mercoledì 22 maggio 2024

LA LETTERA DI MORO A RICCARDO MISASI DEL 30 APRILE 1978. FU RECAPITATA?

 

PREMESSA


Foto da LA GAZZETTA DEL SUD
Grazie alla cortesia di Paolo Mondani di Report, che ringraziamo sentitamente,
abbiamo ricevuto copia del verbale della Direzione Nazionale D.C. del 9 maggio 1978. Inutile dire che per noi che come voi seguiamo questi fatti, è stato emozionante leggerlo. Il manoscritto originale è custodito dall'Archivio Storico dell'Istituto Sturzo di Roma che lo ha fornito a Report e che successivamente,
nella persona  della dott.ssa Concetta Argiolas, ha autorizzato Mondani a passarne a noi copia, con la sola facoltà di riportarne alcuni brani di nostro interesse, escludendo però di riportare l’intero documento e, meno ancora, riproduzioni fotografiche dell’intero o in stralci. Peccato, perché ci sarebbe piaciuto mostrarvelo.

Come dicevamo la sua lettura è stata emozionante e vi è più di uno spunto che merita riflessione. Intanto il nostro Andrea Guidi ne ha subito colto uno, derivante dalle parole di Misasi verbalizzate il 9 maggio e che ritroverete nell’articolo seguente. Buona lettura.

SEDICidiMARZO

 

 

BREVI NOTE SULLA LETTERA A RICCARDO MISASI DEL 30 APRILE 1978.

FU RECAPITATA?

 

(a cura di: Andrea Guidi)

.

“Nella sostanza, nel merito delle cose cioè sono le circostanze che debbono indurre a valutare che cosa

 sia conveniente fare nel rispetto della vita, nel rapporto tra detenzione ed uccisione, nella tutela dei giusti interessi dello Stato,

nel riconoscimento delle ragioni umanitarie”

(Aldo Moro, lettera a Riccardo Misasi del 30 aprile 1978.

Lettera n. 86 del testo “Aldo Moro-Lettere dalla prigionia”, a cura di Miguel Gotor, ed. Einaudi-Saggi, 2018, pagg. 156  e segg.)

 

 

Una delle questioni più dibattute ed incerte che si agitano attorno alla vicenda del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, è quella della determinazione del numero delle lettere che l’uomo politico scrisse dal suo luogo di detenzione (o dai suoi luoghi di detenzione) e che sarebbero state recapitate ai destinatari.

Il testo di riferimento, ormai ampiamente acquisito dai ricercatori a fondamento di questo specifico profilo di studio sul sequestro dell’esponente democristiano, è il volume di Miguel Gotor citato in epigrafe, edito in una prima edizione nel 2008 (per inciso, vincitore del Premio Letterario Viareggio per la sezione saggistica in quell’anno), da ultimo edito in una nuova versione nel 2018, alla quale farò richiamo in queste note.

In base alla ricostruzione dell’Autore del saggio menzionato, l’ostaggio scrisse, tra lettere vere e proprie, alcune seconde o terze versioni, biglietti, testamenti, un composito epistolario enumerabile in complessivi 97 testi (taccio per brevità il diverso conteggio di alcuni studiosi, ad esempio Flamigni, secondo  i quali almeno una porzione documentale che Gotor considera un testo autonomo dovrebbe invece considerarsi come parte conclusiva di un altro di questi stessi testi).

Accenno qui solo sommariamente – in quanto esula dall’oggetto di queste note – alla circostanza che solo alcuni di questi testi sono a noi pervenuti in originale perché notoriamente acquisiti, durante il sequestro della personalità, in originale, dai destinatari e da essi consegnati alla magistratura, o comunque da essi resi immediatamente pubblici.

La gran parte di questi testi, invece, ci è nota solo in fotocopia di manoscritto e/o in dattiloscritto in virtù del duplice ritrovamento, a distanza di 12 anni, nell’appartamento già covo delle BR in Via Montenevoso a Milano, una prima volta nell’ottobre 1978 ad opera degli uomini del Generale Dalla Chiesa, la seconda volta nell’ottobre 1990 a seguito della casuale scoperta di una nicchia occultata in un’intercapedine, che era stata ricava dai BR all’interno del muro di appoggio di un termosifone, scoperta dai muratori durante i lavori di ristrutturazione di quell’appartamento ormai riconsegnato, all’epoca, al legittimo proprietario.

