lunedì 7 dicembre 2020

UNO STRANO MESSAGGIO "DALLA PRIGIONE DEL POPOLO"

 

"RASSICURATEMI INCIDENTE FERROVIARIO BOLOGNA"

BREVE NOTA SUL "CANALE DI RITORNO"

 TRA LA PRIGIONE DI ALDO MORO E L'ESTERNO

 

 (a cura di: Andrea Guidi)


IL "TELEGRAMMA" DETTATO DA MORO
L'esistenza di una via di comunicazione bidirezionale tra la prigione di Aldo Moro
e l'esterno, in particolare con gli ambienti dei suoi familiari e dei suoi collaboratori, costituisce come noto uno dei più controversi ed importanti aspetti della complessiva vicenda del sequestro e dell'omicidio dell'uomo politico.

 


Un tassello fondamentale, nell'apparizione sulla scena della complessiva ricostruzione e rappresentazione di questa grande tragedia italiana dello specifico e fondamentale riquadro di quello che è stato definito in più sedi “canale di ritorno”, fu la pubblicazione da parte del giornalista del settimanale “L'Espresso” Mario Scialoja, sul numero del settimanale del 17 febbraio 1980, dell'articolo intitolato “Cinque segreti su Moro e dintorni”.

 

Nell'articolo, in sintesi, il giornalista – dimostratosi notoriamente molto attento al sequestro Moro sia durante che dopo la tragica conclusione della vicenda  - 

scrisse, tra le altre cose, che durante i cinquantacinque giorni del sequestro una delle figlie dell'uomo politico -  indicata in sede dibattimentale dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti in Agnese Moro (CM-1, vol 78, pag. 35, e pagg. 81-82)- si era recata a Bologna per contattare un magistrato onde metterlo in contatto con i sequestratori del padre al fine di fargli assumere la “difesa” dell'ostaggio nel “processo popolare” in corso; scrisse, inoltre, Scialoja, che Moro era venuto in possesso di certi, non meglio precisati, documenti consegnati dall'esterno della prigione e finiti dunque nelle mani dei suoi sequestratori. La circostanza, continuava l'autore, aveva fatto arrabbiare molto il ministro Cossiga, allorché egli venne a conoscenza della cosa.

 

Lo scopo di questa analisi, va premesso, non è quello di affrontare il nodo, comunque fondamentale, della natura e del contenuto dei documenti che potrebbero avere raggiunto nella “prigione del popolo” l'illustre ostaggio (e i suoi sequestratori) , questione per la quale rinviamo per brevità al fondamentale testo organico di Miguel Gotor "Aldo Moro- Lettere dalla prigionia", ed. Einaudi, 2008, II ed. 2018, nonché, per esulare dalla pubblicistica tradizionalmente più diffusa e conosciuta, al saggio liberamente fruibile in rete di Giuseppe Michelangelo D'Urso, dal titolo “Ancora sul canale di ritorno - Nomi, tempi e luoghi per consegnare L'Agendina del Presidente” , disponibile al link:

https://www.academia.edu/6535908/Ancora_sul_canale_di_ritorno_Nomi_tempi_e_luoghi_per_Lagendina_del_Presidente  (di quest'ultimo saggio, per quanto importante nel cogliere il possibile ruolo rivestito dalla “rubrichetta verde” alla quale Moro stesso accennò in una delle prime lettere alla moglie ufficialmente non recapitata, non ci sentiamo tuttavia di condividere la portata riduttiva della qualità e quantità di documenti che, secondo la tesi dell'Autore, avrebbero potuto raggiungere dall'esterno la prigione di Moro; ma non è questa, come si è premesso, la sede per discutere nel merito il saggio segnalato nè la questione generale della natura dei documenti che potrebbero avere raggiunto Moro nella prigione).

 

In questa sede ci limitiamo piuttosto ad affrontare la questione portante, ovvero sia, prima di tutto, se un “canale di ritorno”, nei termini anzi detti,  fu attivato, durante il sequestro.

