sabato 24 febbraio 2018

SUL CASO DEL COL. GUGLIELMI - RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Ospitiamo un articolo di Maurizio Barozzi sulla figura del Col. Guglielmi.                        Il documento riflette, ovviamente, il pensiero dell' autore che è quindi l'unico responsabile delle affermazioni, dei documenti e delle foto in esso contenuti.  Buona lettura.



ASSASSINIO MORO:
LO “STRANO” CASO DI CAMILLO GUGLIELMI

«Per quanto si conosce non è possibile comprovare, al di fuori di ogni ragionevole dubbio, ipotesi dietrologiche su la presenza (a ridosso della strage e rapimento Moro), del colonnello Camillo Guglielmi (nelle vicinanze di via Fani.
Deve quindi ritenersi che fu una coincidenza occasionale per ragioni private anche se, come vedremo, non sono del tutto campate in aria ipotesi e supposizioni di altra natura.
Ma oltretutto, il complesso di questa vicenda, non torna affatto e introduce sconcerto e perplessità».

di Maurizio Barozzi     

Da diversi anni, l’Affaire Moro, si trascina dietro uno “strano caso” che, a seconda di chi lo prospetta e lo affronta, assume aspetti cospirativi e dietrologici oppure, viceversa, viene ridotto a una semplice casualità e coincidenza. Si tratta della presenza, in ora non ben precisata, ma dicesi verso le 09,30 attorno a via Fani, dove alle ore 09,02 circa e in pochi minuti si era consumato l’agguato e il rapimento di Moro con la strage di 5 agenti di scorta, del Colonnello dei carabinieri Camillo Guglielmi, in borghese e che asserì di stare andando a trovare un amico, residente in via Stresa 117, in una palazzina dove alcuni anni prima aveva anche abitato con la moglie e i figli, a circa un 150 metri (meno di 100 in linea d’aria) dall’incrocio incriminato di via Fani.



Fatto sta che per i motivi che più avanti dettaglieremo, la faccenda uscita fuori solo 12 anni dopo la strage, assunse aspetti dubitativi e sconcertanti, tanto da sconfinare nella dietrologia e oltretutto a carico del colonnello Guglielmi, benché deceduto, è stato aperto ed è tuttora pendente un fascicolo presso la Procura generale della Repubblica di Roma proprio in relazione al suo ipotizzato coinvolgimento nella strage.

Riportare oggi alle sue esatte dimensioni questo caso non è compito affatto facile, ma soprattutto è necessario riassumere e fornire informazioni e notizie esatte e comprovate, visto che hanno circolato, dal 1991, quando uscì fuori la storia del Guglielmi in via Fani, fino ad oggi, tutta una serie di imprecisioni, dati inesatti o alterati.

Il fatto è che il caso Moro è talmente pieno di informazioni sbagliate o distorte, di leggende e vere e proprie bufale, che è facile si formino illazioni e sospetti di ogni genere, ma d’altro canto è anche pieno di omissioni, depistaggi, malaccorti o fraudolenti comportamenti da parte di uomini delle Istituzioni o dei Servizi di sicurezza, che ogni illazione, ogni sospetto, ogni ipotesi “cospirativa” diviene inevitabile.
Qui poi stiamo parlando di un colonnello dei carabinieri che aveva lavorato per i Servizi, che sarà di nuovo nei Servizi pochi mesi dopo la vicenda Moro, anche se in quel fatidico marzo non era nei Servizi, un ufficiale che aveva fatto da addestratore agli uomini delle Gladio e che la mattina dell’agguato a Moro si trovava, e la cosa non era stata detta, ma era uscita fuori da “confidenze” 12 anni dipo, a pochi metri dal luogo della strage.
Inevitabile tutto lo scatenarsi di congetture ed ipotesi cospirative che ne sono seguite.

Chi era Camillo Guglielmi

Camillo Guglielmi, classe 1924, al 18 novembre 1977 rivestiva nei carabinieri il grado di colonnello “a disposizione”, mentre l’11 aprile 1978, in pieno sequestro Moro, risultava collocato in ausiliaria nella “forza in congedo della regione tosco emiliana di Firenze”, così come lo attesta il suo stato di servizio che precedentemente lo definisce anche “addetto allo Stato Maggiore Difesa-Sifar” dall’agosto 1961 e poi ufficiale addetto al Sid in qualità di insegnante aggiunto di Polizia militare dal 1967 al 1968. Divenne quindi capo nucleo dell’Ispettorato censura militare del Raggruppamento unità speciali del Sid sempre con incarico di insegnante aggiunto.