Rileva, invece, ai fini di queste note, la discussione sul numero degli scritti che sarebbero effettivamente pervenuti – e dunque che esisterebbero nel loro originale manoscritto- ai destinatari.

Secondo il conteggio riepilogativo di Miguel Gotor, le lettere effettivamente recapitate, incluse quelle di cui il recapito è a tutt’oggi incerto ma per le quali, secondo l’Autore, esisterebbero vari indizi dell’avvenuta ricezione, sarebbero 36 (op. cit. pag. 235).

Il mio personale conteggio- sempre basato sul testo del medesimo Autore, e sempre inclusi i testi di cui è incerto il recapito – mi ha condotto a rettificare il numero indicato da Gotor stesso, perché, fatte ovviamente salve mie sviste (sempre possibili data la complessità della materia),  assomma invece – in base alle sue stesse indicazioni-  a 37 testi: precisamente, secondo la numerazione ordinale di Gotor, i testi numero: 1–2–3-6-8-15–17-19-21-36-38-40-41-42-43-44-49-50-51-52-54-55-56-57-58-59-60-62-63-64-66-68-69-82-86-96-97.

Secondo un altrettanto interessante studio di Stefano Twardzik (“Sulle lettere di Aldo Moro pervenute nei giorni del suo sequestro”, Studi Storici, 2013, sezione “Opinioni e Dibattiti”, pag. 105 e segg.), questo stesso conteggio dovrebbe invece ridursi a 31 testi, dei quali 23 palesemente noti all’autorità giudiziaria, e 8 “il cui recapito è certo o pressochè certo ma che rimasero celate all’autorità giudiziaria”.

Ciò in quanto questo Autore, con vari argomenti, dubita dell’avvenuta consegna di alcuni dei testi che invece Gotor ritiene preferibile ipotizzare come recapitati.

In questa sede, per elezione da parte mia di rigorosi limiti di sintesi, tralascio - fatti salvi i brevi cenni di cui in seguito riguardo la lettera n. 86 - le argomentazioni, cui ho fatto appena cenno, e per le quali rinvio ai due testi citati, adottate rispettivamente dall’uno e dall’altro dei due Autori per ritenere preferibile o meno l’inclusione di alcune lettere, il cui recapito è tutt’oggi ignoto, nel novero, o meno, di quelle da ritenere consegnate ancorché di ciò manchi la prova.

Vale solo la pena osservare, in estrema sintesi, e scusandomi con i due Autori per la rozzezza del compendio dei loro argomenti che sto effettuando, come al di là di alcuni elementi indiziari, quali riferimenti testimoniali indiretti da parte di alcuni protagonisti dell’epoca (sostanzialmente uomini politici e/o familiari), in alcuni casi destinatari essi stessi di alcune delle missive note, o di riferimenti negli stessi scritti dell’ostaggio, manchino sostanzialmente elementi testuali certi che consentano di propendere per l’una o l’altra ipotesi.

Ritengo tuttavia di poter fare un’eccezione per la lettera n. 86 dell’ordine numerale adottato da Gotor (e come detto, ormai assunto a riferimento dagli studiosi di questo aspetto della vicenda).

Si tratta della lettera scritta il 30 aprile da Aldo Moro ed indirizzata al collega di partito Riccardo Misasi (presidente della commissione Giustizia della camera dei Deputati), da lui eletto (per quanto inutilmente), nella lettera alla DC recapitata – tramite Rana e Guerzoni- al giornalista del “Messaggero” Fabio Isman nella tarda serata del 28 aprile e pubblicata il giorno dopo da quel quotidiano, a suo delegato pro tempore alla presidenza del Consiglio Nazionale della DC, che in quella stessa lettera al partito (n. 82 di Gotor) Moro dichiarava di “convocare per data conveniente e urgente”.

