOIACONO.

IL TRASBORDO DI MORO E’ DA RICOSTRUIRE? 

 

I) INTRODUZIONE.

Con questo studio intendo analizzare gli spunti ricavabili dall’inchiesta a carico di Paolo Persichetti


(rinvio per brevità a queste note in fonte aperta: https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Persichetti) in ordine alle prime fasi dello sganciamento del commando protagonista della strage di Via Fani e del sequestro di Aldo Moro.

L’inchiesta, emersa ufficialmente nell’estate del 2021 dopo anni di controlli – a quanto pare, in corso fin dal 2015- sui suoi rapporti, in particolare epistolari (cioè, in termini a noi contemporanei, essenzialmente dei suoi scambi mail con ex protagonisti della vicenda Moro, segnatamente Alvaro Loiacono e Alessio Casimirri) è stata infine definitivamente archiviata dalla magistratura.

Per la genesi ed analisi di questa inchiesta, nel corso della quale gli venne sequestrato tutto il suo archivio personale, analisi che riflette ovviamente – e direi comprensibilmente- il punto di vista dello studioso,  attualmente, in mancanza della disponibilità dei documenti/fonte acquisiti dagli inquirenti e posti a base dell’indagine a suo carico, rinvio necessariamente ai suoi stessi scritti (che citerò ampiamente nel corso di questo testo), ed in particolare alla serie di articoli da lui pubblicati sul suo blog www.insorgenze.net a cavallo dell’inchiesta, in particolare a quello che mi consta essere il primo della serie, pubblicato su quel blog il 12 giugno 2021: https://insorgenze.net/2021/06/12/se-fare-storia-e-un-reato/

Paolo Persichetti ha poi peraltro riportato una congrua parte di quegli articoli(che con il trascorrere dei mesi e gli sviluppi assunti dalla sua personale, nuova vicenda, si sono poi arricchiti tanto di alcuni – sommari, ma utili – stralci delle “memorie” prodotte a supporto dell’inchiesta dalla Polizia di Prevenzione, che dei testi di alcune sue memorie difensive) nella parte introduttiva (pagg. 11-51) del volume da lui pubblicato nel 2022 con il titolo (mutuato da uno degli articoli precedentemente pubblicati sul blog) “ La polizia della storia- la fabbrica elle fake news nell’affaire Moro” (ed. DeriveApprodi 2022).

L’inchiesta a suo carico, sfociata in alcune imputazioni – mutate nel prosieguo da parte dell’autorità giudiziaria- per divulgazione di documenti riservati, favoreggiamento e finanche ai sensi dell’art. 270-bis, Codice Penale (associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico) come detto, è stata infine definitamente archiviata.

Mi auguro vivamente, per il rispetto dovuto tanto alla vicenda che ha visto protagonista passivo Paolo Persichetti che al grado di attenzione dei lettori, di avere fin qui in tal modo sintetizzato sufficientemente bene la questione.

Ciò detto, il punto è che gli stessi scritti del protagonista- suo malgrado- di quell’indagine, ai quali ho fatto poc’anzi un primo generale riferimento,  contengono oggettivi spunti di assoluto interesse per i riflessi sulla ricostruzione delle prime fasi della fuga del commando che il 16 marzo compì la strage di Via Fani ed il sequestro di Aldo Moro, ed in particolare, da quanto si deduce testualmente - come esporrò – per quanto concerne Alvaro Loiacono (ormai Loiacono Baragiola, avendo costui da decenni assunto la cittadinanza svizzera ed il cognome materno).

Da quegli scritti di Persichetti, ho tentato – ripeto: in mancanza, ad oggi, delle carte ufficiali dell’inchiesta – di estrapolare ed analizzare tutti gli elementi utili che Persichetti stesso ha fornito, e così come egli li ha forniti, riguardanti i primi minuti del 16 marzo 1978 dopo la strage e la fuga del commando.

Quindi, per quanto a questo punto spero sia perfino superfluo ribadirlo, in questo saggio ho assunto la vicenda che ha riguardato Paolo Persichetti unicamente come un contenitore di riferimento per possibili informazioni nuove concernenti il 16 marzo 1978.

E di queste informazioni, insomma, mi interessa (e mi limiterò a) trattare; dando per scontato, per il resto - lo evidenzio di nuovo - che, nel merito di quella inchiesta aperta a carico di Paolo Persichetti, abbia fatto sicuramente e definitivamente il proprio dovere l’autorità giudiziaria competente, escludendo in radice qualsiasi profilo penale dei fatti rilevati in sede di indagine.

Restano però, ed è l’unica cosa che in questa sede mi interessa, i riferimenti rilevanti sulla ricostruzione, sotto il profilo storico, degli eventi del 16 marzo 1978, derivati, per quanto possibile a questo stadio della conoscenza, da quell’inchiesta; informazioni e riferimenti che, come detto, lo stesso Persichetti in parte ci riferisce.

Per comprendere appieno la possibile portata di queste nuove informazioni, è però necessario muovere i passi dalla prima, storica, nota, versione “ufficiale” di quanto accaduto il 16 marzo 1978.

PRIMA PARTE.

LA VERSIONE DEL “MEMORIALE MORUCCI” DELLA FUGA DA VIA FANI: SPECIFICAMENTE, LA 128 BIANCA E VIA CALVO.

Quella che segue è la versione del dissociato Valerio Morucci, stratificatasi nel corso dei decenni trascorsi dalla strage di Via Fani ed assurta di fatto a “canovaccio” della versione ufficiale sul sequestro di Aldo Moro, con particolare riferimento, ai fini di questo studio, allo sganciamento degli assalitori da Via Fani, al presunto trasbordo di Moro a Piazza Madonna del Cenacolo, ed al rilascio -immediato, a dire del dissociato e dei successivi esegeti conformatisi alla versione ufficiale di matrice ex brigatista- delle tre principali auto coinvolte nell’azione in Via Licinio Calvo in quello stretto frangente di tempo intorno alle 9.15 del 16 marzo 1978.

Si parla, è noto, della fiat 132 sulla quale sarebbe stato caricato -non senza varie incertezze dei testimoni- Aldo Moro, estratto dalla sua fiat 130 contestualmente alla sparatoria costata la vita ai cinque agenti di scorta, nonché della 128 blu e della 128 bianca, auto sulle quali una parte dei componenti del commando brigatista si sarebbe dileguata, una volta trasbordato l’ostaggio in un furgone, a Piazza Madonna del Cenacolo, lasciando le auto parcheggiate in Via Licinio Calvo e fuggendo a piedi scendendo le scalette che, al termine di questa via sull’intersezione con Via Lucilio, conducevano in Via Prisciano, situata proprio lì sotto.

Il testo integrale dal quale estraggo qui gli stralci del così detto “memoriale” del dissociato Morucci è consultabile al seguente link sul blog del gruppo di studio di cui faccio parte (documento fornitoci a suo tempo dal validissimo ricercatore Nicola Ventura, che mi pregio di ringraziare personalmente una volta ancora): https://www.sedicidimarzo.org/search?q=ventura.

Per una ricostruzione sintetica della genesi endoprocessuale – e non solo – del “memoriale” di Valerio Morucci (e Adriana Faranda) rinvio a quanto accennato nel mio articolo disponibile al seguente link: https://www.sedicidimarzo.org/2023/09/il-memoriale-smemorato.html

Una precisazione preliminare, agli effetti di questo scritto, è d’obbligo:

questo scritto ruota attorno al fatto che Alvaro Loiacono, secondo le versioni ufficialmente acquisite, andrebbe collocato sulla Fiat 128 bianca, tra le auto ad oggi identificate come partecipanti all’agguato di via Fani ed allo sganciamento del commando verso via Licinio Calvo.

Il tema che intendo affrontare consente di scomporre il “memoriale Morucci” in parola (d’ora in poi non userò più il virgolettato), al massimo in quattro  parti: a) la dislocazione in Via Fani di uomini e mezzi (in particolare, la 128 bianca e i suoi due occupanti iniziali, cioè Alessio Casimirri e, appunto, Alvaro Loiacono); b) la partenza da Via Fani dopo la sparatoria e il prelievo di Moro; c) il  presunto “raduno” dei componenti del commando e degli automezzi a Piazza Madonna del Cenacolo; d) l’abbandono delle tre auto- lo ricordo: 132 blu, 128 blu e 128 bianca – in Via Licinio Calvo, abbandono che, come già accennato, sarebbe avvenuto nello stesso frangente di tempo, intorno alle 9.15: in questo senso il memoriale Morucci indica un lasso temporale di venti minuti, tra le 9.10 e le 9.30.

A dispetto di questo lasso temporale attestato da Morucci, va comunque rilevata un’ubicazione dei diversi punti di rilascio delle tre auto non coerenti con le identiche, presunte, esigenze di fuga repentina da Via Calvo, essendo stata parcheggiata – come noto- la fiat 132 (auto che, come si è detto, avrebbe in un primo momento caricato Moro in Via Fani) alla fine di via Calvo, più o meno all’altezza del civico 1, cioè nell’immediatezza con l’intersezione con Via Lucilio, e quindi in effettiva prossimità con le scalette che declinavano dal lato immediatamente opposto rispetto all’incrocio tra Via Calvo e la detta Via Lucilio, scelte per la fuga verso la sottostante Via Prisciano; mentre le due 128, bianca e blu, furono ritrovate in due momenti diversi (la bianca, alle 4 di mattina circa del 17 marzo, la blu addirittura nella tarda serata del 19 marzo: https://www.sedicidimarzo.org/2024/01/peccato-che-sia-cosi-buia-o-della.html) parcheggiate quasi affiancate sui due lati di Via Calvo all’altezza dei civici 25 e 27, ovvero a circa 50 metri abbondanti di distanza dalle scalette prescelte per la fuga.

Il nostro articolo, disponibile al link poc’anzi evidenziato, lascia comunque pochi dubbi sul fatto che anche la 128 blu, ancorché ritrovata ufficialmente solo nella serata del 19 marzo, fosse già presente in Via Calvo nel frangente di tempo nel quale- verso le 4 di mattina del giorno 17 – veniva ritrovata la 128 bianca. Non è tuttavia questa la sede per affrontare le questioni poste dalla nostra “intuizione” (genesi e sviluppo) raccontata nell’articolo citato.

Chiusa questa parentesi, che comunque ritenevo opportuna, possiamo giungere ad evidenziare quelle quattro parti del “memoriale” di Morucci che ho individuato prima.

Cercherò, almeno in questo primo frangente, di adottare una metodologia la più schematica possibile.

Vale comunque la pena di ricordare che il memoriale Morucci costituisce a tutti gli effetti un documento ormai munito del crisma del riconoscimento processuale e politico, essendo stato consegnato, ancor prima che alla Magistratura che pure se ne avvalse nel corso dei procedimenti “Moro-ter” e, soprattutto, “Moro-quater”, all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga su iniziativa di quella sorta di levatrice della collaborazione del duo Morucci-Faranda che fu la collaboratrice carceraria suor Teresilla Barillà (nota come “l’angelo delle carceri”), deceduta inopinatamente, si direbbe per un tragico corto circuito nel contatto tra mondo divino e mondo reale, investita da un’auto, nel 2005, mentre guidava un pellegrinaggio al Divin Amore lungo la Via Ardeatina a Roma.

A) La dislocazione degli assalitori in Via Fani: in particolare la 128 bianca, Casimirri e Loiacono.

Si legge, in proposito, nelle parole del dissociato:

“I bierre numeri 2 e 3 (Loiacono e Casimirri) erano a bordo della Fiat 128 bianca (veicolo B), sulla stessa parte di via Fani, poco più avanti delia Fiat 128 targata CD.

L’azione si è sviluppata in questo modo: ….(nda: si omette quanto qui non rilevante)

Dopo il tamponamento della Fiat 128 targata CD da parte della 130 di Moro - a sua volta tamponata dall'alfetta di scorta - si è posta dietro questa, trasversalmente rispetto alla strada, la 128 bianca con i bierre nn. 2 e 3 (Loiacono e Casimirri), che avevano il compito di bloccare il traffico di Via Fani e rispondere entrambi ad eventuali attacchi delle Forze di Polizia.

Altre armi portate dei restanti componenti del commando, ma non usate (cioè che non hanno sparato), erano un fucile automatico cal.30 M1 e la Cz Skorpion 7,65, entrambe rinvenute in viale Giulio Cesare (all’arresto mio e della Faranda) ed in dotazione rispettivamente al n. 3 (Loiacono, che era sulla 128 e copriva la parte superiore di via Fani) che era in via Fani subito dietro l'alfetta della polizia ….”.

B) La partenza da Via Fani terminata la sparatoria.

Così, sul punto, il memoriale di Morucci:

Caricato Moro….la Fiat 132 ha preso via Stresa in direzione di Via Trionfale; i bierre 2 e 3 (Loiacono e Casimirri), risaliti sul 128 bianco …hanno raccolto il bierre 8 (Gallinari) e si sono accodati alla Fiat 132, su cui Moro veniva portato via..”.

Come si vedrà più avanti, il fatto che Morucci dica, del resto del tutto incidentalmente, che Loiacono e Casimirri erano “risaliti” sulla 128 bianca non affronta né risolve in alcun modo un aspetto fondamentale, e cioè chi dei due si pose alla guida del veicolo.

Bisogna considerare infatti che, per ammissione dello stesso dissociato, egli si trovò, per la tensione dell’azione e la intuibile concentrazione nell’azione di sparo contro la fiat 130 di Moro e gli uomini di scorta Ricci e Leonardi, in una sorta di “sospensione” nello spazio e nel tempo, al punto che, al momento della fuga,  rispetto ai piani, egli era in ritardo nel completamento dell’azione, tanto da dover essere richiamato da Gallinari (quest’ultimo già a bordo della 128 bianca),  al punto che la 128 blu  - della quale Morucci, a quanto risulta, avrebbe preso la guida – contrariamente ai programmi non riuscì ad assumere, nella prima fase della fuga, il ruolo di auto battistrada, bensì fu l’ultima auto del convoglio dei fuggitivi a immettersi in Via Stresa verso via Trionfale.

Fatta salva la possibile, generale ed effettiva ricostruzione della composizione degli equipaggi, sono viceversa non decisive le parole di Morucci in ordine ai dettagli sulla posizione ed i movimenti del duo Loiacono-Casimirri, sia durante la sparatoria che al momento di partire con la 128 bianca.

C) Il presunto raduno a Piazza madonna del Cenacolo.

Ometto in questa parte, facendo rinvio a dettagli utili che accennerò di volta in volta in seguito, il racconto organico di Morucci in ordine al percorso e agli spostamenti di equipaggi della 132 e della 128 blu.

Il punto importante, nella versione di Morucci, è che egli sarebbe inizialmente salito a Via Fani sulla 128 blu, fino a Via Massimi, dove – proseguito il tragitto previa rimozione di una catena che ostruiva il passaggio tra Via de Bustis e la stessa Via Massimi, all’altezza della centrale della ACEA -  Morucci sarebbe sceso da quella 128 blu per recarsi a piedi, nella traversa denominata Via Bitossi, a prendere il furgone 850 Fiat lì parcheggiato, che egli condusse al raduno di mezzi e uomini a Piazza Madonna del Cenacolo, furgone sul quale sarebbe trasbordato, per il suo primo trasbordo, Aldo Moro.