 

L'esistenza di questo canale comunicativo da e verso la prigione di Moro, sebbene ipotizzata, supposta, sostenuta da più parti (essenzialmente in base a svariati riferimenti contenuti nell'epistolario del leader democristiano che ne lasciano intravvedere l'attivazione, in particolar modo dopo il secondo e più ampio ritrovamento delle copie dei suoi scritti autografi avvenuto nell'ex covo brigatista di Via Montenevoso a Milano nell'ottobre 1990, che portò alla luce anche lettere fino ad allora inedite rispetto a quelle conosciute a seguito del primo ritrovamento dei soli dattiloscritti di dodici anni prima), non ha ad oggi ancora conseguito il crisma della certezza, in mancanza di quello che probabilmente costituirebbe l'unico riscontro probatorio pieno: cioè dire una testimonianza in senso  affermativo da parte dei depositari della conoscenza di questi ipotizzati scambi informativi,  ovvero sia gli ex brigatisti,  i familiari e gli ex collaboratori del Presidente della DC e chi, comunque - incluso  don Antonello Mennini (oggi assurto alla carica di Nunzio Apostolico Pontificio) - nei giorni del sequestro fece da tramite per il recapito delle lettere e dei messaggi ufficialmente noti; i quali, tutti, hanno via via fornito versioni agnostiche, elusive, riduttive, o decisamente negatrici dell'esistenza di questo canale comunicativo.

 

Eppure, l'articolo di Mario Scialoja poc'anzi ricordato, per quanto limitato agli specifici aspetti dell'ipotizzato canale di ritorno da esso trattati, costituì a suo modo, in proposito, lo scoperchiamento di un vero e proprio vaso di Pandora: in merito al suo contenuto e in varie sedi, infatti, più di un protagonista dell'epoca venne interrogato dalle autorità competenti.

 

Nella seduta del 13 gennaio 1981 davanti alla prima Commissione Parlamentare di Inchiesta sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro (d'ora in vanti, CM-1), il figlio dell'uomo politico, Giovanni Moro, rispondendo a una specifica domanda del Sen. Sergio Flamigni del PCI che chiamava in causa proprio l'articolo di Mario Scialoja,  negava in sostanza l'esistenza di un canale di ritorno (CM-1, vol, 7, in particolare pag. 95 del pdf, pag. 89 del volume),  lamentando anzi che un'ipotesi del genere finisse strumentalmente con il costituire la famiglia dell'uomo politico in una sorta di caprio espiatorio nell'ambito della vicenda dei supposti canali occulti istituitisi, durante il sequestro, tra i sequestratori e l'esterno della prigione.

 

In sede di dibattimento processuale, all'udienza dell'11 ottobre 1982 (CM-1, vol. 78, pagg. 437 e segg.) , l'ex ministro Cossiga dichiarò, sempre in merito alle notizie riportate nell'articolo di Scialoja, con una mezza negazione ed una mezza ammissione - rivelatasi conforme, con il senno del poi, ad una sua “cifra comunicativa” che ne ha caratterizzato le esternazioni - di non essere stato a conoscenza di “furto” di documenti nello studio privato di Moro in Via Savoia, ma di avere attivato i servizi informativi in ordine alla qualità di conoscenze dell'ostaggio in materia di sicurezza atlantica e interna che avrebbero potuto essere rivelate ai suoi sequestratori, ricevendo una risposta tranquillizzante; precisando tuttavia, a ulteriore richiesta del Presidente della Corte d'Assise di Roma, che la risposta dei servizi di informazione fu “negativa” in ordine a segreti dell'alleanza atlantica o politico-militari, “ma non in relazione ad un furto di documenti”.