Riccardo Misasi era già stato destinatario di un’altra lettera dell’ostaggio (n. 49 di Gotor), recapitata il 29 aprile e prodotta  agli atti della Corte D’Assise, ma secondo Gotor scritta già il giorno 22.

E’ centrale, ai fini di questa disamina, rilevare che in questa lettera Moro, richiamando l’amico e collega di partito all’inutilità, agli effetti del buon esito del suo sequestro, degli “argomenti del rigore”, aveva aggiunto, in esergo (la sottolineatura è mia):” Non illudetevi d’invocazioni umanitarie” (cfr. Gotor, op. cit., pag. 87).

A sostegno dell’ipotesi che anche la lettera n. 86 scritta il 30 aprile allo stesso destinatario sia stata effettivamente recapitata, Gotor indica alcune dichiarazioni del 1990 dello stesso Misasi, secondo il quale egli avrebbe in effetti avrebbe ricevuto due lettere (e non una sola) da Aldo Moro, ma le avrebbe consegnate entrambe ad imprecisate autorità: cosa che sicuramente non consta per quella in esame. Misasi escluse altresì che la seconda, ignota lettera, fosse quella in questione, ritrovata solo in fotocopia di manoscritto, poco tempo prima delle sue dichiarazioni, in quel 1990 nel secondo ritrovamento di Via Montenevoso; ragion per cui, conclude l’Autore, se fossero veritiere le dichiarazioni di Misasi alla magistratura nel 1990, dovrebbe perfino dedursi che le lettere scritte da Moro a Misasi dovrebbero essere tre, delle quali una del tutto ignota, in quanto neppure pervenutaci nel complesso documentale sequestrato a Via Montenevoso nel secondo ritrovamento.

Inoltre, Gotor rileva come Moro stesso in una lettera a Guerzoni abbia fatto riferimento ai “tre scritti” a Misasi (Gotor, op. cit. pag. 233).

L’Autore sottolinea assai opportunamente come purtroppo l’autorità giudiziaria non rilevò l’incongruenza delle affermazioni di Misasi.

Gotor, in definitiva, include – oltre ad alcune altre – anche questa missiva nel novero di quelle per le quali l’effettivo recapito possa essere affermato con “sufficiente certezza” (Gotor. Op. cit. pag. 235).

Viceversa, come sopra ho accennato, Twardzik afferma che, anche quanto a questa missiva (quelle in dubbio sono 5), “i riscontri non sono così risolutivi e l’asserita certezza andrebbe più realisticamente ridimensionata nell’ordine di una ragionevole probabilità”. (Twardzik, op. cit. pag. 121).

Posto che semanticamente tra “sufficiente certezza” e “ragionevole probabilità” a mio parere non vi è uno scarto degno di nota, il punto meritevole di esame è se esistano, almeno per la lettera in oggetto, elementi esogeni di riscontro che convergano verso una possibile soluzione del rebus dell’avvenuto recapito, o meno, di questa lettera, a Riccardo Misasi.

Ebbene, in termini di “riscontri” esterni, quanto a questa seconda lettera indirizzata a Misasi, oggetto di queste note, un appiglio che, per quanto sfumato nella sua formulazione letterale necessariamente sintetica, mi sembra rilevante, si rinviene nei verbali della famosa e tragica, per le circostanze di tempo in cui si verificò, riunione della Direzione Nazionale della DC del fatale 9 maggio 1978 che abbiamo potuto leggere con le modalità esplicitate in premessa.

Muovendo dal testo della lettera di Moro, l’ostaggio ricordava al destinatario, nell’incipit, di averlo prescelto quale suo “portavoce, si tratti poi del Consiglio Nazionale, o della Direzione del Partito..”, e precisava di inviargli, ai fini del dibattito “alcune considerazioni utili..le quali però, a differenza delle altre, hanno carattere confidenziale e non sono destinate alla pubblicazione”.

Possiamo agevolmente convenire con Gotor (nota n. 2 in calce, op. ci. Pag. 159), sul fatto che con questa lettera, che Moro vuole espressamente che resti riservata, il prigioniero imbastisce un vero e proprio “canovaccio”, un discorso, in sostanza bello e pronto per colui che egli stesso aveva designato quale proprio alter ego nella prevedibile, imminente  discussione nelle sedi competenti del Partito.