A Piazza Madonna del Cenacolo (la 128 bianca fino a quel punto avrebbe avuto ancora il medesimo equipaggio, ovvero Loiacono, Casimirri e Gallinari),  stando a Morucci, Morucci stesso (a quel punto alla guida del furgone 850), gli occupanti della 132 (Moretti e Fiore) e Seghetti (che poco prima aveva recuperato una Dyane in Via Massimi angolo via Bitossi)  si sarebbero radunati per effettuare il trasbordo di Moro (cioè il primo, presunto, trasbordo dell’ostaggio), mentre nel frattempo il 128 bianco con i bierre 2, 3 e 8 (Loiacono, Casimirri e Gallinari) ed il 128 blu con i bierre 4 e 9 (Bonisoli e Balzerani) si sono portati in Via Licinio Calvo, ove hanno abbandonato le auto, allontanandosi a piedi per la scala sottostante , che conduceva a viale delle Medaglie d’Oro- Piazza Belsito”.

Questa descrizione impone di mettere in evidenza un paio di considerazioni.

La prima, sulla quale non è questa la sede per dilungarsi oltremodo, è che emerge con evidenza, nella narrazione del dissociato, uno iato temporale tra la prosecuzione delle auto verso via Calvo, nel senso che le due 128, bianca e blu, si sarebbero dirette verso la loro destinazione finale prima di quanto avrebbe poi fatto la 132. Segnalo questo aspetto per rilevare gli interrogativi che esso pone con riferimento alla tempistica dell’attesa di Raffaele Fiore che sarebbe giunto in seguito con la 132, da parte dei primi fuggitivi giunti con le due 128, nel bar di Piazza delle Medaglie d’Oro dove – si deve dedurre dalla narrata composizione degli equipaggi-  lo stesso Fiore,  Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Loiacono si sarebbero liberati di armi, giubbotti e impermeabili da avieri.

Per quanto tempo, e dove, gli altri nel frattempo pervenuti, avrebbero atteso Raffaele Fiore?

Gallinari invece da Via Calvo si sarebbe “subito allontanato per raggiungere via Montalcini” (ovvero, come noto, il presunto luogo della “prigione” di Moro durante tutto il sequestro).

La seconda considerazione riguarda proprio il ruolo e gli spostamenti di Gallinari. A dispetto della versione di Morucci, infatti, il saggista Paolo Persichetti – citando in senso conforme anche Fiore, “L’ultimo brigatista..”, ed. Rizzoli, 2007, pag. 122- già nel libro “Brigate Rosse-Dalle fabbriche alla campagna di primavera” (ed. DeriveApprodi, 2017, pag. 180), sostiene invece che Gallinari sarebbe salito subito, insieme a Moretti, a Piazza Madonna del Cenacolo, sul furgone 850 che avrebbe trasportato Moro alla Standa del Portuense.

Secondo questa seconda versione, Gallinari non sarebbe quindi mai andato in Via Calvo.

C’è da dire che nel libro intervista del 1993 con le giornaliste Mosca e Rossanda, anche Moretti sostiene di essere stato da solo sul furgone con la cassa contenente Moro, e che quindi Gallinari non era con lui in quello specifico tragitto. Ciò nonostante, Persichetti afferma (nota in calce n. 26, op. cit,, pag. 180) che Moretti abbia volutamente evitato di collocare Gallinari sul furgone per una non meglio precisata finalità di “protezione”, da parte sua, del suo storico sodale. Proteggerlo da che cosa, tuttavia, non è ben chiaro, certamente non in virtù di quella omissione, visto che semmai la protezione di Moretti verso Gallinari si estrinsecò, nell’occasione di quel libro-intervista, dando il via all’individuazione di Germano Maccari come quarto carceriere di Moro e finanche corresponsabile dell’omicidio dell’uomo politico il 9 maggio (cosa che consentì a Gallinari di ottenere la scarcerazione per motivi di salute, in quanto fu derubricata la sua materiale partecipazione all’omicidio dell’ostaggio).

In ogni caso, per restare più aderenti al tema dell’analisi che sto conducendo, come si può ben vedere ad Alvaro Loiacono non viene attribuito alcun particolare ruolo, a Piazza Madonna del Cenacolo: Loiacono è a bordo di quella 128 bianca che, unitamente alla 128 blu, prosegue immediatamente verso via Calvo.

Quello che, come accennato, resta da capire, è se su quella 128 bianca Loiacono abbia avuto la funzione di autista, o di passeggero.

D) Il rilascio delle auto in Via Calvo.

Tutte e tre le auto sono state parcheggiate in via Licinio Calvo la stessa mattina del 16 marzo, nello spazio di tempo di circa venti minuti dopo l’azione di Via Fani (e cioè tra le 9,10 e le 9,30). La 132 è stata parcheggiata da Fiore subito dopo che era stato effettuato il trasbordo di Moro sul furgone 850 in piazza Madonna del Cenacolo”.

Il bierre n. 7 (Fiore) si è quindi posto alla guida della 132 ormai vuota ed è andato in Via Licinio Calvo, seguendo, subito dopo aver lasciato la macchina,  la via di sganciamento già seguita dagli altri, cioè le scalette che portavano in via delle Medaglie d’Oro.

Qui i bierre provenienti dalle altre colonne (cioè Fiore e Bonisoli), si sono liberati in una toilette di un bar di Piazza delle Medaglie d’Oro dei giubbetti antiproiettile, degli impermeabili, cui erano già state tolte in auto le mostrine che erano applicate con automatici, e delle borse con i mitra, consegnando il tutto agli altri della colonna romana lì ripiegati (cioè Balzerani, Casimirri e Loiacono…). (Come poc’anzi anticipato, Gallinari, a dire di Morucci, si sarebbe invece subito allontanato per andare in Via Montalcini).

Nella ricostruzione di Morucci, si esaurisce, dunque, a Piazza delle Medaglie d’Oro la presenza di Alvaro Loiacono sulla scena del sequestro Moro.

Purtroppo, nessuna specifica ulteriore conoscenza di maggior dettaglio emerge, dal memoriale di Morucci, sul così detto “cancelletto superiore” dell’agguato di Via Fani, ovvero proprio sulla 128 bianca con Casimirri e Loiacono che ebbe la funzione di bloccare il lato dell’assalto sul retro delle auto di Moro e della scorta.

SECONDA PARTE.

IL RILASCIO DELLE AUTO IN VIA CALVO: RIFLESSI DELLA QUESTIONE SUL CONTESTO GENERALE.

Nella prima parte ho richiamato sia la versione del dissociato Morucci in ordine al rilascio delle tre auto (Fiat 132, 128 bianca e 128 blu) in Via Calvo, che egli, non a caso con una forbice non certo ristretta,  indica tra le 9.10 e le 9.30 del 16 marzo, sia il nostro articolo nel quale – novità assoluta colta forse non ben colta , se non da alcuni “palati fini” – grazie al gentile aiuto dell’Archivio di Stato di Roma, abbiamo dimostrato che al momento del ritrovamento della 128 bianca alle 4 circa di mattina del 17 marzo, sull’altro lato della strada c’era già anche la 128 blu.

Le modalità e la tempistica dell’abbandono delle auto in Via Calvo individuano, a mio giudizio, una sorta di perimetro che delimita la ricostruzione della fuga da Via Fani e del posizionamento dei partecipanti (individuati tutti, o meno, che siano stati),  che ritengo opportuno descrivere anche in funzione della soluzione dei dubbi riguardanti il ruolo e la collocazione di Alvaro Loiacono specialmente ad agguato terminato, per le possibili implicazioni che da essi potrebbero discendere sulla complessiva versione in merito, quanto meno, al primo al trasbordo di Moro.

La foto che per gentile concessione dell’Archivio di Stato abbiamo pubblicato e fatto oggetto del sopra richiamato nostro articolo di commento, dimostra unicamente che alle ore 4 di mattina circa del 17 marzo anche la 128 blu si trovava in Via Calvo, nella nota posizione alquanto arretrata rispetto al presunto punto di fuga comune dall’incrocio con via Lucilio verso i luoghi sottostanti (Via Prisciano- Piazza Medaglie d’Oro).

Nulla è deducibile sull’ora iniziale a partire dalla quale quelle due 128 sono state parcheggiate in quella via, un budello di poco più di due metri di larghezza, per di più in posizione appaiata: trovare al volo un doppio posteggio appaiato alle 9 di mattina, a Roma, in una strada simile, a dare retta al dissociato, costituirebbe un evento statisticamente meno probabile dell’esistenza di vita aliena nella nostra Galassia.

Volendo attenerci a dati oggettivi più concreti, si dimentica – e purtroppo si è dimenticato, anche in sede inquirente – un dettaglio invece assai interessante: e cioè che la 128 bianca – oggetto dei rilievi del 17 marzo mattina, e cui la foto pubblicata si riferisce  - recava evidenti tracce della recente apposizione, sul lunotto posteriore, di un foglio di giornale atto ad oscurarne la visibilità dall’esterno (CM-1, Vol. 30, pagg. 110-111).

Il verbale degli agenti di Polizia Pinna e Saba (rif. poc’anzi citati), stando al quale costoro ritrovarono l’auto in Via Calvo alle 4,10 circa del 17 marzo, riporta infatti, tra l’altro, che “nel vano bagagli posteriore abbiamo rinvenuto alcuni pezzi di giornale con del nastro adesivo. Tracce dello stesso nastro adesivo sono state notate ai due lati del lunotto posteriore tanto da far presumere che qualcuno con lo stesso giornale abbia voluto coprire il lunotto medesimo”.

Ora, appare intuitivo e lecito domandarsi – qualora quei fogli di giornali non fossero stati apposti (ipotesi assai improbabile) sul lunotto dal proprietario dell’auto prima che egli subisse il furto dell’auto- in quali circostanze di tempo e di luogo,  il commando degli assalitori ebbe materialmente modo di apporre – in un primo momento- e strappare via- in un secondo momento- quei fogli di giornale, i quali evidentemente ebbero la funzione di celare la vista dell’interno dell’auto dal lato posteriore. E soprattutto, per quale ragione, a quali fini, tale escamotage fu eventualmente adottato.

Occorre porre in rilievo che questa “schermatura” fu adottata anche sulla Fiat 132: immagini molto chiare da un documentario andato in onda su SKY TV , del quale abbiamo la disponibilità ma che non possiamo riprodurre per accordi con l’ente titolare dei diritti in quanto a sua volta specificamente autorizzato dall’autorità giudiziaria di Roma allo specifico utilizzo per il documentario citato, ricavate dalle foto della Scientifica scattate in Via Licinio Calvo subito dopo il ritrovamento di quell’auto sul luogo ed accluse al fascicolo processuale, dimostrano senza più margine di dubbio alcuno che anche il lunotto posteriore di quell’auto aveva effettivamente applicate le “famose” tendine, sulle quali non poco si è discusso.

C’è una particolarità che differenzia la situazione tra le due auto.

Il testimone Giorgio Pellegrini (CM-1, vol. 30, pagg.76 e segg., e in particolare pag. 77), abitante in Via Molveno e con terrazzo che affacciava sull’incrocio tra via Fani e Via Stresa, ha attestato la presenza delle tendine sul retro della 132 già durante la partenza dell’auto dal sito dell’agguato.

Viceversa, nessun altro testimone di Via Fani (gli unici disponibili, sul punto) ha mai riferito nulla in merito all’apposizione di quei giornali sul lunotto posteriore sulla 128 bianca.

(Per mero scrupolo di completezza, occorre riportare che il teste Antonio Buttazzo CM. 1, pagg. 78 e segg.- autista del suddetto Pellegrini, e che per un certo periodo inseguì i fuggitivi proprio dietro la 132 appena partita da Via Fani- e dunque senza cesure temporali- non descrisse alcuna tendina posteriore su quell’auto; ciò tuttavia – ipotizzo- potrebbe essere derivato dal fatto che un osservatore posizionato a ridosso dell’auto, come dovrebbe essere stato Buttazzo, potrebbe comunque avere notato le persone all’interno, che egli in effetti descrisse, senza porre attenzione ad un potenziale ostacolo visivo che in realtà non gli aveva impedito di osservare a grandi linee l’occupazione dell’abitacolo dell’auto che lo precedeva.

La cosa che mi pare invece più curiosa, è che Giorgio Pellegrini, il quale rese la sua testimonianza alle 12.45 del 17 marzo 1978, affermò alla fine della sua testimonianza, incidentalmente, che lo stesso Ufficio che lo stava ascoltando- Squadra Mobile- aveva già sentito il suo autista Buttazzo, mentre invece la deposizione di costui, da verbale, iniziò alle 13.20 dello stesso 17 marzo presso lo stesso Ufficio- Squadra Mobile- quindi in realtà dopo la deposizione di Pellegrini. Rinvio la questione ad eventuali approfondimenti successivi).

Occorre quindi porsi una domanda, e tentare due possibili risposte in via ipotetica.

La domanda è: perchè la 132 aveva il lunotto posteriore oscurato sin da subito, e perchè invece la 128 bianca non aveva una cosa del genere (nessuno la notò) in Via Fani, mentre presentava alcuni frammenti di giornale, chiaro indizio di una rimozione “a strappo”, quindi repentina, allorchè venne ritrovata nelle prime ore del 17 marzo?

Le possibili risposte sono sussumibili in due ipotesi principali:

-  a) gli assalitori non sapevano preventivamente, in effetti, dove sarebbe stato conveniente caricare Moro (oppure, il che è lo stesso, lo programmarono ma si prepararono un "piano B") e quindi almeno due auto furono "schermate" sul retro;

-b) Moro fu in effetti caricato in un primo momento  sulla 132 già schermata sul retro, ma in un primo, ignoto ed effettivo trasbordo, egli fu trasferito dalla 132 alla 128, schermata solo in quel frangente con i giornali (oppure, ipotesi subordinata, già schermata alla bisogna, ma senza che i testi di Via Fani se ne siano resi conto, per questioni di posizione relativa, distanza o simili aspetti logistici).