Dal 1972 al 1974 è anche comandante del gruppo nuclei di sicurezza carabinieri.
Nel 1972 il capo del Sid, generale Vito Miceli, in una nota informativa, all’incarico di comandante del nucleo sicurezza, vi aggiunge la frase criptica  in contemporanea con altro incarico preminente” conseguendo “ottimi risultati”.
Se ne deduce, come rileva il giudice Carlo Mastelloni, ex giudice istruttore e dal 2014 procuratore della Repubblica a Trieste, nel suo libro “Cuore di Stato”, Ed. Mondadori 2017 (che sottolineiamo non condivide ipotesi “complottiste” sul Guglielmi), che questo ufficiale ha formato fisicamente fior di Gladiatori anche nel periodo 15 febbraio 1971 – 31 dicembre 1971 e il Miceli gli rivolge gli stessi elogi il 6 giugno 1974.

Il procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli trovò il nome di Guglielmi in un appunto manoscritto del generale Gianadelio Maletti del Sid, datato 13 febbraio 1973: “Camillo Guglielmi compare – scrive il pg Ciampoli – tra gli argomenti trattati nel colloquio di lavoro che lo stesso Maletti, quale direttore dell’Ufficio D del Sid, ebbe in quella data con il capo del Servizio, generale Vito Miceli”.

Il testo del messaggio è incomprensibile ai più: «El Al: reazioni Ele/Ric/Ben Yerus», seguito da una linea di divisione e da alcune note del capo del Servizio. Riguardano lo spostamento e l’impiego di un gruppo di quattro ufficiali, probabilmente in relazione a questioni mediorientali: De Magistris, Guglielmi, Giovannelli e Giovannone.
Se ne deduce quindi che Guglielmi all’inizio degli anni ’70, “veniva impiegato dal capo del Sid in operazioni internazionali” ed essendo il suo nome accostato a quello di Giovannelli, dirigente del Centro addestramento paracadutisti (Caps), egli svolgeva “un ruolo nel campo degli addestramenti speciali”.

Ha raccontato alla nuova o seconda Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro (2014 – 2017), il procuratore militare di Padova, Sergio Dini, che proprio negli anni 1972-73 (il periodo a cui risale l’appunto su Guglielmi) vi fu una notevole insistenza da parte del generale Maletti affinché la base sarda di Capo Marrargiu (centro operativo e di addestramento della Gladio italiana) fosse posta a disposizione del personale dell’Ufficio D per lo svolgimento di “esercitazioni molto particolari”.

Tra il febbraio ’72 e il maggio ’73 sono stati effettuati quattro corsi: tre riguardanti l’uso e le tecniche degli esplosivi e un corso di guerriglia, complessivamente per una quarantina di agenti segreti. L’ultimo corso del ’73, sia teorico che pratico, verteva sulle “forme di guerriglia urbana, la tecnica dell’imboscata, gli obiettivi e i compiti della guerriglia negli abitati e in azioni di campagna”.
Attività “particolari” per l’ufficio difesa, sottolineava il procuratore militare Dini alla Commissione stragi. “Tra il personale che fu utilizzato per questi addestramenti particolari (…) vi sono i nomi di alcuni soggetti che, in qualche modo, sono stati portati alla ribalta da successive indagini su fatti eversivi”. Come “l’ufficiale Guglielmi, proprio quell’ufficiale invitato a colazione nelle immediate vicinanze di via Fani alle ore 9,30 del 16 marzo 1978

Il Guglielmi poi assunse il comando Gruppo Carabinieri dal settembre 1974 al settembre 1977 a Parma e quindi a Modena dove fino al 14 aprile 1978 è inquadrato nella Quarta brigata con sede a Modena e poi, fino al gennaio 1979 nella Regione militare in forza di congedo.

Torna quindi ufficialmente nei Servizi militari, ora Sismi, lo stesso 22 gennaio 1979 come direttore di Sezione con l’incarico di dirigere la sezione che si occupava dell’affidabilità dei dipendenti di Forte Braschi (secondo quanto riferì l’ex ministro della Difesa Cesare Previti, audito in Commissione stragi) e solo il 1 luglio 1978 (quindi dopo il delitto Moro) Guglielmi, prese servizio presso il Sismi, ma in qualità di consulente “esperto”, rapporto che si consolidò in breve tempo fino alla sua assunzione ufficiale nel Servizio segreto militare, in data, come accennato, al 22 gennaio 1979). 
Guglielmi infine lasciò il Sismi il 31 dicembre dello stesso anno e sarà poi nella forza in congedo dal 1980 al 1984.