Il contenuto della lettera, in estrema sintesi, procedeva per gradi lungo un percorso lungo il quale Moro ricordava, prima di tutto, come fin dal suo primo scritto (in sostanza, la prima lettera a Cossiga), la risposta istituzionale e negli organi di informazione (che quella primigenia lettera pubblicarono per scelta delle BR,  le quali tradirono la promessa fatta a Moro di tenerla riservata, come egli avrebbe invece voluto conformemente alla sua iniziale strategia “difensiva”)  fu di ritenerlo non in sé, non credibile e non autentico.

Moro stigmatizzava, poi, le reazioni di chiusura alle proposte di apertura manifestate da Craxi per la trattativa (Moro citava ad esempio paradigmatico in tal senso una reazione dell’On. Zucconi) e, premesso un inciso abbastanza enigmatico sul fatto di non sapere “che cosa sia avvenuto…nei minuti tra il mio rapimento e la presentazione del Governo alle Camere”, lamentando l’immediata “enunciazione della c.d. linea rigida di difesa della Costituzione (ma in che senso poi?)”  (la sottolineatura è mia),  egli proseguiva evidenziando – come già fatto nella prima lettera a Cossiga- di trovarsi nella condizione di prigioniero anche, a suo dire, a causa delle carenze del servizio di scorta, chiedendo, e chiedendosi, in sostanza, come fosse concepibile, data la sua statura politica, il trattamento riservatogli a livello istituzionale prima e dopo il suo sequestro.

Questa premessa gli serviva per agganciarsi alla posizione manifestata solo il giorno prima – rispetto al momento di scrittura di questa lettera – dall’esponente socialista Riccardo Lombardi, pubblicata dai quotidiani il 29 aprile, secondo il quale in sostanza non si comprendeva come, se in casi di sequestro collettivo, ad esempio di agenti di custodia nelle prigioni, nessuno avrebbe escluso una trattativa, per quale motivo ciò si sarebbe dovuto ora ritenere inammissibile per la situazione in cui versava Aldo Moro.

Per l’esattezza, Lombardi aveva dichiarato che se i 5 uomini della scorta, anziché essere assassinati, fossero stati sequestrati, era lecito supporre che nessuno avrebbe condannato od ostacolato una trattativa per la loro liberazione, come appunto era già avvenuto in caso di sequestri di agenti di custodia (cfr. Gotor, op. cit., nota in calce n. 13, pag. 158).

Moro, nella lettera, andava abilmente in scia all’esponente socialista, ribadendo che se in caso di sequestro collettivo “lo Stato tutelerebbe meglio i propri interessi (a parte i problemi umanitari) accedendo allo scambio”, anziché negandolo, come argomentato il giorno prima dal politico socialista, chiosava: “Che cosa cambia in linea di principio se il prigioniero è uno?”

Moro incitava pertanto il suo interlocutore e destinatario, pur parlando in prima persone, ad indurre a far valutare cosa fosse “conveniente fare nel rispetto della vita, nel rapporto tra detenzione ed uccisione, nella tutela dei giusti interessi dello Stato, nel riconoscimento delle ragioni umanitarie” (la sottolineatura è mia).

Ricordato anche l’esempio dei “casi dei palestinesi”, e sottolineata la peculiarità assunta in generale dai fenomeni di “guerriglia”, Moro evidenziava infine, nuovamente, che per i problemi generati da questo tipo di situazione, la soluzione non poteva lasciare “estraneo il Comitato per la Croce Rossa ed il così detto diritto umanitario che è in elaborazione”. (La sottolineatura è mia).

In conclusione, Moro esortava espressamente la Direzione D.C. – con ciò esortando quindi Misasi a rappresentare in quella sede la sua posizione – ad abbandonare la linea della fermezza, dicendo “basta prima che il danno diventi ancor più grave ed irreparabile”.

Tenendo presente quanto da lui scritto nell’esergo, poc’anzi evidenziato, nella precedente lettera a Misasi (” Non illudetevi d’invocazioni umanitarie”), il cambio di prospettiva è radicale: in questa seconda lettera Moro richiama espressamente per due volte il ricorso a ragioni, ed al diritto, umanitari.