Sul punto del primo prelievo di Moro sul luogo della strage, se non si vuole fare atto di fede assoluta a ciò che potrebbe avere realmente visto il testimone Antonio Buttazzo, - ex agente della Polizia in quel momento ormai in servizio come autista privato dell’Ing. Pellegrini, come detto -  il quale inseguì coraggiosamente con la sua auto aziendale la 132 blu dei fuggitivi (ovvero sia, se non si vuole fare atto di fede circa l’identificazione con Aldo Moro dell’uomo che a detta di Buttazzo si dimenava tra altri due sul sedile posteriore della 132, constatazione che però andrebbe appunto filtrata in base alla riscontrata presenza – lo ripeto: non esiste margine di dubbio in merito- sul lunotto posteriore delle tendine “oscuranti”) , vale la pena ricordare che l’amico Franco Martines ha redatto- ormai da anni- una preziosa tabella dei testimoni di Via Fani specificamente su questo aspetto, dalla quale emerge che, almeno per chi non voglia appunto adagiarsi sulla  versione ormai quasi dogmatica che vuole Moro caricato sulla 132, una buona parte dei testimoni di Via Fani dichiarò che Moro fu tratto a bordo della 128 bianca: https://www.sedicidimarzo.org/2017/10/una-tabella-riordinabile-piacere-su.html

Come che sia, resta il fatto che quella 128 bianca reca un elemento, e cioè l’evidente apposizione di alcuni fogli di giornale sul vetro posteriore, poi repentinamente strappati via, che conduce necessariamente a dover ipotizzare che vi fu un momento di relativa tranquillità nel quale, lontano da occhi indiscreti, il suo equipaggio ebbe il tempo ed il modo prima di apporre e poi strappare via, oppure, nella più riduttiva delle ipotesi, anche solo strappare via, quei fogli di giornale poi ritrovati nel bagagliaio dell’auto.

Si tratta di un dato che pone seriamente in dubbio la versione ufficiale, cioè essenzialmente quella del dissociato, ribadita nella memorialistica ex brigatista e nei due saggi di Paolo Persichetti, secondo la quale le tre auto furono rilasciate nello stesso frangente di tempo in Via Fani, poco dopo le 9.10 di mattina.

Tra l’altro, è la stessa forbice indicata da Morucci, cioè tra le 9.10 e le 9.30, quale tempistica del rilascio delle tre auto, che viene privata di fondamento dal ritrovamento, inoppugnabilmente avvenuto alle 9.23 da parte della volante “Squalo 4”, della 132 blu all’altezza del civico 1 di Via Calvo:

https://www.sedicidimarzo.org/2017/12/squalo-4-la-volante-dimenticata-che.html

La circostanza temporale di quel ritrovamento induce infatti a ipotizzare che il dissociato, nel suo memoriale, abbia volutamente e di necessità indicato un lasso temporale di venti minuti per il parcheggio delle tre auto per giustificare la sua ricostruzione complessiva che, come abbiamo visto, vorrebbe la 132 partita da Piazza Madonna del Cenacolo, per essere abbandonata in Via Calvo dopo le due 128, bianca e blu.

Ma per conciliare l’asserita unità temporale sostanziale del rilascio delle tre auto subito dopo l’agguato, e non già in giorni differenti come ancora in quei primi anni ’80 si ipotizzava (ipotesi che a dire il vero è perdurata fino ai giorni nostri), con la partenza differita da Piazza Madonna del Cenacolo, è, direi, quasi inevitabile che il dissociato abbia dovuto indicare espressamente una forbice di circa venti minuti.

Questa forbice temporale però, come si è detto, viene sgretolata dalla decisiva circostanza di fatto che attesta il ritrovamento della 132 blu da parte della “Squalo 4” già alle 9.23 (rinvio all’articolo di cui al link sopra indicato).

Pertanto, le reali circostanze di tempo del parcheggio delle due 128, bianca e blu, in Via Calvo, restano con ogni evidenza oscure: ciò perché se alle 9.23 la Fiat 132 – secondo la tesi del dissociato (e di Paolo Persichetti) recatasi per ultima sul luogo-  viene già ritrovata, le due 128 (bianca e blu), incluse le soste per cambio di equipaggio (in via Massimi-Via Bitossi) ed accompagnamento della 132, del furgone 850 e della Dyane che avrebbe preso in carico Bruno Seghetti fino a Piazza Madonna del Cenacolo, ben difficilmente avrebbero potuto essere state parcheggiate a via Calvo prima almeno delle 9.15, data la presumibile ora di inizio dell’agguato in Via Fani (le ore 9.00 circa) e del tempo necessario a compiere tutto il tragitto, per di più a tappe (sosta in Via Massimi angolo Via Bitossi), narrato per la fuga.

Ora, se questo orario è più o meno ipotizzabile per il parcheggio della 132 blu (ritrovata, come detto, alle 9.23, cioè poco dopo le 9.15-9.20), avendo fatto in sostanza le due 128 lo stesso percorso della 132 e con le stesse tappe intermedie, è assai difficile ipotizzare, come vorrebbe Morucci, che queste due auto siano state posteggiate in Via Calvo addirittura già verso le 9.10.

Questo orario, per converso, sarebbe probabilmente ipotizzabile solo ammettendo che le due 128 seguirono un percorso autonomo ed a oggi ignoto che potrebbe averle condotte subito in Via Calvo a prescindere dai movimenti della 132.

C’è in effetti un punto che suscita parecchi dubbi in merito alla connessione dei movimenti di tutte e tre le auto, almeno da un certo punto (ad oggi ignoto) in poi: e cioè che a ben vedere, pur tenendo presenti le sottili differenze delle versioni di parte ex brigatista, e del ricercatore Paolo Persichetti, che comunque rispetto a quelle posizione si situa in modo sostanzialmente conforme, non si capiscono affatto l’utilità e la funzione che  avrebbe avuto il transito congiunto anche delle due 128 fino a Piazza Madonna del Cenacolo.

Infatti: a) l’equipaggio della 128 blu, ormai composto – si dice- dopo la prima sosta su Via Massimi angolo via Bitossi- solo da Bonisoli e Balzerani, tale sarebbe rimasto fino a Via Calvo; b) l’equipaggio della 128 bianca, ormai composto da Loiacono, Casimirri e Gallinari, idem, almeno secondo Morucci. Nella versione di Persichetti c’è una variante che semmai aggiunge incomprensibilità ad incomprensibilità. Ovvero sia, ammesso che sia vero che Gallinari salì sul furgone con Moretti, sarebbe stato a questo fine sufficiente farlo salire nella 132, o sulla Dyane, nella sosta di poco prima in Via Massimi, insieme a Moretti e a Fiore.

In sostanza, una volta che Morucci ebbe recuperato il furgone 850 in Via Bitossi, e Seghetti la Dyane che avrebbe funzionato da scorta verso la Standa, sarebbe bastato che Gallinari fosse salito subito, in Via Massimi, sulla 132 o sulla Dyane, per consentire alle due 128 (bianca e blu) di recarsi direttamente a Via Calvo senza nemmeno transitare in Piazza Madonna del Cenacolo, per di più senza alcuna funzione pratica (tanto la versione di Morucci che quella di Persichetti assegnano una funzione in qualche modo attiva e di copertura al presunto trasbordo di Moro in quella Piazza solo alla Dyane, alla 132, e al furgone, mentre nessuna funzione viene assegnata alle due 128).

Va poi rilevato il parcheggio appaiato, dai due lati della Via Calvo (larga non più di un paio di metri), delle due 128 bianca e blu, nelle rispettive posizioni in cui esse furono rinvenute, il 17 ed il 19 marzo.

Un duplice posteggio del genere, qualora lo si voglia realmente descrivere come estemporaneo, alle 9 di mattina,  senza cioè l’aiuto di complici che abbiano tenuto i posti per poi liberarli al momento opportuno, presenta meno probabilità – come detto- dell’esistenza di vita aliena nella nostra Galassia.

Vale la pena riferire qui, in proposito, che riguardo, ad esempio, al rilascio della Renault 4 rossa di Moro in Via Caetani il 9 maggio, si apprende per la prima volta dal citato testo di Persichetti, Clementi e Santalena “Brigate Rosse…” (pag. 25 e nota in calce n. 4) la  novità assoluta, frutto a quanto si afferma nel testo di un colloquio di Seghetti con gli autori, stando alla quale il posto occupato il 9 maggio dalla Renault 4 rossa sarebbe stato tenuto “riservato” dalla sera prima “ da una Renault 6 di colore verde”, di proprietà personale di Seghetti.

A prescindere dalle ulteriori ed auspicabili verifiche sul punto con lo stesso Seghetti, la descritta circostanza – l’occupazione di un posto “riservato” ad altro mezzo coinvolto nell’azione- è oggettivamente del tutto verosimile, per banale logica ed intuito.

Ipotizzare quindi che i posti per le tre auto – e non solo per le due 128- in Via Calvo sia stato tenuto “occupato” da mezzi e uomini compiacenti, mi parrebbe proprio l’”ABC organizzativo” di un piano di fuga repentino dopo un’azione del genere. Il ragionamento vale tuttavia, per simmetria delle esigenze sottese, anche nel caso, tutt’altro che remoto, che le due 128 siano state rilasciate in Via Calvo – sia pure entro le 4 di mattina del 17 marzo- in un orario, o due orari, comunque ben successivi alla mattinata stessa dell’agguato.

Un notevole indizio che i posti per le tre auto possano essere stati preventivamente occupati da complici, è attestato dalle testimonianze di tali Sacchi e Fedeli (CM-1, Vol. 30, pag. 481), riportate de relato dal sottufficiale di Polizia Abbondandolo in un rapporto del 20 marzo 1978 nel quale si attestava che – in occasione degli accertamenti di polizia concomitanti al ritrovamento della 128 blu nella notte tra 19 e 20 marzo-  i due testimoni, rispettivamente abitanti e/o con attività in Via Calvo, avevano affermato che nei due mesi precedenti, ad intrevalli di circa 20 giorni, avevano notato “un furgone Fiat 232 color avorio, targato Torino” con tendine marrone, e con giovani sospetti a bordo, all’altezza del civico 1 di Via Calvo, dove appunto fu poi abbandonata la Fiat 132 dopo l’agguato.

L’aspetto, in ordine a quanto sopra trattato, che però in questa sede mi preme rilevare, non è tanto l’intuitiva partecipazione di complici “posteggiatori”, quanto proprio, a monte,  l’ipotesi, desumibile sia pure in via indiziaria dalle cose dette poc’anzi (inconciliabilità degli orari, giornali apposti e strappati sulla 128 bianca, incomprensibilità del passaggio delle due auto in Piazza Madonna del Cenacolo), che le due 128 bianca e blu con ogni probabilità, ed a dispetto della versione ufficiale, NON furono parcheggiate in Via Calvo nel dintorno di tempo delle 9.15-9.20 circa, bensì, più verosimilmente, nel primo pomeriggio o nella serata del 16 marzo, una volta calmatesi le acque, più che agitatesi per il ritrovamento quasi immediato della 132 blu alle 9.23 di quella mattina.

La principale obiezione che forse può muoversi a questa ipotesi è che non avrebbe avuto senso, per i partecipanti all’agguato, o loro complici, tornare a qualche ora di distanza sullo stesso luogo nel quale era stata trovata a inizio mattinata la 132, subendo quindi il rischio che la zona fosse ancora presidiata – magari anche da insospettabile personale in borghese- dalle forze dell’ordine, duplicando perciò il rischio della individuazione e cattura.

Una tale obiezione sarebbe però, a mio avviso, qualificabile come viziata di petizione di principio, dando essa per dimostrata, a monte, come suo assunto, la versione di Morucci sul rilascio quasi contemporaneo delle tre auto,  che invece, tutt’altro che dimostrata, è smentita dai pur pochi dati testimoniali, e cioè in sostanza da ciò che appare sia effettivamente avvennuto.

L’obiezione sarebbe infatti mal posta, perché rovescerebbe il ragionamento che dovrebbe condurre all’accertamento della verità storica.

Essa presuppone necessariamente che gli ormai pochi fuggiaschi a bordo di quelle due auto (secondo le versioni di Morucci o Persichetti, 5 ovvero 4 componenti) sarebbero tutti effettivamente fuggiti all’unisono lungo via Calvo verso le scalette che conducevano da Via Lucilio a Via Prisciano e di lì a Piazza Medaglie d’Oro.

Questa versione costituisce invece, ancora oggi, uno dei punti più oscuri della versione ufficiale e che richiedono ancora adeguati approfondimenti. In sostanza, non può darsi per assodato ciò che invece è ancora tutto da dimostrare: e cioè che la fuga da Via Calvo avvenne proprio come descritto nelle versioni di Morucci e Persichetti, e non, piuttosto, con modalità differenti per i singoli partecipanti all’agguato.

Ma su quale base, se non dalle dichiarazioni, in parte assai tardive, di persone controinteressate quali gli ex BR, può assumersi come dato acquisito, e non piuttosto come versione di parte, una tale ricostruzione?

In effetti, se stiamo invece alle testimonianze imparziali disponibili, è evidente che queste ultime portano ad escludere una fuga dalle scalette da via Lucilio di più di due o tre persone.

Infatti, se le due 128 – come da versione concorde di Morucci e Persichetti – si sganciarono per prime verso Via Calvo, la “Squalo 4”, pattuglia che entro le 9.20 circa ritrovò la 132, scendendo lungo via Calvo avrebbe visto per prime le 128, e quanto meno avrebbe visto dileguarsi individui sospetti, in uniforme posticcia e sospetta, verso il fondo della via, ovvero verso via Lucilio e le scalette che conducono a Via Prisciano.

Gli occupanti di quelle due 128, d’altronde, se stiamo alla detta versione ufficiale, non c’è dubbio che sarebbero stati abbigliati in modo simile ad uniformi: quanto meno Bonisoli e Balzerani, ed eventualmente Gallinari (a seconda della versione).

Ora, si tenga anche presente che se l’intercettazione da parte della “Squalo 4” di potenziali fuggitivi, scesi anche dalle due 128, non avvenne per un tempestivo rilascio di queste due auto in Via Calvo (si veda qui per una notevole testimonianza di un ex membro della “Squalo 4”: https://www.sedicidimarzo.org/2024/03/a-caccia-della-132-dei-rapitori-di-moro.html) anteriore al rilascio della Fiat 132, cioè prima che la “Squalo 4” giungesse in via Calvo, si apre ovviamente, e di necessità, un enorme campo di ipotesi sull’effettivo percorso della fuga delle auto e del trasbordo di Moro, ipotesi che condurrebbero comunque ad un quadro,  per quanto al momento oscuro, di certo diverso, e non di poco, dalla versione ufficiale.

Comunque, per restare ai dati disponibili, l’ex agente della “Squalo 4” che ha cortesemente reso i ricordi riportati nell’articolo poc’anzi citato, ha confermato che quella pattuglia – una volta incontrato proprio l’ex poliziotto Buttazzo (si veda sopra) il quale, terminato l’inseguimento della 132 in pratica nel punto di intersezione tra Via Trionfale e via della Camilluccia, nel punto in cui le due strade assumono sensi di marcia opposti, e che aveva indirizzato la pattuglia all’inseguimento della Fiat 132- era stata indirizzata da Buttazzo all’inseguimento proprio di quest’ultima auto (ma non di una qualche 128).

Tuttavia l’ex agente della “Squalo 4” – come si legge nel resoconto al link citato – ha dichiarato di avere notato alcuni (massimo tre, peraltro) giovani sospetti, di fronte al senso di marcia dell’auto, attraversare di corsa via Prisciano, mentre la pattuglia di cui egli era parte stava arrivando in zona, ma senza poter immettersi su quella strada per ragioni di disciplina vigente del traffico veicolare.