 

 

L'ex Questore di Roma all'epoca del sequestro, Emanuele De Francesco, sempre in sede dibattimentale all'udienza del giorno successivo a quella di Cossiga, interrogato anch'egli in ordine all'articolo di Scialoja, sullo specifico punto del prelevamento di documenti dallo studio di Moro in Via Savoia e consegnati ai sequestratori si limitò sommariamente a rispondere riportando un proprio personale giudizio di non attendibilità (CM-1, vol. 78, pagg. 536-537): versione, quest'ultima, che ovviamente implicava l'impossibilità di negare con certezza che quello scambio fosse avvenuto  e si poneva, piuttosto, oggettivamente, nella linea seguita appena il giorno prima dal suo ex superiore gerarchico.

 

All'udienza dibattimentale del 4 novembre 1982, Mario Scialoja rivelava infine la fonte delle informazioni riportate nel suo articolo, indicando nel professor Stefano Silvestri, dirigente dello IAI (Istituto Affari Internazionali), membro prescelto da Cossiga, con altri,  per il Comitato ristretto di esperti da lui creato per la gestione della crisi durante il sequestro, il latore di quelle notizie (CM-1, vol 79, pagg. 403  e segg.).

 

Nel corso della deposizione, in sintesi Scialoja confermò quanto scritto nell'articolo, ricordando che fino ad allora non era stato smentito e che anzi implicitamente il Presidente del Consiglio Andreotti  (della cui deposizione, sopra ricordata, per inciso egli doveva essere ben a conoscenza) poco tempo primo aveva confermato quanto meno la parte riguardante il contatto tra la figlia di Moro, Agnese, ed un magistrato di Bologna.

In sostanza, dalla deposizione del giornalista uscì confermata l'ira di Cossiga alla notizia della fuga di documenti dai “cassetti” di Moro verso i suoi sequestratori.

 

Messo a confronto con Scialoja, all'udienza dell'8 novembre 1982 Stefano Silvestri, palesando un palpabile imbarazzo (CM-1, vol. 79, pagg. 464 e segg), pensò di poter ridurre la portata delle sue confidenze al giornalista qualificando lo stato d'animo di Cossiga in termini di “irritazione” per la possibilità che documenti in mano di Moro avessero preso la via della prigione dell'ostaggio; come se riqualificare la vicenda in termini di irritazione, anziché di arrabbiatura od ira di cui aveva scritto Scialoja, mutasse la sostanza della questione.

 

Questa premessa è utile per rilevare, per quanto interessa in questa sede,  che le prese di posizione e le risposte fornite dalle persone che in ruoli di rilievo furono investiti della questione, dall'autore dell'articolo, a Silvestri, passando per Cossiga e Andreotti, poggiano necessariamente sul presupposto inespresso che l'ipotesi che un "canale di ritorno" sia esistito appare a dir poco fondata, se non proprio scontata.

 

Tuttavia, il problema dell'esistenza di una via comunicativa bidirezionale tra l'esterno e l'interno della triste cella dell'ostaggio va oltre, come si è già osservato, lo specifico aspetto dell'effettiva consegna o meno di documenti dall'esterno all'interno della prigione dell'uomo politico e del loro possibile contenuto, affermata nell'articolo di Scialoja, ed assume anzi rilievo generale, come emerge dall'esegesi complessiva di svariati indizi contenuti nell'epistolario di Aldo Moro dal carcere del popolo, indizi sui quali qui si soprassiede, rinviando tra tanti, per brevità, al testo di Miguel Gotor sopra ricordato.

 

Tra questi indizi, è' specifico scopo di questo breve saggio, al fine di rispondere alla domanda fondamentale se “canale di ritorno” vi fu, di evidenziare uno specifico scritto moroteo dalla prigione che ci pare sia stato totalmente dimenticato in tutte le sedi che si sono occupate di questo aspetto della ricerca, e che invece costituisce, ad avviso di chi scrive, uno dei più forti segnali dell'esistenza del canale comunicativo tra l'esterno e l'interno della prigione di Moro e viceversa.