Nella sua scheda di servizio, acquisita dal procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli presso gli archivi dei Servizi di sicurezza, si illustrano i compiti e le funzioni dell’Ufficio R, Controllo e Sicurezza VII Sezione del Sismi di  Guglielmi (un servizio costituito solo dall’ottobre 1978): “Fare la scorta a importanti personaggi del Sismi, agli ospiti stranieri del Servizio, la vigilanza alla sala riunioni della Nato e alla villa del generale Santovito (allora direttore del Sismi, ndr), le indagini disciplinari, la scorta a valori di denaro del Servizio e agli aerei”.
Incarichi rilevanti quindi per il servizio segreto militare.
Questa la ricostruzione dei ruolini di Servizio del Guglielmi, da cui, in ogni caso, appare evidente, come ha anche sottolineato la nuova Commissione Moro, che la figura del colonnello è ritenuta, a vario titolo (in virtù di esperienze pregresse e del suo successivo servizio alle dipendenze del SISMI), riconducibile ad ambienti dei servizi di Intelligence.
Guglielmi, infatti, è stato istruttore a capo Marrargiu la base di addestramento delle Gladio, e proprio nelle tecniche di guerriglia e imboscate, e  come  rivelato, nel marzo 2003 da Famiglia Cristiana, dal quotidiano Liberazione e dalla rubrica del Tg3 Primo Piano, il mese precedente (febbraio ‘78) il rapimento Moro aveva partecipato o comunque era compreso nella esercitazione, "Rescue imperator" organizzata dal Raggruppamento unità speciale-Stay Behind (cioè Gladio), poi realizzata nella notte del 12 febbraio, da cinque squadre "K" armate ed equipaggiate con materiale degli incursori del Comsubin in accordo con i carabinieri della Legione Lazio. Vi si citano luoghi (Campo Imperatore, vicino al lago della Duchessa, Magliano Sabina e il Monte Soratte).
Questo risulterebbe, dai dispacci del tempo per "Rescue Imperator", datati rispettivamente 6 e 10 febbraio 1978, dove si cita il "gruppo Guglielmi", che deve restare "in attesa del materiale" e di eventuali nuovi ordini presso il Centro addestramento guastatori di Alghero.
E’ il periodo in cui Guglielmi, ufficialmente, risultava collocato in ausiliaria nella “forza in congedo della regione tosco emiliana di Firenze”.

Se questa segnalazione documentale è corretta, si troverebbe quindi anche inserito nell’organico di una esercitazione riguardante protocolli militari di guerriglia e antiguerriglia in ambiti Atlantico e che sembra una specie  di "prova generale" dell’operazione “smeraldo” di liberazione di Moro ordinata un mese e mezzo dopo da Cossiga al Comsubin il Raggruppamento Subacquei ed Incursori della Marina Militare e poi abortita.
Camillo Guglielmi morì per un attacco di cuore a gennaio del 1992.

In conclusione sul Guglielmi.

Con quanto si conosce non è possibile sostenere che il Guglielmi quella mattina, a ridosso della strage, fosse in servizio o ebbe ordini dai Servizi segreti (quali? a marzo ‘78 ancora non era entrato nel Sismi), per svolgere compiti che alcuni hanno ipotizzato di evitare la strage, altri di osservarla nei suoi particolari e qualcuno addirittura di coordinarla per agevolare il compito dei brigatisti, magari per coadiuvare certi “gladiatori” visto che il Guglielmi era esperto di tecniche di guerriglia e imboscate o ancora che il colonnello abbia fatto parte di tutto un progetto logistico, allestito attorno alla zona dell’agguato e vie di fuga, sfruttando tutti i “punti di appoggio” stanziali che si potevano avere in quella zona, ma ripetiamo tutta questa dietologi non è provabile.
Dubbi ce ne sono, e vedremo quali, ma in un tribunale, per esempio, non potrebbero trovare sostegno.
Questa faccenda, però, non è liquidabile con la sola escussione dei ruolini e stati di servizio dell’ufficiale, perché se consideriamo che non tutti gli incarichi segreti di Intelligence (e Guglielmi è stato un uomo a suo tempo addetto al Sifar-Sid) possono trovare preciso riscontro documentale, come per esempio i “lavori sporchi” che a quanto pare compiva l’Anello, alias il “noto Servizio”, un “Servizio” anomalo, supersegreto, ma non proprio fuori dalle nostre Istituzioni (vedesi: Stefania Limiti: L'Anello della Repubblica, Ed. Chiarelettere, 2009 e Aldo Giannuli: Il Noto servizio, M. Tropea Editore, 2011), non è dietrologia avanzare almeno dei sospetti.
Ma ancor più se consideriamo operazioni svolte dalla rete Gladio (Guglielmi non abbiamo prove che sia un gladiatore, ma ha comunque lavorato per le Gladio), una rete che non aveva copertura NATO, ma aveva «riferimento diretto e dipendenza» dalla CIA (i documenti infatti non recavano la classifica Nato). Anche nella nuova Commissione Moro, è stata espressa l’opinione che  la struttura delle Gladio abbia operato al di là delle legittime finalità istituzionali, ricordando di aver esaminato documenti dai quali risultavano pressioni della CIA (che finanziava anche il centro di addestramento di Capo Marrargiu) per far sì che Gladio potesse intervenire anche in situazioni di conflittualità interne dell’Italia. A tale genere di attività, per esempio, era connessa la cosiddetta Operazione Delfino (1966), avente come tema
«insorgenza e controinsorgenza», che fu diretta da Roma (dalla sede della Sezione addestramento) e si svolse nel Triestino.