Quindi non c’è effettivamente (purtroppo) alcun elemento che induca a ritenere che l’ex agente della “Squalo 4” abbia notato  - ammesso anche che probabilmente quei giovani sospetti fossero effettivamente alcuni dei partecipanti all’agguato, appena scesi da Via Calvo -  qualcuno degli occupanti di una delle due 128 piuttosto che proprio della 132 (auto che la “Squalo” ritrovò di lì a pochi istanti dopo facendo il giro della zona).

In sintesi, la pattuglia della “Squalo 4” stava ricercando una 132, per cui delle due l’una:

- o la pattuglia, scendendo, infine, lungo via Calvo, avrebbe potuto- per ipotesi - imbattersi in persone sospette in uniformi posticce lungo la stessa via, ancora in fuga, e così notare anche almeno la 128 bianca di cui era nota la targa fin da subito, cosa che purtroppo non avvenne;

-  oppure, dovendo ricercare per espressa segnalazione (di Buttazzo, e probabilmente a quell’ora anche dalla centrale operativa) una Fiat 132 (in effetti poco dopo ritrovata) la testimonianza dell’ex agente della “Squalo”, in mancanza di altri elementi utili (quale quello appena esemplificato)  non solo non è purtroppo utile a dirimere la questione del momento del rilascio delle due 128 nella stessa via, ma, in ragione dello scarso numero di soggetti sospetti visti attraversare di corsa Via Prisciano, induce a ritenere che costoro fossero comunque l’equipaggio di un’unica auto, e cioè, con ogni probabilità, della 132 che la “Squalo” ritrovò pochi minuti dopo alla fine di Via Calvo.

Sono inoltre disponibili – e di certo non da oggi - le due testimonianze dei gestori del banco ortofrutticolo comunale che era posto sul marciapiede di Via Lucilio, proprio in corrispondenza dell’inizio delle scalette a scendere verso via Prisciano, percorse dai fuggitivi,  ed esattamente in posizione opposta allo sbocco di Via Calvo su Via Lucilio.

Questi due testimoni della fuga dalle scalette da Via Prisciano poco dopo le 9,10, peraltro non senza qualche evidente remora nelle loro deposizioni, furono i coniugi Malatesta e Perugini. Per sintetizzare (CM-1, Vol. 30, pagg. 308 e 309) i due videro scendere tre persone, delle quali una era una donna, dalla Fiat 132, parcheggiata proprio di fronte a loro sul lato opposto al loro esercizio commerciale. La signora Perugini, con forse un maggior afflato di coraggio rispetto al marito, disse chiaramente di avere visto la 132 (nella testimonianza erroneamente riportata come 131)  in quanto davanti non aveva posteggiato alcun veicolo: posso personalmente confermare la circostanza in base alle foto della Polizia scientifica, che ho menzionato, tratte dal documentario realizzato da SKY TV alcuni anni fa, riprodotte in modo perfettamente visibile dal fascicolo processuale, nelle quali si vede senza alcun dubbio non solo – come detto- che la fiat 132 aveva due tendine abbassate sul lunotto posteriore (come testimoniato dal signor Pellegrini), ma anche che la stessa non aveva alcun veicolo parcheggiato davanti ad essa.

Come si può evincere dalle testimonianze dei due commercianti, al netto della improbabile affermazione di essersi dedicati ad altri clienti e di non avere, perciò, seguito la discesa dei fuggitivi sulle scalette verso via Prisciano (che di fatto erano a stretto contatto con il sito dell’attività commerciale di costoro; in altre parole: i passeggeri della 132 passarono accanto al loro banco ortofrutticolo, ma a quanto pare i due coniugi non se ne sarebbero accorti…) , i due coniugi hanno decisamente descritto solo ed esclusivamente le persone scese dalla 132 parcheggiata proprio di fronte a loro, indicandone il numero in non più di tre, delle quali una era una donna (mi limito qui ad accennare alla circostanza che la donna vista da costoro avrebbe indossato dei pantaloni, mentre la donna descritta dai testimoni sia in Via Fani che alla catenella di Via De Bustis avrebbe indossato una gonna: resta dunque ad oggi insondata la possibilità che le donne del commando fossero due, e non una sola).

Dal minuto 22.30 circa in poi al seguente link a Tg Rai  “Studio Aperto” del 17 marzo 1978, il fruttivendolo Mario Malatesta descrive sommariamente per la prima volta quanto da lui osservato sui fuggitivi, dicendo chiaramente che oltre al fatto di aver visto poggiare una borsa a terra da chi era uscito dall’auto, fu ridestato dal fatto che poco dopo vide l’arrivo di numerose auto, evidentemente della polizia. Va notato che questa dichiarazione al TG Rai, del tutto sintetica, del 17 marzo, precede di cinque giorni quella fortunatamente un po' più dettagliata (che mi sono poc’anzi limitato a sintetizzare) che egli, insieme a sua moglie, la signora Perugini, avrebbe poi reso nelle prime sedi ufficiali il successivo 22 marzo (rinvio ai riferimenti sopra riportati degli atti della CM-1):

https://www.teche.rai.it/1978/03/sequestro-moro-studio-aperto-del-17031978/

Oltre a questi dati testimoniali, a far dubitare del contestuale rilascio in via Calvo anche delle due 128 c’è il dato oggettivo, non eludibile, che il controllo su quella strada, nonostante il ritrovamento della 132 blu usata nel sequestro, non fu capillare: ciò potrebbe benissimo essere avvenuto per comprensibili ragioni logistiche ed organizzative delle forze dell’ordine così come per considerazioni di ordine probabilistico (cioè la supposizione da parte degli inquirenti – ipotizzo - che difficilmente gli esecutori di un crimine sarebbero tornati un’altra volta, o addirittura due, ad abbandonare i mezzi del crimine nello stesso posto dopo il ritrovamento della 132),

Si tratta di una presunzione – come detto di natura verosimilmente probabilistica -  che si può supporre possa essere anche state adeguatamente valutata preventivamente dagli organizzatori del sequestro in ossequio all’antico adagio secondo il quale, come si suol dire, niente viene nascosto meglio di ciò che viene messo sotto gli occhi.

D’altronde, non mi pare peregrino supporre che, immaginando la prevedibile concitazione delle indagini e delle ricerche di quella prima giornata del 16 marzo, era ben possibile mettere in conto che le autorità avrebbero escluso che gli autori del crimine sarebbero ritornati nella tessa giornata a lasciare anche le due 128 nella stessa strada.

A ben riflettere, quindi, si potrebbe concludere che fu messo preventivamente in conto dai pianificatori del sequestro che proprio e solo la 132 era programmaticamente destinata ad essere rinvenuta subito, tant’è che quanto ad essa fu organizzato ed eseguito il rilascio nella posizione più visibile anche da terzi estranei, all’incrocio con Via Lucilio e di fronte ad un frequentato banco di ortofrutta.

In altre parole, ci si dovrebbe porre nell’ottica critica di non accettare supinamente la narrazione ufficiale di Morucci sulla fuga di quelle 4 o 5 persone da Via Calvo come dato acquisito- chè tale non è – bensì, con maggiore e dovuta spregiudicatezza, ipotizzare, con uguale dignità, che non solo non esistendo alcun riscontro oggettivo alle dichiarazioni di Morucci, bensì deposizioni testimoniali in altro senso, la ricostruzione della presenza di auto e persone in Via Calvo possa essere diversa.

Mi pare difficile dubitare, tra l’altro, come ho già accennato, dell’incoerenza dell’ubicazione del posteggio delle due 128 con l’esigenza di una fuga repentina dei rispettivi equipaggi che si deve presumere del tutto identica a quelle della fuga dell’equipaggio della 132, se tale fuga doveva realmente avvenire dalle scalette che da Via Lucilio scendono verso via Prisciano.

Ed allora la vera domanda che il rilascio delle auto in Via Calvo ci impone, dovrebbe essere, piuttosto:

- perché tutte e tre le auto furono rilasciate proprio in quella via?

E’ questa, mi pare, la vera domanda da porsi, e che richiede una spiegazione logica, assai più, in fondo, di quanto lo richieda il dubbio sulla tempistica effettiva del rispettivo posteggio; domanda, ad oggi, quasi cinquanta anni dopo i fatti, che – mi pare- non sia mai stata convintamente posta e che di conseguenza – direi - non ha trovato alcuna risposta neppure in esito ai lavori della seconda Commissione Parlamentare di inchiesta.

Una risposta intuitiva, ovviamente, c’è, per quanto al momento essa resti priva di riscontro: e cioè che in quei pressi dovette esserci un luogo di ricetto sicuro per quelle due 128 tale da consentirne un rilascio rapido e praticamente inosservato nelle ore successive di quello stesso 16 marzo.

Andiamo ancora, con ordine, ai pochi dati disponibili sugli accertamenti di Polizia e, soprattutto, come sempre, ai documenti.

Una premessa è d’obbligo, per sezionare chirurgicamente la questione.

Si badi bene che non mi sfugge che un’analisi imperniata sulla versione di Morucci in ordine al rilascio contestuale delle tre auto potrebbe condurre a ritenere che l’esito attestato dai documenti che sto per citare, costituendo un dato disponibile solo a posteriori, dovrebbe considerarsi inidoneo a giustificare l’ipotesi – che sto proponendo – secondo la quale il rilascio delle due 128 possa essere stato programmato- pertanto con ideazione a priori - con uguale dignità teorica, anche in uno o due momenti successivi, nella giornata del 16 marzo, rispetto al rilascio della 132. Mi si potrebbe insomma obiettare che non si poteva sapere, prima, se i controlli di Polizia sarebbero incorsi, oppure no, in defaillances di qualche tipo.

Tuttavia il dato oggettivo desumibile dai verbali che sto per citare rende comunque evidente, senza tema di smentita, che ciò che effettivamente accadde, e che dunque ben potrebbe essere coerente con una valutazione teorica preventiva conforme a ciò che sto sostenendo (non vedo, insomma, rovesciando agevolmente il discorso, come un qualsiasi piano possa essere, preventivamente, ritenuto perfetto ed immune da controindicazioni…), indirizza nel senso qui sostenuto: e cioè che era evidentemente ben possibile mettere in conto, in sede ideativa, che – anche  causa della concitazione prevedibile degli eventi che si sarebbero verificati dopo un fatto del genere – il luogo prescelto, quali che ne siano state le ragioni, per il posteggio anche differito delle tre auto, non sarebbe stato poi, tutto sommato, fatto oggetto, almeno nella giornata del 16 marzo, di un presidio così radicale tale da impedire la “consegna” delle due 128 in un momento successivo nel corso di quella giornata.

Consegna differita che deve avere a fondamento, per logica, l’ideazione di un piano di fuga dei membri del commando sostanzialmente diverso da quello giunto fino a noi nella versione di Morucci, per quanto essa sia assurta a verità ufficiale

Torno a ripeterlo, per riassumere: è con tutta evidenza un’impostazione che postula necessariamente, e contemporaneamente, il sotteso vantaggio e/o l’opportunità, pur soppesati con gli inevitabili rischi di un’azione di tale portata: a) di rilasciare tutte e tre le auto nella stessa via, e b) evidentemente di avere previsto uno sganciamento di una parte dei membri del commando ben diverso da come narrato ed acquisito fino ad oggi.

Veniamo al dunque.

La 128 bianca, ovvero la seconda auto ad essere ufficialmente ritrovata, fu rinvenuta, come già accennato, poco dopo le 4 di mattina del 17 marzo.

Gli agenti del Commissariato Monte Mario autori del ritrovamento, Antonio Pinna e Adelmo Saba, verbalizzarono che “prima delle ore 4 e precisamente durante i ripetuti controlli effettuati nella zona ed anche nella suddetta via Licinio Calvo l’autovettura poi rinvenuta non è stata notata da noi sottoscritti verbalizzanti.” (CM-1, vol. 30, pagg. 110-111).

Il turno di servizio degli agenti Saba e Pinna, in quella notte, iniziava alla mezzanotte tra il 16 e il 17 marzo (Doc. n. 513_02 della Seconda Commissione Parlamentare di Inchiesta sul caso Moro , di seguito CM-2; turni di servizio degli agenti in forza al Commissariato Monte Mario, pag. 77; l’agente Pinna è il 15° della colonna, l’agente Saba è il 19° ), per concludersi alle 7 di mattina, ora alla quale in effetti inizia il loro verbale di rinvenimento della 128 bianca, in quella nottata che per loro dovette essere indimenticabile, per quanto faticosa.

Nei turni precedenti, coperti da altri loro colleghi, nulla risulta in merito. Dobbiamo stare quindi alla loro verbalizzazione, secondo la quale “durante i ripetuti controlli effettuati nella zona ed anche nella suddetta via Licinio Calvo”, iniziati quindi a mezzanotte, nulla essi avevano notato, salvo poi trovare improvvisamente la 128 bianca verso le 4 del mattino del 17 marzo. Se umanamente la stanchezza lavorativa aumenta col passare delle ore, non si capisce perché i due agenti abbiano improvvisamente fatto caso alla 128 bianca dopo quattro ore abbondanti di servizio, e non invece– poniamo - nelle prime due ore, essendo già transitati in “ripetuti controlli” anche nella stessa Via Calvo.

Il verbale dei poliziotti Saba e Pinna, ed il documento agli atti della CM-2 che ho poc’anzi richiamato, disvelano palesemente, dunque, che – per quanto la pattuglia abbia gito diligentemente – non vi fu in via Calvo un vero e proprio presidio permanente nel corso della giornata.

Se a ciò aggiungiamo le testimonianze di cui prima ho dato conto, secondo le quali al massimo tre (3) persone sarebbero scese dalle scalette verso via Prisciano, e in particolare, stando ai due gestori del banco di ortofrutta, tutte scese dalla fiat 132, emerge prepotentemente la necessità logica di postulare ed indagare (anche) l’ipotesi che, a differenza di quanto risultante dalla versione ufficiale, le due 128 furono posteggiate in un momento differente rispetto alla 132, pur sempre nella giornata del 16 marzo, e che questa scelta fu appositamente perseguita dagli ideatori del piano criminoso sia in virtù di un qualche ricetto di appoggio, sia della necessità di organizzare la fuga di almeno una parte dei membri del commando con modalità ad oggi ignote e comunque diverse da quelle acquisite ufficialmente.

Mi pare il caso di sottolineare nuovamente che l’ipotesi che sto proponendo, basata sui citati dati testimoniali che escludono l’avvistamento di più di tre persone fuggire da via Calvo, e sulla constatata mancanza- del tutto comprensibile- di un vero e proprio presidio in via Calvo nella giornata del 16 (presidio che in realtà sarebbe anche risultato difficilmente comprensibile ed inutilmente dispendioso in termini di uomini e mezzi, date la vastità di Roma e la varietà delle possibili vie di fuga eleggibili in linea teorica dal commando), non è passibile di rifiuto neppure sotto il profilo soggettivo della valutazione probabilistica preventiva, ipotizzabile dal punto di vista di chi ideò l’azione in merito a ciò che sarebbe stato lecito attendersi dalle forze dell’ordine: come detto, non si vede cioè perché gli inquirenti, una volta ritrovata la 132- auto virtualmente destinata al “sacrificio” di essere ritrovata subito o quasi -  nel prevedibile bailamme della giornata (ricordo a me stesso che fu segnalata anche una 128 bianca sospetta in Via Forte Braschi, segnalazione a quanto pare poi rivelatasi senza fondamento), avrebbero dovuto presumere che anche le altre due auto avrebbero potuto essere lasciate entrambe nella stessa strada. Non un solo elemento depone in questo senso.