 

Si tratta di un breve messaggio alla famiglia (documento n. 37 del testo di Gotor citato) nel quale  Moro affronta, come si vedrà, un tragico episodio di cronaca, al quale rimanda indirettamente, tra l'altro, la parte dell'articolo di Mario Scialoja prima esaminato nella quale si dava conto della  presunta ricerca di contatti di uno dei figli con un magistrato.

Si badi bene, l'evento cui si riferisce Moro  nello scritto di cui tra poco si darà conto, esalta ancor più la bontà dell'articolo dell'informatissimo giornalista – al punto da spingere lo studioso a domandarsi incidentalmente una volta di più quale circuito informativo si attivò nella fattispecie nell'entourage del cronista – perché nel 1980, data dell'articolo, il manoscritto moroteo in questione era totalmente sconosciuto; esso sarebbe poi stato infatti ritrovato in fotocopia solo dieci anni dopo, nell'ottobre del 1990, in occasione del secondo clamoroso ritrovamento della versione più ampia, sia pure in fotocopia, dei manoscritti di Moro.

 

Bisogna dunque ritornare per un momento all'articolo di Scialoja, e alle conseguenti varie dichiarazioni di Andreotti, Cossiga ed Agnese Moro.

 

La signora Agnese Moro, audita dalla CM-1 il 16 dicembre 1980 (dunque pochi mesi dopo la pubblicazione dell'articolo di Scialoja) , alla specifica domanda del senatore Flamigni sul fatto se fosse vero quanto scritto da “L'Espresso”, e cioè che fosse andata a Bologna durante il sequestro per convincere un magistrato ad assumere il ruolo di “difensore” del padre nel “processo popolare” nei suoi confronti, rispose perentoriamente: “No, è assolutamente falso”. (CM-1, vol 7, pag. 22).

 

Giova ripetere che, a prescindere dal fatto che la signora Agnese Moro possa benissimo avere affermato la verità di fronte all'Organismo Parlamentare, alla data della sua audizione era del tutto ignoto il manoscritto del padre in questione (scoperto, come detto, solo dieci anni dopo), per cui non sorprende che la questione sollevata in quei termini dal senatore Flamigni si sia esaurita, in quella sede, con la perentoria risposta della figlia di Aldo Moro.

 

 

Giulio Andreotti (CM-1, vol 78, pag. 35, e pagg. 81-82, citate) , riferì in dibattimento di avere saputo da Sereno Freato (uno dei principali collaboratori di Aldo Moro) che la figlia di Moro, Agnese, aveva cercato il contatto con un magistrato, confermando con ciò implicitamente il contenuto dell'articolo di Scialoja, che aveva parlato espressamente di un magistrato di Bologna;

 

 

Nel corso dell'audizione dibattimentale di Cossiga, sopra richiamata, venne confermato che la figlia dell'on. Moro che si sarebbe recata a Bologna  era Agnese; emerse anche il nome del giudice bolognese contattato per quell'incarico, il giudice Tardino (audizione Cossiga sopra citata, e prolusione dell'avv. Tarsitano, vol 78, pagg. 472 e seguenti).

In particolare l'Avv. Tarsitano pose correttamente il quesito sul perché si attivò Agnese Moro: cosa sapeva e come lo aveva saputo?

 


Qual è, dunque, lo scritto di Moro di cui stiamo parlando, emerso dall'ex covo brigatista di Milano solamente nell'ottobre 1990?

E', per l'appunto, questo anomalo messaggio di Moro alla famiglia, anomalo nella sostanza e soprattutto nella forma; uno scritto composto come un irreale telegramma dettato idealmente dall'ostaggio quasi che egli fosse comodamente seduto alla sua scrivania di uomo   politico tra i più potenti della Repubblica, e invece scritto con grafia disallineata nella tragica posizione di prigioniero di ignoti sequestratori che, con lui, tenevano in ostaggio la Repubblica stessa ; questa è la copia del manoscritto presente nei documenti della Commissione Stragi (dal sito dell'On. Gero Grassi, documentazione della Commissione Stragi):