Le Gladio avevano quindi tutto un loro inquadramento particolare, non ricostruibile con le normali procedure di richiesta informativa (per esempio a suo tempo si sono fatti conoscere appena 600 nomi di gladiatori, ma la maggior e la più importante parte sono rimasti sconosciuti), e quindi ogni dubbio resta legittimo, tanto più se poi l’on. Gero Grassi, non uno qualunque, ma un membro della nuova Commissione parlamentare sul caso Moro, ha definito il colonnello Camillo Guglielmi: “il vice comandante generale di Gladio, settore K” (e “k” starebbe per Killer, cioè uomini preposti a sparare), pur non fornendo la documentazione da dove avrebbe dedotto questo preciso inquadramento nelle Gladio.

Come uscì fuori il nome di Guglielmi

Il Guglielmi venne chiamato in causa dalle rivelazioni di un tal Pierluigi Ravasio, ex carabiniere ed effettivo alla VII divisione del SISMI, qui sottoposto del Guglielmi all’Ufficio Sicurezza, rese all’On. Luigi Cipriani della allora Commissione Stragi.
Rivelazione che il Ravasio già aveva accennato nel 1987 ad un  amico, Emanuele Bettini, che collaborava a volte con “Panorama”, ma poi a dicembre del 1990 le espose anche all’On. Luigi Cipriani, di Democrazia Proletaria e membro della allora Commissione stragi.
In sintesi Pierluigi Ravasio di trentatre anni, nato a Mapello in provincia di Bergamo, ex carabiniere paracadutista congedatosi nel 1982, passato alla professione di guardia giurata, sino al 1990 residente in Cremona poi tornato al paese d'origine, dice che era, per tradizione di famiglia, è un Templare,  come il padre, a sua volta ex carabiniere paracadutista aderente alla Rsi.
Ravasio si è quindi presentato come un fascista deluso.
Agli inizi del 1987 due guardie giurate dell'Ivri, tra le quali Ravasio, in servizio di fronte alla Cassa di risparmio di Piacenza, filiale di Cremona, iniziarono una discussione con un impiegato della banca riguardante la tematica dei mercenari ed i corpi speciali. Alcuni giorni dopo, Ravasio invitò nella sua abitazione l'impiegato, il Bettini, ed in presenza della seconda guardia giurata iniziò a raccontare la propria storia, non senza avere messo in bella evidenza la propria pistola ed un fucile a pompa, che disse essere l'arma che comparirà nelle figure del Manuale del guastatore da lui stesso redatto.
Ravasio raccontò di essersi arruolato nel 1976 nel corpo dei carabinieri paracadutisti di Livorno, di essere entrato nei Gis e di avere partecipato alla repressione della rivolta nel carcere di Trani. Nel 1978, avvicinato da un ufficiale del Sismi, decise di entrare nel servizio e fu assegnato all'ufficio sicurezza interna nella VII Sezione dell'ufficio R di Roma.
Il tesserino del Sismi in fotocopia mostrato da Ravasio portava la firma di Santovito e Musumeci ed il N. 36 che, a quanto detto non dovrebbe essere casuale, ma indicare un ordine di importanza (Santovito avrebbe il N. 1), il ruolo dell'agente. Musumeci e Belmonte erano i capi dell'ufficio cui Ravasio faceva riferimento, mentre i diretti superiori erano il colonnello Guglielmi (detto Papà) ed il colonnello Cenicola.