Il punto è che ancora nel corso del 16 marzo, non si sapeva dove quelle due 128 potessero essere finite (Roma è appunto molto vasta), e questo atteggiamento mentale degli investigatori dovette essere ben previsto da chi aveva organizzato il sequestro; anzi, col senno del poi può dirsi – come si deduce dalle due testimonianze disponibili – che 4 o 5 fuggitivi sarebbero stati ben a maggior ragione notati, rispetto ai 2 o 3 attestati dai due gestori del banco di ortofrutta comunale e dall’ex agente della “Squalo 4”.

Non esiste, quindi, una presunta posizione iniziale di svantaggio ovvero vantaggio logico, in termini di precauzioni, nel tornare in seguito a lasciare le due auto nella stessa via, rispetto a quella di lasciare subito in Via Calvo tutte e tre le auto in questione negli stessi minuti.

E’ viceversa ben possibile, pertanto, che semmai possano esservi state valide ragioni (ad oggi ignote, ed è questo il vero punto) che suggerirono di prevedere un piano di sganciamento scaglionato, con modalità diverse, tra almeno un paio di gruppi ben distinti di partecipanti all’agguato (oltre a coloro che si sarebbero allontanati con il prigioniero verso la prima prigione).

D’altronde, il testimone Angelo Onofri (CM-1, vol. 30, pag. 84), la cui testimonianza mi pare purtroppo caduta nel dimenticatoio (ciò a dispetto di altre tre sue deposizioni sommarie in fase istruttoria: CM-1, Vol. 41, pagg. 418, 432 e 648), davanti al Dott. Mario Fabbri della Digos, già il 17 marzo 1978 aveva testimoniato  di avere visto il 16 marzo, sul Grande Raccordo Anulare circa 800 metri prima dello svincolo per l’Aurelia, verso  le 9.40 (dunque in orario ormai incompatibile con la versione ufficiale, di matrice ex brigatista, sia quanto ad un un unico trasbordo dell’ostaggio, che quanto ad un’unica contestuale, compiuta, fuga del commando nella zona Balduina-Monte Mario-Via Calvo) due persone che si stavano cambiando di abiti, affermando che  i vestiti dismessi avevano tutte le sembianze di divise di tipo “aeronautico”. L’auto, a suo dire, doveva essere assai probabilmente una 128 bianca di tipo familiare (analoga cioè a quella con targa CD che aveva causato il blocco nell’agguato), poiché era dotata di portellone posteriore, nell’occasione aperto.  

Il testimone, per la precisione, proveniva dalla Cassia, via consolare dalla quale si era immesso sul GRA in direzione Aurelia (CM-1, vol 112. Pag. 68; disegno del testimone allegato al verbale).

La più significativa conferma della testimonianza di Onofri giunse dal rapporto dello stesso Dott. Fabbri della Digos, delle ore 19 di quello stesso 17 marzo (CM-1, vol. 112, pag. 69), nel quale si dava atto che, in esito a sopralluogo con il testimone sul luogo indicato, era stato effettivamente ritrovato “un talloncino di colore verde dell’Alitalia contrassegnato dal n. 18 5843 (nda: lo spazio tra i due gruppi di cifre è nel rapporto), sul retro parzialmente adesivo. Sono stati anche rinvenuti, a pochi metri dal cennato reperto, due foglietti con annotazioni di utenze ed altro, che per ogni futura utilità di indagine sono stati del pari acquisiti”.

In merito agli eventuali sviluppi di indagine, l’unico documento che ho reperito con l’ausilio di Franco Martines è in CM-1, vol. 128, pag. 183 (sentenza del 24 gennaio 1983, nel procedimento contro Norma Andriani e altri, motivi della decisione, Presidente Santiapichi, Corte d’Assise di Roma), nel quale si afferma incidentalmente che le annotazioni rinvenute in quel frangente da Fabbri furono “prontamente verificate”, senza però condurre ad “alcun esito”.

A parte la curiosa sommarietà dell’annotazione “ed altro..” nel rapporto di Fabbri, che ovviamente lascia del tutto sfumato di cosa si trattasse, ed a parte la mancata disponibilità – almeno per me – degli eventuali ulteriori rapporti concernenti le verifiche di quel talloncino “Alitalia” e di quelle utenze, appare evidente che quelle due persone avrebbero dovuto essere riconducibili all’agguato, perché due addetti reali dell’Alitalia non si sarebbero cambiati su una piazzola di sosta e non avrebbero smarrito, avendo a quanto pare agito di fretta, un talloncino della compagnia aerea né altro materiale (del quale purtroppo, vale la pena ribadirlo, non sappiamo nulla).

Fermo restando, pertanto, che almeno un’altra 128 bianca “familiare”- oltre a quella targata CD di Via Fani, che era stata rubata solo l’8 marzo – ed altre 128 bianche e blu furono osservate da vari testimoni sia ben prima che nel giorno dell’agguato, e che si possa dunque presumere la precostituzione di varie “coppie” di auto tra loro simili, circostanza che ad oggi non mi pare sufficientemente indagata e sulla quale ci riserviamo (come collettivo di studio) di tornare (non essendo la questione oggetto di questa mia specifica disamina), anche la testimonianza di Angelo Onofri apre il campo alla concreta possibilità che le cose siano andate ben diversamente da come raccontato nelle versioni degli ex brigatisti e dei ricercatori e saggisti che ad esse si sono sostanzialmente conformati.

I punti salienti, che non si escludono, sono la partecipazione di altri elementi ad oggi ignoti, e lo sganciamento, nel corso della fuga, ben diverso da come raccontato, in particolare non contestuale in Via Calvo, bensì in un sito diverso ed ancora da individuare.

Mi sento quindi di concludere che l’obiezione teorica secondo la quale i membri del commando avrebbero corso maggiori rischi rilasciando in modo differito le due 128 anzichè rilasciarle nello stesso frangente di tempo in cui rilasciarono la 132,  non individua un supposto vantaggio concreto nel rilascio immediato delle due auto; poggia inoltre sulla presunzione sostanziale della mancanza di possibili e ragionevoli alternative valide, invece abbastanza evidenti quanto meno riguardo la possibilità di consentire in via alternativa uno sganciamento in altro, e più “riservato” luogo,  di almeno una parte del commando partecipe dell’azione di via Fani, ed è inoltre  smentita dai fatti, cioè da ciò che effettivamente avvenne, fatti che mostrano che un “buco” effettivo nel controllo di Via Calvo nella stessa giornata del 16 marzo fu esattamente ciò che accadde, in modo peraltro preventivabile e comprensibile, nel caos che poteva mettersi in conto, e si verificò, nella tragicità degli eventi di quella giornata.

Devo qui spendere di nuovo qualche altra considerazione proprio sulle modalità di posteggio delle due 128, e sulle due ubicazioni, già ampiamente accennate, nelle quali queste due auto furono effettivamente ritrovate.

In primo luogo, ripeto: non si capisce perché, esistendo – in ipotesi - identiche ragioni di tempestività nello sganciamento dei rispettivi equipaggi secondo la versione di Morucci (non smentita, in sostanza, dalla versione della saggistica ad essa conforme), alle due 128 furono riservati due posteggi distanti circa 50 metri a monte dalla medesima via di fuga seguita dall’equipaggio della 132.

Quando sono in gioco i secondi più che i minuti, a nulla vale ovviamente la considerazione che, secondo la versione di Morucci e, da ultimi,  Persichetti ed i suoi coautori, le due 128 si sarebbero mosse per prime da Piazza Madonna del Cenacolo verso via Calvo. Nulla consentiva di prevedere in dettaglio la tempistica e la reazione delle forze dell’ordine (tant’è che nel nostro articolo di cui ho riportato sopra il link, abbiamo appunto ampiamente dettagliato di come la civetta “Squalo 4” finì quasi per agguantare la fiat 132).

Pertanto, per logica, si sarebbero dovuti prevedere, nel piano di fuga, due posteggi attigui all’incrocio con Via Lucilio, cioè prossimi alle scalette, anche per le due 128.

D’altra parte, come ho accennato sopra con l’esempio testuale di Via Caetani narrato da Persichetti nel suo libro del 2017 (ed a prescindere dell’approfondimento della specifica circostanza, ferma restando la logica verosimiglianza del fatto in sé e per sé), emerge anche da fonti storiografiche non sospettabili di ostilità alla versione ex brigatista un chiaro indizio che, per analogia, anche in Via Calvo n.1, nel posto che sarebbe stato poi occupato dalla 132, fu posto in essere un preventivo lavoro di controllo e di occupazione del posto.  

Se l’occupazione del posto utile valse per via Caetani, non si vede perché a parità di scopo lo stesso escamotage -scorrendo il film a ritroso dal 9 maggio al 16 marzo- non avrebbe dovuto essere stato adottato per la fuga del commando da via Calvo.

La logica trova infatti riscontro in almeno due elementi oggettivi.

Il primo, è la serie fotografica che ho più volte richiamata, qui non riproducibile,  estratta dal documentario di SKY Tv dal fascicolo processuale, che mostra gli ampi spazi anteriori e posteriori sul luogo di rilascio della 132 al momento dei rilievi della scientifica.

Il secondo elemento, è il già citato rapporto di Polizia a firma dell’agente Abbondandolo (CM-1, Vol. 30, pag. 481) , redatto in occasione degli accertamenti della notte tra il 19 e 20 marzo a seguito del ritrovamento della 128 blu, il quale – lo ricordo di nuovo - attesta che a detta di due testimoni residenti in Via Calvo, tali Sacchi e Fedeli (non sono indicati i prenomi), nelle settimane precedenti l’agguato costoro avevano notato in sosta periodica, all’altezza del civico n. 1 della stessa strada, un furgone “Fiat 232 di colore avorio con tendine marrone”  (così Sacchi) , “targato Torino” (così Fedeli) , sempre con due giovani sospetti .

Quanto al primo dei due elementi che ho appena menzionati, le foto disponibili nel fascicolo processuale  dimostrano chiaramente – come ho già rilevato citando i due testimoni gestori del banco di ortofrutta antistante l’angolo di Via Calvo con via Lucilio- che al momento del ritrovamento della fiat 132 da parte della Digos, quell’auto non aveva alcun automezzo posteggiato immediatamente davanti o dietro di essa: in altre parole, quel posteggio restituisce l’idea di uno spazio ampio, liberato alla bisogna da almeno due auto, in modo da consentire un parcheggio diretto e senza manovre, nella direzione di provenienza dell’auto, atto ad evitare qualsiasi perdita di tempo e manovra che potessero dare nell’occhio più del minimo strettamente inevitabile.

L’arrivo praticamente quasi immediato della “Squalo 4”, e poco dopo della Digos, evidentemente congelò il luogo, e ovviamente nessuna auto fu fatta posteggiare negli spazi liberi. La cosa, mi pare di poter affermare, è del tutto intuitiva.

Viceversa, per le due 128 la situazione appare diversa.

Nella foto che abbiamo pubblicato grazie alla gentile concessione dell’Archivio di Stato nell’articolo che ho precedentemente ricordato, le due auto, nelle prime ore del 17 marzo quando fu ritrovata la 128 bianca (foto che, come ormai noto, riproduce sullo sfondo, dal lato opposto, anche la 128 blu e la situazione dell’altro marciapiede) appaiono “normalmente incastrate”, come avviene cioè ordinariamente, tra altre auto in sosta, davanti e dietro di esse.

Tuttavia quella foto è scattata, per l’appunto, in un momento rispetto al quale – a differenza che per la 132- è (era) sostanzialmente ignoto il momento del parcheggio.  

Se quindi è assai verosimile che anche per queste due auto furono “riservati” da mezzi compiacenti altrettanti spazi, il fatto che al momento del loro ritrovamento esse erano posteggiate ordinariamente, cioè con altri automezzi in sosta tanto davanti che dietro, questa circostanza è indifferente rispetto alla possibile situazione presente al momento dell’effettivo abbandono in Via Calvo, in quanto – non avendo a disposizione dati  fotografici né testimoniali dirimenti – quella situazione avrebbe potuto essere sia identica che radicalmente diversa, nei due differenti momenti, sia nel caso del rilascio immediato la mattina del 16 marzo, che in quello del rilascio differito ad un orario successivo, benchè prima delle 4 di mattina del giorno 17.

Occorre quindi riportarci agli altri elementi potenzialmente dirimenti la questione dell’orario, e in particolare:

a) alla presenza di nastro adesivo con frammenti di giornale sul lunotto posteriore della 128 bianca (giornale che fu rinvenuto nel bagagliaio), circostanza che attesta la possibilità di un tempo e di un luogo nei quali si potette operare con relativa calma e soprattutto riservatezza;

b) l’attestazione dei poliziotti Pinna e Saba, in servizio dalla mezzanotte tra il 16 e il 17 marzo, e che rinvennero l’auto verso le 4, secondo i quali nei primi “ripetuti” controlli nella stessa via la presenza dell’auto non era stata riscontrata;

c) la testimonianza di Angelo Onofri, riscontrata dall’accertamento sul luogo del funzionario della Digos Mario Fabbri, che attesta la probabile presenza di due membri del commando ben lontani da Via Calvo in un orario incompatibile con la versione “ufficiale”, sia con riferimento all’unico trasbordo di Moro narrato, sia con riferimento al conseguente e ad esso strettamente collegato abbandono delle auto in Via Calvo e definitivo allontanamento di tutti i membri del commando entro le 9,20 circa.

Vale la pena ricordare una volta ancora che si tratta di elementi, tutti, incomprensibilmente rimossi nelle analisi svolte - a vario titolo - della tragica vicenda.

Quanto invece alla 128 blu, ritrovata solo nella tarda serata del 19 marzo – nonostante ormai sia chiaro che fosse già sul luogo almeno alle 4 di mattina del 17 marzo – la mia personale convinzione, stratificatasi in anni di lettura e rilettura dei materiali disponibili, è che essa sia stata fatta volutamente ritrovare con una qualche segnalazione anonima ad oggi ignota.

Alla data del ritrovamento, infatti, era incredibilmente ancora ignota la targa completa della vettura (targa ovviamente fasulla, lo dico per evitare equivoci).

Nei brogliacci delle chiamate sul canale 13 della Polizia (CM-1, Vol 29, pag. 1007), con l’avvertenza che il documento – fatto noto- è privo della pagina che in qualche modo potrebbe essere decisiva (quella che dovrebbe essere numerata 398 in alto a destra, mancante), si rileva solo che in un orario che, per quanto scarsamente leggibile, ricostruendo la sequenza dei fogli precedenti, si colloca addirittura verso le ore 13 del 16 marzo, si segnala di ricercare anche “auto 128 colore blu targata Roma L 6(?) 850”.