 

http://www.gerograssi.it/cms2/file/casomoro/DVD2/X%20LEG%20DOC%20XXIII%20N%2026.PDF:

 



Non  c'è dubbio: il fatto tragico di cronaca cui Moro si riferisce in questo scritto del tutto eccezionale, intesa l'espressione nel senso letterale del termine, in virtù della forma, della sostanza, e della stessa intestazione alla “stampa”, con tanto di indicazione del numero di telefono privato di casa Moro, è la sciagura ferroviaria occorsa il 15 aprile 1978 nei pressi di Bologna (dall'archivio liberamente disponibile in rete dell'ex quotidiano del PCI, “L'Unità”, edizione del 16 aprile 1978), articolo al centro e a destra sotto il titolo di apertura:

https://archivio.unita.news/assets/derived/1978/04/16/issue_full.pdf:

 


 Se ripercorriamo le deposizioni sopra ricordate, è evidente la stretta connessione con il “processo popolare”: il fatto tragico, l'incidente ferroviario, accadde lo stesso giorno, 15 aprile, nel quale le BR annunciarono simbolicamente la conclusione del processo stesso e la (scontata) condanna a morte di Moro.

 

Una contestualità che alla luce della ricostruzione a posteriore dei fatti, scoperto lo scritto di Moro solo nel 1990, partendo dall'articolo di Scialoja e dalle dichiarazioni in tempi non sospetti di Andreotti, Cossiga e dell'Avv. Tarsitano, consente di ipotizzare fondatamente che Moro fosse a conoscenza del viaggio verso Bologna intrapreso da un suo familiare, e non è illogico ipotizzare  il corollario che gli fossero anche note le ragioni di quel viaggio.

 

Così come fu viceversa ben intuito dall'Avv. Tarsitano, nel passaggio dibattimentale sopra riprodotto, il fatto che anche ad Agnese Moro dovette essere ben noto lo svolgimento in corso del processo popolare nei confronti del padre, non solo, ma anche delle modalità dello svolgimento e della proposta, da parte di qualcuno dei “contendenti”, di fare ricorso a un qualche magistrato o altro professionista del diritto per assumere le vesti formali di difensore di Aldo Moro in quello sbilanciato ed inquisitorio contenzioso.

Agnese Moro aveva già deposto in dibattimento nella precedente udienza del 20 luglio (1982), ma in quell'occasione la vicenda descritta nell'articolo di Scialoja non venne trattata (Vol. 77, pagg. 115 e segg.).

 

In conclusione, va tenuto per fermo che ci muoviamo nel campo delle ipotesi, perché come detto manca una prova, quanto meno testimoniale, degna di questo nome idonea ad attestare con certezza l'esistenza di un canale informativo a filo doppio tra l'esterno e l'interno della prigione di Aldo Moro; tuttavia si deve anche aggiungere che la negazione da parte di Agnese Moro di essersi recata a Bologna in quel frangente non sposta di per sé i termini della questione, alla luce del manoscritto di Moro che qui abbiamo presentato: Aldo Moro esprimeva la specifica e concreta preoccupazione, manifestazione puntuale della percezione di un reale pericolo, che qualcuno di suoi cari fosse rimasto coinvolto in quella sciagura ferroviaria.

 

Lo scritto di Moro in oggetto, dunque, analizzato nel contesto dei fatti ad esso coevi o successivi che abbiamo esposto, rappresenta comunque a nostro avviso una dei più concreti elementi  sino ad oggi emersi – a prescindere da se poi effettivamente qualcuno dei suoi congiunti si recò oppure no a Bologna durante il sequestro-  a sostegno dell'ipotesi che nei cinquantacinque giorni del sequestro sia stato operativo ed efficiente un “canale di ritorno” tra la prigione di Aldo Moro e l'esterno; e viceversa.

 

Con il corollario che, se l'ipotesi fosse vera, quel canale non fu intercettato.

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