Altrettanto rilevante ai fini di queste note, come si vedrà, è a mio parere il richiamo e l’invito incidentale all’interpretazione dubitativa del dettato costituzionale.

Occorre analizzare a questo punto cosa disse Misasi nel corso della riunione della Direzione D.C. del 9 maggio; ovviamente, nei limiti e per come e quanto verbalizzato e giunto fino a noi.

Ritengo che per comprendere appieno le parole di Misasi riportate dal verbalizzante, sia imprescindibile tenere presente:

a)     La forma del documento. In quanto appunto “verbale”, necessariamente una rappresentazione sintetica e finanche fredda delle opinioni manifestate realmente in quella sede;

b)     L’ovvia, intuitiva difficoltà di Misasi stesso di muoversi in un precario equilibrismo tra l’osservanza alla linea del Partito e dello Stato, da un lato, e la rappresentazione del pensiero dell’amico e raffinato politico ostaggio dei sequestratori, in lotta per la sua stessa sopravvivenza, dall’altro.

Preliminarmente, va evidenziato che il segretario Zaccagnini aveva ricordato che si doveva, in quella sede, approvare prima di tutto un documento sul quadro politico e sul sequestro dell’On. Moro. Il segretario aveva ricordato, nella prolusione iniziale, che erano state esplorate tutte le ipotesi prospettate, inclusa quella socialista, concludendo che:

“Per la vita di Aldo Moro faremo tutto quanto è possibile nell’ambito della Costituzione e delle leggi dello Stato per favorirne il ritorno alla libertà”.

Zaccagnini dichiarava quindi maturi i tempi per la convocazione del Consiglio Nazionale, rinviando a data prossima e successiva alla tornata elettorale del 14 maggio, e dando quindi lettura della bozza di documento proposto.

Alcuni esponenti DC – in particolare Gonella - intervenuti prima di Misasi avevano manifestato l’opinione di esprimere con maggior chiarezza la tesi della fermezza, ribadendo il giudizio sulla “non autenticità” del pensiero manifestato da Moro nei suoi scritti.

Riccardo Misasi, giunto il suo momento, diede prima di tutto una sua lettura delle parole complessive di Gonella, sintetizzandole (almeno per quanto verbalizzato) con la formula:

Il rischio di perdere tutto senza salvare Moro. E’ questo in sintesi il dramma che ci ha ricordato l’on. Gonella”.

Il verbale delle dichiarazioni di Misasi prosegue, poi (le sottolineature sono mie): “Esamina gli aspetti umani legati alla vicenda Moro. Non riesce a convincersi che per rispettare i 5 morti di Via Fani, bisogna aggiungerne un altro….Suggerisce alcune correzioni al documento (“liberare”, anziché “salvare”, l’On. Moro)”.

E ancora (sottolineature mie): Le BR esistono purtroppo…Bisogna fare un discorso realistico, che prevenga qualsiasi divisione, che darebbe un alibi ai criminali assassini…Se lo Stato con i suoi mezzi normali non riesce a garantire la piena libertà ad un suo cittadino, è necessario riflettere se non sia il caso di usare mezzi straordinari.

Rischi probabili e cose certe. La fermezza presenta anche un grande valore morale, però non è sufficiente a salvare Aldo MoroCostruire le premesse per una seconda Repubblica, agevolando la solidarietà tra le forze democratiche. Forza quindi ad un’iniziativa politica che dia spazio ad una attuazione dei diritti Costituzionali…Convocare il C.N. dopo le elezioni del 14/5”.

CONCLUSIONI.

Riccardo Misasi, nella riunione della Direzione D.C. del 9 maggio, espresse con ogni evidenza, pur nelle forme e nei limiti di quel consesso e nell’angusto perimetro dettatogli dalla notoria posizione del Partito e del Governo (nonché del principale alleato di Governo della D.C., cioè il PCI) concetti del tutto analoghi a quelli manifestatigli da Moro nella lettera n. 86 che ho esaminato.