Il punto interrogativo è apposto sopra il numero 6 dal redigente il brogliaccio.

Sul brogliaccio delle comunicazioni sul canale 23 (CM-1, vol. 29 cit., pag. 1023), si legge, alle 13.30 (confermandosi, così, la tardività della rilevazione) “per tutte: caso rintraccio 128 blu tg. Roma L 6(?) 850 (?) controllare gli occupanti notiziando VV- nda: leggasi “doppia vela” – 21”.

Il duplice punto interrogativo è nel testo originale.

L’incompletezza della targa deriva con ogni probabilità dalla comunicazione che il teste Antonio Buttazzo – che si era posto all’inseguimento della 132 e della 128 blu fino in sostanza all’incrocio tra Via Trionfale e via della Camilluccia- fece telefonicamente in Questura, dicendo di non ricordare il primo e l’ultimo numero di targa (così nella sua prima deposizione – tra varie- del giorno successivo, 17 marzo, presso la squadra mobile di Roma, CM-1, vol. 30, pagg. 78 e segg.).

In realtà quella 128 montava come noto la targa falsa Roma L-55850, quindi a rigore l’ultimo numero era stato correttamente indicato, solo che il testimone non fu evidentemente sicuro che quello zero fosse l’ultimo della serie.

Il verbale di ritrovamento degli agenti di Polizia Abbondandolo e Iliceto (CM-1, Vol. 30, pag. 208) attestava che l’auto era stata ritrovata alle 21 del giorno 19 marzo, tra i civici 25 e 27 di Via Calvo, ma in modo criptico affermava altresì che l’auto era stata fatta trasportare nei locali della Questura per il prosieguo delle indagini, in quanto “si presume che …possa avere attinenza “ con il sequestro di Moro e la strage di Via Fani.

A differenza del verbale di Pinna e Saba che quanto meno dava conto di “ripetuti controlli”, nessuna circostanza veniva riferita, in questo caso, in ordine alle modalità di ritrovamento dell’auto, nonostante che – come è evidente – ancora neppure vi fosse certezza, ma solo una imprecisata presunzione, del coinvolgimento dell’auto nell’agguato di via Fani.

In base a quale elemento, dunque, fu ritrovata l’auto? Cosa destò l’attenzione dei rinvenitori, i quali, alla data del 19 marzo, non avevano ancora a disposizione neppure il numero esatto della targa?

Sul fatto che nella prima mattina del 17 l’auto – già presente sul luogo, al momento di rinvenimento della 128 bianca – non fu notata dalla Polizia, l’ipotesi più plausibile è, a questo stadio delle conoscenze , che si trattò di una banale, ma non per questo lieve, negligenza degli inquirenti: i quali non si accorsero né della palese divergenza del numero di targa – che era quello effettivo - sui contrassegni di bollo e assicurazione, da un lato, e delle targhe – false - applicate all’auto, dall’altro; né dei sospetti fili elettrici che fuoriuscivano dal cofano anteriore, invece ampiamente verbalizzati e fotografati al momento del ritrovamento ufficiale nella notte tra 19 e 20 marzo. Per quanto possa sembrare incredibile, al momento pare proprio che le cose siano andate in tal modo.

Dagli elementi di cui sopra, io personalmente mi sono convinto almeno della plausibilità dell’ipotesi che quella 128 blu sia stata fatta ritrovare in base ad una qualche segnalazione di fonte ad oggi anonima.

In alternativa, si potrebbe ipotizzare che la 128 fu “ritrovata” su iniziativa della Digos in seguito al fatto che, sviluppate subito – come intuibile possa essere avvenuto- le foto della notte del 17 marzo riguardanti la 128 bianca, al massimo nella giornata del 19 la Scientifica si sia resa conto che sullo sfondo della foto della 128 bianca – come fatto da noi quasi 50 anni dopo- si vedeva una 128 blu, e gli Organi competenti decisero di attivarsi.

A quel punto, dovette sembrare inevitabile ascrivere il ritardo del ritrovamento della 128 blu ad un’inefficienza della Polizia (specie nel corso della notte del 17 marzo), di cui non a caso scrissero anche gli organi di stampa.

Come che siano andate le cose, in entrambi i casi le modalità della scoperta della 128 blu non costituiscono un evento propriamente tranquillizzante.

C’è poi un’altra stranezza, rimasta senza seguito a quanto mi risulta, riferibile alla serata del 19 marzo (lo ripeto: data di ritrovamento della 128 blu).

Un testimone della zona, Michele Cristiani  (CM- 1, vol 42, pag. 611 e segg.,  in particolare pag. 613), affermò che la sera del 19 marzo, verso le 22.00 (quindi poco dopo il ritrovamento ufficiale della 128 blu, ultima delle tre auto lasciate in Via Calvo ad essere ritrovate), aveva notato dalla finestra della sua abitazione due giovani sospetti in Piazza Mazzaresi, diretti verso via Festo Avieno (strada dalla quale si diparte via Licinio Calvo) , rilevando che uno dei due giovani era entrato, in sequenza, dentro due garage in quei pressi, poi uscendone, sempre a piedi, mentre l’altro giovane aspettava all’esterno.

Il testimone aveva infine riferito di avere rivisto uno dei due giovani, circa un mese dopo, a bordo di una 128 “sportiva”, comunicando gli estremi della targa al Dott. Gentile della Digos.

Non si conoscono l’effettuazione né l’esito di eventuali indagini da parte del predetto dott. Gentile in merito alla targa segnalatagli dal testimone; tuttavia annotiamo la stranezza di un movimento sospetto del genere, in un paio di garage limitrofi alla zona del rilascio delle due 128, giusto un’ora dopo, in quella stessa sera del 19 marzo, la scoperta da parte della Polizia della 128 blu in Via Calvo.

In definitiva, nessun elemento conduce a ritenere che prima della tarda serata del 16 marzo o delle primissime ore del 17 le forze di Polizia perlustrarono, o meglio ancora, presidiarono (cosa che forse avrebbe dovuto essere fatta), costantemente Via Calvo.

Pertanto, non esiste alcuna ragione, a mio parere, né alcun dato testimoniale o desumibile dai verbali di Polizia, che porti fondatamente ad escludere che per gli appartenenti al commando di via Fani, o loro complici, lasciare le due 128 in quella via in orario ben successivo alle 9.15 circa del 16 marzo fosse realmente più rischioso che lasciarle nell’immediatezza dell’agguato nello stesso lasso di tempo in cui invece, senza alcun dubbio, fu lasciata la fiat 132.

TERZA PARTE.

L’INCHIESTA-ARCHIVIATA – A CARICO DI PAOLO PERSICHETTI.

POSSIBILI ELEMENTI UTILI AI FINI DELLA RICERCA STORICA.

https://insorgenze.net/2021/06/30/la-polizia-della-storia/

In questo articolo, del 30 giugno 2021, disponibile al link poc’anzi riportato, tra i vari scritti sulla propria vicenda personale sul suo blog “insorgenze.net”, Paolo Persichetti, se non ho smarrito per avventura il filo del discorso da lui seguito (nel caso, me ne scuso in anticipo con l’autore), esplicita per la prima volta in modo già più dettagliato rispetto all’articolo introduttivo, che ho citato all’inizio di questo scritto, la descrizione degli eventi e delle circostanze che erano state poste all’origine dell’inchiesta a suo carico.

Si legge infatti, in questo articolo: “Di sicuro non lo sapevate, a dire il vero nemmeno io ne ero al corrente fino a quando non ho letto l’informativa della Polizia di prevenzione del 21 dicembre 2020 (N.224/B1/Sez.2/18803/2020, procedimento penale nr. 93188/20). Un rapporto che fa seguito ad una lunga serie di indagini originate nel gennaio 2019 e da cui è scaturita una ulteriore ed intensa attività investigativa che ha radiografato l’esistenza della mia intera famiglia dalla fine del 2015 ad oggi.”

Ho richiamato questo periodo del testo, in quanto costituisce – mi sembra - un’utile sintesi introduttiva per l’inquadramento della vicenda vissuta da Persichetti, espressa con le sue stesse parole.

Muovendomi quindi ad evidenziare in dettaglio il merito di quegli eventi, si legge, nell’articolo di Persichetti in questione (tutte le sottolineature e le evidenziazioni in neretto, d’ora in poi, sono ad opera mia):

“E con queste aspettative che il nuovo ministero della verità – avrebbe detto Orwell – si è intromesso nel rapporto che in questi anni ho intrattenuto con alcune delle mie fonti, ha sorvegliato il lavoro preparatorio che ha portato alla stesura del primo volume del libro Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena e apparso nel febbraio 2017. «Peraltro – scrivono nella loro informativa – Persichetti emerge nelle e-mail oggetto di analisi anche in riferimento all’invio a Loiacono di documenti riguardanti una bozza di una futura pubblicazione relativa ad una ricostruzione dell’azione di via Fani, dalla pianificazione fino alla sua conclusione. Tale materiale è poi effettivamente confluito, sebbene con alcune modifiche, in un capitolo del citato libro. Queste ultime mail, in particolare, contengono una ricostruzione dell’azione di via Fani per alcuni versi distonica rispetto a quanto accertato sinora dai processi e dalle varie Commissioni sul sequestro dell’on. Moro. Lo scopo del libro – e quindi anche di queste e-mail che ne rappresentano una bozza preliminare – è assertivamente quello di “sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani e di ribadire che “via Fani fu in tutto e per tutto un’azione operaia”. Finalità più volte esplicitata da Persichetti in più passaggi dello stesso libro….

E ancora:

…..”«Si tratta di documenti – proseguono gli autori del testo – che forniscono una ricostruzione per alcuni versi inedita, basata sul Memoriale Morucci, ed integrata sulla base dei contenuti di alcuni libri scritti dagli stessi brigatisti e delle nuove dichiarazioni rese “agli autori da Moretti, Seghetti e Balzerani nel corso di una serie di conversazioni tra il 2006 e il 2016». Ricostruzione che ad avviso della Polizia di prevenzione appare veritiera poiché «La lettura delle mail induce a ritenere che i protagonisti fossero “genuini” nella cristallizzazione dei propri ricordi, non fosse altro che per la presunzione di poter discutere in forma “riservata“ […] Una analisi integrata del materiale a disposizione, partita dai dati desumibili da queste “inedite” mail, da rapportare poi alla versione “ufficiale” presente nel libro e a quella presente nel “memoriale Morucci”, non ha evidenziato elementi di novità ad eventuali altri brigatisti o soggetti estranei alle Brigate rosse che possano aver preso parte alla strage».

Prescindo in questa sede dalle valutazioni e conclusioni dell’informativa della Polizia di prevenzione riportate nella parte finale del passaggio che ho poc’anzi trascritto dell’articolo di Persichetti,  poiché oggetto specifico di interesse di questo scritto – interesse, per quanto mi riguarda, esclusivamente storico (essendosi appunto già pronunciata la Magistratura, con l’archiviazione dell’inchiesta e dunque il disconoscimento di rilevanza penale) – sono quei contatti, già sinteticamente delineati in questo articolo dallo stesso Persichetti, con gli ex appartenenti alle BR, ai fini delle sue ricerche.

Continua, quindi, l’autore (preciso che proseguo un tentativo di sintesi, limitando la trascrizione del testo solo alle parti di interesse ai fini di questo scritto: me ne scuso, pertanto, di nuovo con l’autore, auspicando che l’insieme delle parti che sto riportando restituisca il senso di ciò che intendo porre al centro della mia disamina):

“…..secondo i poliziotti non «avrei», in reltà sarebbe stato più corretto scrivere avremmo (il libro è opera a più mani, ma alla polizia della storia fa comodo indicarmi come autore unico), riportato correttamente le informazioni raccolte. Per questo mi sarei macchiato di favoreggiamento, in particolare nei confronti di Alvaro Loiacono Baragiola. Nella relazione si sostiene che «la mancata trasposizione nel libro di alcuni passaggi invece presenti nelle email implica una scelta che potrebbe non essere solo di natura editoriale, ma anche “politica”, tenuto conto delle contraddizioni che pure erano emerse tra i racconti dei vari terroristi intervistati e tra questi e il memoriale Morucci e/o gli iscritti già pubblicati da alcuni militanti delle Br».

Affermazione impegnativa, che troverebbe senso solo se i poliziotti della storia avessero intercettato tutti i colloqui avuti dagli autori del libro in anni di incontri con i diversi testimoni e riscontrato difformità. Forse per questo sono venuti in casa, col pretesto della divulgazione di un inesistente documento riservato della commissione (le relazioni annuali e le bozze delle relazioni non rientrano in questa fattispecie) per cercare appunti, schizzi, piantine, vocali e altri materiali raccolti nel corso della preparazione del primo volume e in vista del secondo. Una ingerenza indebita nel lavoro mio e di Marco Clementi (abbiamo curato insieme la parte del libro su via Fani).

E’ un fatto gravissimo. Non può essere un’autorità di polizia o la magistratura a sindacare il rapporto con le fonti e giudicare come un ricercatore affronta le contraddizioni, le difficoltà, gli errori, le illusioni o i buchi di memoria delle fonti orali a quaranta anni dai fatti. Nella informativa si sostiene che avremmo «cassato completamente» dal libro «le funzioni inedite svolte da Loiacono rispetto a quelle riscontrate processualmente» (tornerò tra poco sulla questione)….”.

Riepilogando questo primo racconto di merito svolto da Persichetti riguardante proprio gli elementi a base dell’inchiesta, emergono dunque contatti con alcuni dei protagonisti del sequestro Moro, in parte di narrazione orale, ma in parte nero su bianco via mail, tra gli altri, a quanto si deduce dalle parole dell’informativa della Polizia di prevenzione, anche con Alvaro Loiacono, nella fase preparatoria del primo dei due libri che ho citato anche all’inizio, e cioè quello scritto con Clementi e Santalena ed edito nel 2017, ricordato anche nell’informativa della Polizia (“Brigate Rosse, dalle fabbriche”..cit.).

Ed emerge che il “punto controverso” (mi limito qui a rilevare il dato, e prescindo per ora da qualsiasi valutazione se tale “controversia” sia reale e fondata, o meno) è il possibile ruolo svolto da Alvaro Loiacono rispetto alle risultanze processuali: ovvero sia, detto diversamente, rispetto a quella che si è stratificata come ricostruzione “ufficiale” del sequestro Moro.

Allora, riprendo subito il filo seguito dall’autore, e torno quindi al punto nel quale Persichetti, nell’articolo, preannuncia per l’appunto che sarebbe a breve tornato sulla “controversia” riguardante “le funzioni” eventualmente “inedite” svolte da Alvaro Loiacono.

Nulla di meglio è allora riportare qui per intero, in proposito, il penultimo paragrafo dell’articolo in questione, intitolato “Un lavoro rigoroso:

“Chiunque abbia letto il libro conosce perfettamente il lavoro minuzioso svolto, gli elementi di novità significativi introdotti nella ricostruzione del rapimento Moro grazie a una faticosa integrazione tra fonti documentali e nuove disponibilità delle fonti orali, che non si sono tirate indietro, intenzionate a dare un contributo definitivo di chiarezza nella ricostruzione dei fatti. Abbiamo insistito con loro affinché anche il minimo dettaglio venisse ricostruito, nei limiti delle possibilità che la memoria e i documenti potevano consentire. Abbiamo assistito al processo di rimemorizzazione in presa diretta di alcuni di loro, testimoni che hanno dovuto superare e correggere errori e illusioni stratificatesi a decenni di distanza dai fatti. Oggi sappiamo come sono arrivati sul posto i brigatisti quella mattina, tutte le armi che impugnavano, come hanno organizzato l’azione, collocato le macchine, la via di fuga ricostruita nel dettaglio, e molte altre cose ancora sulla vicenda politica del sequestro, aspetti che alla Polizia di prevenzione sembrano interessare ben poco. Nonostante ciò, al momento di chiudere le bozze, alla fine del 2016, non siamo riusciti a chiarire un aspetto della via di fuga, per altro fino ad allora da tutti ignorato: ovvero come venne spostato un furgone di riserva, collocato nel quartiere di Valle Aurelia, che in caso di necessità sarebbe dovuto servire per un secondo trasbordo del prigioniero. Il confronto con gli altri testimoni che abbiamo potuto raggiungere è stato acceso ma purtroppo non risolutivo sul punto. Dovendo andare in stampa abbiamo così deciso di risolvere l’impasse delimitando l’informazione su due dati da noi accertati: non abbiamo mai scritto che Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a via Licinio Calvo insieme a Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Fiore. Abbiamo riportato quanto sostenuto da Moretti e confermato da tutti, che furono alcuni dei membri già identificati della Colonna romana che presero parte all’azione a spostare il furgone (p. 184).”

Per essere precisi, alla menzionata pagina 184 del libro “Brigate Rosse…” (cit.) gli autori avevano scritto:

“Saranno i membri della Colonna romana che hanno partecipato all’azione- spiega ancora Moretti- a occuparsi dello spostamento del mezzo in un altro quartiere per evitare che, nel caso fosse stato scoperto, potesse indirizzare le forze dell’ordine verso il quadrante di città dove i brigatisti erano passati”.

Nella nota in calce n. 35, in fondo alla stessa pagina, gli autori rinviano ad una conversazione con Moretti.

Il penultimo paragrafo, che ho sopra riportato, dell’articolo di Persichetti intitolato “La Polizia della Storia”, si trova riportato testualmente a pag. 33 del suo secondo libro del 2022 (che da quell’articolo, come ho già accennato, mutua anche il titolo), nella cui parte introduttiva, ad inchiesta a suo carico ancora in corso, egli ripercorre la genesi e gli sviluppi (fino a quel momento) dell’inchiesta stessa.

In questo secondo libro (pag. 76)-ripeto: siamo ormai nel 2022, un anno dopo quell’articolo sul blog “Insorgenze” -  nella parte in cui l’autore è ormai giunto ad affrontare i fatti del 16 marzo 1978, si riscontra tuttavia, verrebbe da dire improvvisamente (dato che ancora a pag. 33, come ho detto, l’autore riportava quanto scritto nell’articolo omonimo del 2021 e le generiche parole di Moretti sul recupero di quel furgone di riserva), una netta presa di posizione: il furgone sarebbe stato recuperato, successivamente allo sganciamento, pur senza che sia chiaro in quale momento, non più genericamente da “alcuni dei membri già identificati della Colonna romana che presero parte all’azione”, bensì solo da “Otello”, nome di battaglia di Alvaro Loiacono.

A fare da contrasto alla completa genericità dell’indicazione della tempistica del recupero del furgone di riserva (“Successivamente Otello si recò sul posto per allontanare il furgone”…La polizia..” cit. pag. 76), si riscontra appunto improvvisamente una nuova versione che si arricchisce non solo della precisa indicazione dell’autore del recupero del mezzo, ma anche di una nuova raffigurazione circostanziale dell’atteggiamento psicologico che avrebbe caratterizzato l’operato, in quel frangente, di Alvaro Loiacono:

” Otello salì sul mezzo e dopo alcuni interminabili momenti di tensione, dovuti al fatto che non trovava le chiavi, avviò il furgone e lo trasferì in zona Prati. Lo parcheggiò, scese e si allontanò con i mezzi pubblici.” (op. cit., sempre pag. 76).

Da dove nasce, nel 2022, questa improvvisa e nuova certezza sul recupero del furgone?

Facciamo un breve passo indietro, a questo articolo di Persichetti del 6 luglio 2021: https://insorgenze.net/2021/07/06/polizia-procure-e-dietrologia-la-santa-alleanza-contro-la-ricerca-indipendente-sugli-anni-70/

Sempre limitandomi ai fini di questo scritto, ne estraggo questo stralcio:

“….dulcis in fundo, come una serie americana, (il PM) ha tirato fuori l’Fbi, l’indagine internazionale (probabilmente una semplice rogatoria) sulle caselle postali elettroniche di Alessio Casimirri, ormai cittadino nicaraguense. L’intercettazione del suo traffico mail avrebbe portato – ha spiegato il pm – alla scoperta di conversazioni con Alvaro Lojacono Baragiola, suo compagno nelle Br al momento del sequestro Moro, ed oggi cittadino svizzero, Paese dove ha scontato una lunga condanna per la sua appartenenza alle Brigate rosse. I due si sarebbero intrattenuti spesso sulle vicende di via Fani ricostruendone alcuni passaggi. Fatto grave, secondo il pm, era il fatto che Lojacono conversasse prima con Persichetti che poneva domande, sollevava questioni e poi ne parlasse con Casimirri. Non ho ancora avuto accesso a queste carte, e nemmeno i giudici del riesame che hanno deciso sulla parola del pm, posso solo ipotizzare che con tutta probabilità ciò avveniva negli anni in cui era in corso il lavoro preparatorio che ha portato al libro “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera”.

Non è quindi dubbio che esistano agli atti – a prescindere, lo ripeto, della ormai conclamata irrilevanza penale nei confronti di Paolo Persichetti - degli scambi mail antecedenti la pubblicazione del libro “Brigate rosse” del 2017, che con ogni evidenza, ai nostri fini, e quindi – lo ripeto – esclusivamente sotto il profilo della ricerca storica, sarebbe di indubbio interesse poter esaminare (cosa che probabilmente, essendo ormai stata definitivamente archiviata l’inchiesta giudiziaria, un qualche ricercatore professionista potrebbe fare previa le autorizzazioni previste dalle norme in materia, presumo del Presidente del Tribunale o della Procura).

In mancanza di quei documenti (al momento, almeno), si può però ipotizzare, limitandoci necessariamente alle parole di Persichetti poc’anzi riportate, che quegli scambi mail siano appunto riferibili agli anni antecedenti la pubblicazione del libro, nel corso della sua preparazione.

Donde nasca quindi la novità contenuta nel libro del 2022 in merito all’individuazione di Loiacono quale effettivo ed unico “recuperatore” del furgone di riserva, non è al momento ben chiaro (l’autore non precisa, neppure con note in calce, da dove derivi questa notizia, che è ben più puntuale delle affermazioni, riportate da Moretti, contenute viceversa nel libro dei tre autori – “Brigate Rosse…” - del 2017, pag. 184 e nota n. 35 sopra citate).

Quindi, un’attività comunicativa preparatoria al libro “Brigate rosse” parrebbe proprio esserci stata, e deve essere stata anche intensa: di questo è lo stesso autore (o meglio, uno dei coautori), come si è visto, a darcene conto, fermo restando che è augurabile poter leggere un giorno quelle carte.

Un altro esempio in tal senso è il seguente stralcio che estraggo dallo stesso articolo che da ultimo ho citato, tratto dal paragrafo in cui l’autore riporta le “Dichiarazione di Paolo Persichetti ai giudici del tribunale del riesame presso il Tribunale di Roma – udienza del 2 luglio 2021” (anche questa parte del testo si ritrova nel libro del 2022, “La polizia..” cit., pagg. 45 e segg.):

“..Tra il novembre e la fine del dicembre 2015 ci fu un intenso lavorio che portò ad uno scambio di lettere tra il dottor Baragiola (cioè il cognome materno assunto da Loiacono dopo avere acquisito la cittadinanza svizzera: nda) e il Presidente Fioroni, un flusso comunicativo che mi pose inevitabilmente nella posizione di veicolatore dei reciproci messaggi che passavano attraverso una terza persona, un membro della Commissione. E’ nell’ambito di questo contesto, assolutamente noto al Presidente Fioroni, che ho inviato alcune pagine della bozza della prima relazione attinenti ad un punto cruciale della vicenda, su cui si focalizzava l’attrito tra il nostro lavoro di ricostruzione del sequestro e l’ipotesi portata avanti dalla Commissione, ovvero l’abbandono in via Licinio Calvo delle tre vetture con cui i brigatisti erano fuggiti da via Fani. Ed è a partire dalle richieste di chiarimenti fatte a più testimoni, non solo al dottor Baragiola, che è iniziato il lungo percorso di ricostruzione dell’azione di via Fani in tutti i suoi aspetti, logistici e politici. Un lavoro condotto in completa trasparenza, senza alcun artificio cospirativo, attraverso le mail e i vari social e appuntamenti in presenza con le fonti residenti in Italia.”

Tirando le fila delle informazioni ricavabili da questi articoli di Persichetti, è inevitabile, per avere un quadro unitario da analizzare, tornare alle affermazioni contenute nell’informativa della Polizia di prevenzione citate da Persichetti nell’articolo che ho riportato per primo, ed in particolare vale la pena, per agevolare il “distillato” del discorso che sto tendando di compiere, riportarne di nuovo questi due passaggi:

“…..secondo i poliziotti non «avrei», in reltà sarebbe stato più corretto scrivere avremmo (il libro è opera a più mani, ma alla polizia della storia fa comodo indicarmi come autore unico), riportato correttamente le informazioni raccolte. Per questo mi sarei macchiato di favoreggiamento, in particolare nei confronti di Alvaro Loiacono Baragiola. Nella relazione si sostiene che «la mancata trasposizione nel libro di alcuni passaggi invece presenti nelle email implica una scelta che potrebbe non essere solo di natura editoriale, ma anche “politica”, tenuto conto delle contraddizioni che pure erano emerse tra i racconti dei vari terroristi intervistati e tra questi e il memoriale Morucci e/o gli iscritti già pubblicati da alcuni militanti delle Br»…..

“….E’ un fatto gravissimo. Non può essere un’autorità di polizia o la magistratura a sindacare il rapporto con le fonti e giudicare come un ricercatore affronta le contraddizioni, le difficoltà, gli errori, le illusioni o i buchi di memoria delle fonti orali a quaranta anni dai fatti. Nella informativa si sostiene che avremmo «cassato completamente» dal libro «le funzioni inedite svolte da Loiacono rispetto a quelle riscontrate processualmente» (tornerò tra poco sulla questione)….”…

In sostanza, e tenuto conto di nuovo della mancanza - mentre scrivo- delle carte dell’indagine, sembrerebbe potersi affermare, se non ho capito male la narrazione svolta da Paolo Persichetti, che quanto meno una parte delle imputazioni (poi archiviate) poggiasse sul rilievo che nel libro “Brigate Rosse…” sarebbero state – a parere della polizia di prevenzione - omesse e/o non riportate fedelmente almeno una parte delle dichiarazioni di Loiacono, evidentemente contenute in quegli scambi mail triangolari con Persichetti e Casimirri.

Ferma restando la ormai acquisita irrilevanza penale dei fatti, questi ultimi, così come narrati dallo stesso Persichetti, appaiono acquisiti nella loro dimensione ormai puramente storica, e sono questi fatti che suscitano per l’appunto le riflessioni che vado conducendo.

Premetto doverosamente che potrei errare nell’interpretazione e nella lettura che sto per fare delle informazioni riprese dagli articoli e dal libro (parlo qui del secondo, quello del 2022) di Persichetti, ma, ripeto, non ho in mano la fonte primaria, cioè le carte processuali, bensì posso agire per deduzione dai suoi scritti, inclusi gli stralci delle informative della Polizia di prevenzione da lui riportati (e che ho prima ho trascritto).

Tenuta presente questa premessa, la scansione delle argomentazioni svolte da Persichetti negli articoli qui riproposti mi pare generi inevitabilmente una vera e propria necessità logica e filologica di individuare ed estrapolare dal contesto argomentativo stesso un nesso, che per quanto inespresso deve per l’appunto fondatamente essere ipotizzabile per rendere comprensibile l’insieme,  tra l’ipotesi della stessa Polizia di prevenzione e degli inquirenti, cioè dire che – sintetizzo quanto ho di nuovo poc’anzi trascritto –  il contenuto degli scambi “testimoniali”, specialmente con riferimento alle mail, oggetto di inchiesta, in particolare con riferimento alle affermazioni di Loiacono, sarebbero state riportate poi nel libro del 2017 (”Brigate rosse…”, cit.) in modo incompleto, o distorto, o parziale (rinvio, insomma, alle parole usate dalla informativa di Polizia),   da un lato, e, dall’altro, la già evidenziata attestazione da parte di Persichetti, che, per essere significativa, deve di necessità ritenersi del tutto connessa e conseguente alle ipotesi accusatorie appena dette, secondo la quale – la riporto testualmente ancora una volta – “..Dovendo andare in stampa abbiamo così deciso di risolvere l’impasse delimitando l’informazione su due dati da noi accertati: non abbiamo mai scritto che Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a via Licinio Calvo insieme a Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Fiore….”.

In altre parole, viene da supporre che se uno dei presupposti dell’inchiesta a carico di Paolo Persichetti sia stata la manifesta convinzione degli inquirenti che gli scambi informativi con Loiacono siano stati riportati in modo parziale e/o omissivo nel libro “Brigate Rosse…” , l’affermazione con la quale Persichetti attesta di non avere mai scritto nel libroche Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a via Licinio Calvo”  debba essere in qualche modo significativamente collegata a questa specifica contestazione mossagli.

E se, per essere significativa, si deve supporre che questa affermazione da parte di Persichetti sia sostanzialmente connessa alla convinzione degli investigatori in ordine alla parzialità od omissività della riproduzione nel testo delle “testimonianze” di Loiacono, ciò può significare, ad uno stadio ulteriore, direi ultimo e distillato dell’analisi, solo una cosa:

e cioè che la contestata omissione o parziale riproduzione delle parole di Loiacono, non può che riguardare – in sostanza, ce lo dice lo stesso Persichetti  -  l’assenza di Loiacono da Via Calvo, contrariamente a quanto fino ad oggi propalato da tutte le fonti “ufficiali” (che è come dire di parte ex brigatista, in primis Morucci e Moretti).

E’ un’ipotesi, certo, specialmente in mancanza della diponibilità testuale di quelle mail (torno ad invitare i ricercatori per i quali sia possibile o più agevole farlo, ad iniziare dallo stesso Paolo Persichetti,  a tentare di ottenerne la visione e /o renderle pubbliche, previa le necessarie autorizzazioni, essendo stata l’inchiesta definitivamente archiviata).