Non emerge l’opportunità né la necessità di stabilire un ordine di importanza di questi concetti, fatta eccezione per quello che a mio parere deve ritenersi come il perimetro di riferimento tracciato dallo stesso Misasi ed entro il quale egli dimostra di volersi muovere in quella sede, perimetro che può essere identificato nella sua palese affermazione secondo la quale:

La fermezza presenta anche un grande valore morale, però non è sufficiente a salvare Aldo Moro”.

Con questa delimitazione essenziale, i concetti espressi dall’On. Misasi che rinviano alla lettera a lui scritta da Aldo Moro - ma di cui è ancora oggi ignoto il recapito o meno - possono essere agevolmente individuati come segue:

a)     Il richiamo agli aspetti umanitari, che anche nella lettera di Moro, come si è visto, costituiva un elemento di novità radicale rispetto alla espressa indicazione dell’ostaggio contenuta nella sua lettera di pochi giorni prima, recapitata con certezza a Misasi;

b)     Il richiamo all’impossibilità di capacitarsi di come, per onorare i 5 morti di Via Fani, se ne dovesse sacrificare un sesto. Questo aspetto, se letto con sottigliezza, costituisce l’esatto riflesso speculare della posizione espressa da Lombardi prima, e ribadita da Moro poi: una volta assassinati i 5 uomini di Via Fani, e non ponendosi quindi, in concreto, il problema di una trattativa per la loro liberazione nell’ipotesi di un loro eventuale sequestro, a Misasi restava unicamente di manifestare la conclusione espressa da Lombardi, e cioè (se si sarebbe verosimilmente trattato per 5 uomini), perché far morire (anche) Moro?

c)     La constatazione dell’esistenza del fenomeno terrorista, associato alla necessità di adottare “mezzi straordinari”. Dato il richiamo di poche parole dopo, da parte di Misasi, alla “attuazione dei diritti costituzionali”, il suggerimento di adottare mezzi straordinari non può evidentemente essere inteso come riferito a mezzi straordinari di repressione e limitazione delle libertà costituzionali. Il contesto delineato da Misasi, con la premessa dell’esistenza del fenomeno brigatista, pare proprio, al contrario, richiamare il periodo della lettera di Moro in cui il prigioniero affermava che davanti a situazioni di guerriglia doveva ammettersi il ricorso allo scambio di prigionieri anche in base al diritto umanitario, cioè anche in base a norme di prassi e non codificate.

d)     Il richiamo di Misasi, appunto, all’attuazione dei diritti Costituzionali, associato alla sua di poco precedente evidenziazione degli “aspetti umani” della vicenda, mi pare da intendere chiaramente collegabile al passaggio della lettera di Moro in cui egli, ricordando l’immediata rigidezza dei partiti e delle istituzioni a difesa della Costituzione, segnava, sia pure incidentalmente, il punto della necessità di doversi intendere, a suo parere, sul significato di quella difesa (“ ..ma in che senso, poi?”, si era ed aveva infatti chiesto il prigioniero).

e)     Il ripetuto richiamo di Misasi alla “libertà”  (piuttosto che alla “salvezza”) del prigioniero, si iscrive a mio parere nuovamente nel concetto moroteo dello scambio in situazioni eccezionali, ed è quindi un necessario corollario di quanto detto poc’anzi al punto c).

 

Non è dato sapere se le dichiarazioni di Misasi alla magistratura nel 1990 in merito alle lettere di Moro da lui ricevute fossero veritiere, e dunque se si debba ipotizzare perfino l’esistenza di una terza lettera, oppure se esse furono dettate – come ipotizza Gotor – dal notevole imbarazzo, rispetto al 1978, per la scoperta della fotocopia del manoscritto di quella in oggetto, che evidentemente egli – se la ricevette – non aveva mai reso nota a nessuno, tanto meno alle autorità (come d’altronde Moro stesso aveva richiesto nell’incipit).

Ritengo francamente più verosimile la seconda ipotesi.

 

Pertanto, a mio parere, si può concludere che le dichiarazioni di Misasi nel corso della Direzione D.C. del 9 maggio costituiscano un forte indizio della ricezione da parte sua della lettera n. 86 dell’ordine dell’epistolario moroteo fissato da Miguel Gotor.

 

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