Ma è un’ipotesi che per l’appunto, sui soli dati disponibili che ho testualmente riportato, mi pare si regga perfettamente; e che semmai potrà appunto essere rifiutata solo con il disvelamento delle effettive parole scritte, o profferite, da Alvaro Loiacono (ragguagliate anche, auspicabilmente, con quanto detto o scritto da  e con Alessio Casimirri), ed acquisite agli atti.

Proseguendo in quest’ottica, occorre quindi ritornare comparativamente alle narrative memorialistiche ed editoriali, specialmente quelle che per mere esigenze descrittive definisco “non ostili” alla versione degli ex brigatisti (anche se quanto ai ricordi degli ex brigatisti – come a esempio illustrato in altra sede, ad esempio qui: https://www.sedicidimarzo.org/2025/12/le-multiformi-versioni-sullarrivo-via.html - sarebbe più conforme parlare di “molteplici versioni”).

Dov’è, dunque, Alvaro Loiacono dopo la fuga di via Fani?

L’ipotesi maggiormente probabile, a questo punto, è – come detto poc’anzi -  che ad oggi ancora non lo sappiamo.

E’ infatti individuabile un primo notevole punto di frizione tutto interno agli eventi come narrati da Persichetti e dai suoi coautori Clementi e Santalena.

Come ho riportato all’inizio di questo scritto, il capostipite della memorialistica brigatista, ovvero Valerio Morucci, non riferisce alcunchè in ordine alla disposizione dell’equipaggio della 128 bianca in fuga da Via Fani, asserendo solo che a bordo vi salirono Gallinari, Casimirri e, appunto, Loiacono: ma su chi dei tre sia stato l’autista di quest’auto, nulla viene detto dal dissociato (sorta di rompighiaccio della memorialistica “ufficiale”).

Ciò nonostante, nel libro del 2017 (“Brigate rosse..”, cit., pag. 181), gli autori, con un’affermazione all’apparenza del tutto incidentale e- se letta di sfuggita ed in modo non sistematico- tutto sommato poco significativa, posizionano improvvisamente (dopo di decenni di sostanziale disattenzione sulla questione, se si eccettua, come vedremo, un primigenio,  fondato dubbio posto da Gianremo Armeni in una sua ormai nota monografia di pochi anni prima) Alessio Casimirri (“Camillo”) al posto di guida della 128 bianca. Essi scrivono infatti, in poche ma indicative parole, nel paragrafo “6.5. Abbandonare le vetture dell’azione”: “La Fiat 128 bianca guidata da Casimirri venne regolarmente posteggiata e chiusa a chiave sul lato destro della via, all’altezza del civico 23”.

Come poc’anzi accennato, a quanto mi consta il primo ad aver affrontato espressamente, quanto meno in modo specifico ed organico, questa questione è stato lo studioso Gianremo Armeni, il quale nella monografia “Questi fantasmi- Il primo mistero del caso Moro” (ed. Tra Le Righe Libri, 2015, pagg. 233-234) - dedicata alla confutazione delle deposizioni del testimone Alessandro Marini in merito alla moto “Honda” da lui asseritamente vista in Via Fani – ha svolto alcuni passaggi argomentativi, così riassumibili:

a) prima di tutto, l’autore (pagg. 228 e segg. in particolare) ha ricordato le testimonianze processuali relative all’omicidio di Miki Mantakas, in base alle quali erano state accertate le caratteristiche fisiche che avevano condotto alla individuazione e condanna di Loiacono per quell’omicidio (altezza e riscontri fotografici sugli organi di stampa dell’epoca) ; in base a questi precedenti esiti processuali, l’autore, confrontandole con le deposizioni dei testi di Via Fani, conclude che “l’uomo col passamontagna” posizionato all’esterno della 128 bianca, nella funzione di controllo riservata al così detto “cancelletto superiore” (cioè verso Via Trionfale)  era appunto Loiacono;

b) in secondo luogo, Armeni ricorda molto correttamente ciò che poc’anzi ho già accennato anche io, e cioè che “né dal memoriale Morucci, né dalle varie istruttorie…sono mai emersi dettagli specifici che potessero aumentare le conoscenze riguardo al “cancelletto superiore”. Ignoriamo, ad esempio, chi tra Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono guidasse la fiat 128 bianca…Non sappiamo neanche se fossero entrambi fuori dell’auto nel corso dell’azione, oppure se l’autista fosse rimasto al posto di guida” (op. cit. pagg. 231-232);

c) tuttavia- sintetizzo qui sperando di non travisare l’iter argomentativo dell’autore – in base appunto alle testimonianze di Via Fani (dalle quali in sostanza si evince che fu visto un solo uomo fuori dalla 128, quello armato e con il passamontagna, e le cui caratteristiche fisiche erano più coerenti con quelle- già emerse anche processualmente- di Loiacono, e non di Casimirri) per esclusione si può ragionevolmente ipotizzare che alla guida della 128 bianca fosse rimasto Casimirri.

Teniamo quindi per fermo che alla guida della 128 bianca ci fosse Alessio Casimirri.

A questo punto, l’elemento che causa la notevole “frizione” cui mi sono riferito sopra,  è la narrazione del presunto trasbordo di Moro in Piazza Madonna del Cenacolo e, di lì, dello sganciamento dei vari automezzi, in particolare delle tre auto verso via Calvo.

Nonostante non costituisca un elemento centrale nella mia disamina, devo far rilevare che la versione del Memoriale Morucci, se ben riletta, è parzialmente difforme da quella del libro  libro “Brigate rosse..” (cosa di cui peraltro, come si evince dagli stessi stralci degli scritti di Persichetti che ho sopra riportato, ed in generale, si era già avveduta la “nota informativa” della Polizia di prevenzione); e lo è in particolare in punto che non mi sembra sia stato sufficientemente rilevato: cioè dire che nel memoriale Morucci non c’è alcuna traccia di un passaggio delle due 128 in Piazza Madonna del Cenacolo.

Nel memoriale Morucci, infatti (cfr. pag. 36 del pdf al link che ho copiato sopra)- contrariamente a quanto, nella comune descrizione degli eventi, si dà semplicisticamente per scontato -   non c’è alcun riferimento esplicito ad una sosta delle due 128 a Piazza Madonna del Cenacolo, piazza nella quale si sarebbero radunati pertanto solo la 132 con Moro, il furgone 850 per il penultimo trasbordo dell’ostaggio, e la Dyane che lo avrebbe accompagnato in copertura. Inoltre – si deduce dalla narrazione del dissociato - Gallinari avrebbe proseguito la fuga con la 128 bianca fino a Via Calvo, dove le due auto si sarebbero dunque direttamente dirette dopo la prima – e per esse unica - sosta intermedia a via Massimi-Via Bitossi.

Nel libro del 2017 in oggetto, al contrario, si legge una versione secondo la quale a Piazza Madonna del Cenacolo si sarebbero radunati tutti e cinque gli automezzi; ciò in modo peraltro controintuitivo rispetto all’esigenza di essere notati il meno possibile, ad un orario nel quale ormai le forze dell’ordine erano completamente attivate, specialmente nella zona, come dimostra il quasi tempestivo ritrovamento della 132 blu in Via Calvo.

Precisamente, a Piazza Madonna del Cenacolo sarebbe avvenuta la riunione delle due 128 bianca e blu, della 132, nonché del furgone 850 e della Dyane usati poi per la fuga verso la Standa con l’ostaggio.

La versione del libro “Brigate rosse..” del 2017 dei tre autori citati, si discosta inoltre dalla versione del memoriale Morucci (fatta propria, quest’ultima, nel 1993, anche da Mario Moretti nel suo libro intervista con le giornaliste Rossanda e Mosca)  anche con riferimento al ruolo e ai movimenti di Gallinari, perché mentre, secondo Morucci (e Moretti), Gallinari sarebbe andato con gli altri a Via Calvo, secondo questa più recente versione  (pag. 180), che tuttavia cita in nota in calce n. 26 unicamente una conferma in tal senso contenuta nel libro di Fiore (“L’ultimo brigatista”), Gallinari sarebbe sceso dalla 128 bianca per salire con Moretti sul furgone che avrebbe trasportato Moro fino alla Standa del Portuense.

In ogni caso, stando ad entrambe le versioni, quanto alle due 128 bianca e blu non è avvenuto alcun ulteriore movimento dei rispettivi equipaggi rispetto alla precedente sosta intermedia di Via Massimi-Via Bitossi.

Secondo Morucci, in particolare, in sostanza le due 128 bianca e blu sarebbero comunque immediatamente ripartite dalla prima ed unica sosta in Via Massimi- Via Bitossi  verso via Calvo,

Nel libro di Persichetti, Clementi e Santalena, a pag. 180 si legge, in proposito: “In Piazza Madonna del Cenacolo il convoglio si separò. La Fiat 132 arrivò per prima, compì un giro a semicerchio per collocarsi sul lato opposto di Via Serranti, con l’avantreno in direzione di via Balduina….Le due Fiat 128 fecero lo stesso giro per arrestarsi vicino alla 132; dalla berlina scese Gallinari per prendere posto sul furgone Fiat 850. Quindi i due mezzi (nda: cioè le due 128) ripresero la marcia per immettersi verso la parte alta di Via Balduina, svoltare subito a destra in Via Ambrosio e dirigersi verso via Calvo.”

Al trasbordo effettivo di Moro, per entrambe le versioni, avrebbero collaborato unicamente la fiat 132 (che sarebbe poi ripartita anch’essa verso via Calvo, dove fu rinvenuta dalla Squalo “4” pochissimi minuti dopo, verso le 9.20), il furgone 850 e la Dyane. Ma non le due 128.

Se si congiungono i punti di questo percorso ideale, la conclusione cui sono giunto – lo ammetto, fin troppo tardivamente – e che ho gà trattegiato innanzi, è che secondo questa narrazione non si capisce minimamente che cosa le due 128 sarebbero andate a fare, di passaggio, a Piazza Madonna del Cenacolo: se, come sostiene il volume “Brigate rosse..”  si trattò solo di far scendere Gallinari per farlo salire in accompagnamento di Moretti sul furgone, non si capisce perché Gallinari non fu fatto salire, nella sosta intermedia a Via Massimi-Via Bitossi e via Serranti, direttamente sul furgone con Morucci, o sulla Dyane con Seghetti, o, ancora, sulla 132 con Moretti e Fiore.

Prescindo qui volutamente, per non diluire il discorso centrale, dall’approfondimento della testimonianza di Elsa Maria Stocco, abitante in Via Bitossi, la quale rientrando a piedi a casa vide perfettamente la scena dell’arrivo di un’auto blu che accostò vicino al furgone in sosta davanti casa sua, dove era già in attesa un altro uomo a bordo (Morucci afferma di essersi recato a piedi verso il furgone in sosta in Via Bitossi, che era stato lasciato incustodito) ; l’autista dell’auto blu gettò nel furgone due borse, e riprese la guida del proprio mezzo, mentre l’occupante del furgone si mosse da solo con quell’automezzo: una testimonianza sempre colpevolmente ignorata e che smentisce radicalmente la versione ufficiale quanto meno di questa parte della fuga del commando.

Arriviamo quindi al cuore della questione: a Piazza Madonna del Cenacolo, a parte l’eventuale spostamento di Gallinari, le due 128 non fecero praticamente nulla di funzionale, non cambiarono equipaggio, e, soprattutto, riguardo ai presunti eventi avvenuti in quella Piazza, nessuno ha mai fatto alcun riferimento ad Alvaro Loiacono.

Supposto che l’autista della 128 bianca fosse Casimirri, non resta quindi che tornare a quanto raccontato da Persichetti (sia nel libro del 2022 che nel precedente articolo che ho citato ed in parte trascritto) in evidente relazione- sempre se non fraintendo, in mancanza, al momento, delle carte alle contestazioni che gli erano state mosse nell’informativa di Polizia e dagli inquirenti, e  cioè, all’affermazione: non abbiamo mai scritto che Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a via Licinio Calvo insieme a Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Fiore….”.

Se quindi - come ho argomentato sopra – in ultima analisi, pur in mancanza delle carte dell’inchiesta-  si può ragionevolmente arguire che l’oggetto specifico delle contestate omissioni, o riproduzioni parziali, di quegli scambi di mail riguardi la presenza di Loiacono in Via Calvo, si può concludere- almeno in questa fase e auspicando una futura disponibilità delle carte- che se Loiacono non “scese le scalette di Via Calvo” fu perché egli a Via Calvo non ci è mai arrivato.

E se a Via Calvo Loiacono non ci è arrivato – ed è questo, ciò che più conta approfondire come risultato ultimo, che dunque non riguarderebbe solo lui- ciò significa che egli  (e probabilmente non solo lui) cambiò mezzo e percorso in occasione di una precedente, effettiva e ad oggi ignota sosta, con trasbordi di equipaggi e probabilmente dello stesso Moro, diversa da quella fino ad oggi data per acquisita in Piazza Madonna del Cenacolo.

IV) CONCLUSIONI

L’auspicio che formulo conclusivamente è che siano quanto prima acquisite e rese disponibili – con le dovute autorizzazioni e cautele- per la ricerca storica le fonti testimoniali, particolarmente le mail, assunte dagli inquirenti all’origine dell’inchiesta, ormai archiviata per i suoi presunti profili penali, a carico di Paolo Persichetti.

Tuttavia, l’analisi degli stessi scritti del ricercatore e saggista, che ho qui testualmente riprodotti, induce – al momento- in via deduttiva ad ipotizzare fondatamente che le sue affermazioni, volte a sottolineare che nel libro “Brigate Rosse…”  del 2017  gli autori – tra i quali lo stesso Persichetti – non abbiano mai affermato che Loiacono scese con gli altri da Via Calvo, siano state derivate dall’opportunità, se non dalla necessità, di rispondere alla contestazione investigativa secondo la quale le testimonianze rese dallo stesso Loiacono fossero state riprodotte in quel libro solo in modo parziale e/o omissivo (così la “nota informativa” della Polizia di prevenzione, più volte sopra citata e trascritta con le parole dello stesso Persichetti).

Se ciò è quanto lecito e logico derivare dalla narrazione dell’autore, appare verosimile, alla luce delle discordanze con i dati testimoniali sulla fuga da Via Calvo e dalla narrazione, parzialmente diversa, di Valerio Morucci, ipotizzare che Alvaro Loiacono – e forse non solo lui – fu protagonista di un ben diverso sganciamento dopo via Fani e che dunque sia del tutto legittimo ipotizzare, di conseguenza, un luogo di primo raduno dei mezzi del commando, con cambio di equipaggi e probabile trasbordo di Aldo Moro, ben diverso da quello ufficialmente acquisito fino ad oggi.

Si tratta, certo, di ipotesi, le quali meriterebbero in definitiva di essere vagliate, lo ripeto una volta ancora, alla luce dell’effettivo contenuto delle mail acquisite agli atti dell’inchiesta ormai archiviata nei confronti di Paolo Persichetti.

Andrea Guidi (membro del collettivo di studi “sedicidimarzo”).

Chiuso il 28 giugno 2026.

Tutti i link acclusi risultano attivi a questa data.

 


 


 


 


  

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