L'ufficio era situato a Forte Braschi mentre la squadra (sei persone) con la quale Ravasio operava era stanziata a Fiumicino. Ravasio mostrò anche fotografie che lo ritraevano in divisa e armato con altri gruppi di corpi speciali (Usa, Germania, Israele), mostrò una foto in tenuta da templare in una cerimonia a Dublino e disse di essere in possesso del Nos di grado Cosmic.
                                                                                                                              Per farla breve il Ravasio avrebbe poi rivelato al  parlamentare Luigi Cipriani, membro della Commissione Stragi, di aver saputo che a via Fani vi era il colonnello Guglielmi, presente nell’occasione del sequestro, perché era stato attivato dal colonnello Musumeci, il quale aveva un informatore interno alle Brigate Rosse, uno studente di giurisprudenza di nome Franco (nome rimasto fantomatico). Quindi il colonnello Guglielmi era stato mandato a vedere e a controllare che cosa accadeva a via Fani.
In pratica non si trattava di torsione dai compiti istituzionali del Servizio, ma di un intervento di un infiltrato che cercava di attivarsi e controllare quel che accaddeva in via Fani.
E’ facile capire che genere di grosse implicazioni poteva avere una rivelazione del genere.

Tutto però venne poi a ridimensionarsi perché il Ravasio successivamente chiamato in causa, il 13 maggio del 1991, davanti al magistrato dott. Luigi De Ficchy, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, per buona parte non confermò questo suo racconto.

Vi erano, inoltre, dichiarazioni di colleghi di Ravasio discordanti con quanto affermato da quest'ultimo.
Sembra infine che il Ravasio, al momento delle sue confidenze all’On Cipriani, credeva che il Gugliemi fosse morto e solo quando venne convocato dal dott. De Ficchy seppe che invece era vivo, e quindi si può presumere che ritenne che il chiamato in causa lo avrebbe potuto smentire.
Emergeva quindi una manifesta ambiguità del Ravasio stesso, perché non era credibile che l’On Cipriani, di cui era nota la serietà, ne avesse esagerato il racconto.
Il tutto comunque si venne a ridimensionare, tranne la presenza del Guglielmi in via Fani e si venne poi anche a sapere che il Guglielmi stesso, una volta entrato in quell’Ufficio del Sismi, aveva confidato a qualche collega o sottoposto, che proprio il mattino del 16 marzo si era trovato nei pressi di via Fani, aggiungendo più o meno: “Figuratevi se lo si sapesse quanto ci potrebbero ricamare sopra i giornalisti” .
Non è peregrino pensare che questa confidenza venne sentita anche dal Ravasio che poi la raccontò a modo suo.

La testimonianza di Guglielmi

Il Guglielmi venne ovviamente sentito il 16 maggio 1991, tre giorni dopo il Ravasio, dal magistrato Luigi De Ficchy il quale ebbe poi a sentire anche il colonnello D’Ambrosio e ad acquisire, presso il SISMI, la documentazione relativa all’Ufficio Controllo e sicurezza cui l’ufficiale appartenne.
Ecco parte del testo della deposione del Guglielmi a verbale:
«Per quanto riguarda il fatto che io sono passato il 16 marzo 1978 in via Fani, ricordo che quel giorno ero a Roma e che essendo stato invitato a pranzo dal Col. D'Ambrosio in via Stresa 117, passai in strade adiacenti via Fani verso le ore 9.30 del mattino.
Ho raccontato tale circostanza ai componenti del mio Ufficio Sicurezza ed evidentemente da tale fatto si è costruita ben altra situazione. Tra l'altro quando mi recai in via Stresa, non mi accorsi di nessuna situazione particolare successa in quella zona e seppi dell'onorevole Moro solo quando arrivai a casa del mio ospite Col. D'Ambrosio".
Si può ben immaginare come lasciò perplessi e quale scalpore fece la singolare rivelazione del Guglielmi che affermava di essersi recato a pranzo dal suo amico colonnello D’Ambrosio, presentandosi alle 9,30 di mattina!
Da notare che il colonnello D’Ambrosio, amico di famiglia del Guglielmi, sembra che era nel Sismi o già appartenente ai Servizi come riferisce l’ex giudice istruttore Carlo Mastelloni nel suo libro citato.
Il dottor De Ficchy ha dichiarato recentemente alla seconda Commissione Moro, di aver avuto la sensazione che qualcosa in quella ricostruzione non tornasse, ma che l’interesse principale delle indagini riguardava l’Ufficio Controllo e Sicurezza, che dalla documentazione risultava costituito solo nell’ottobre 1978.
Le valutazioni sulla vicenda, secondo il dottor De Ficchy, devono essere ancorate ai riscontri ottenuti dalle prove dichiarative e documentali, in assenza delle quali il magistrato non poteva avvalorare i propri dubbi e sospetti, pur se presenti.
In sede di Commissione Moro, invece, in merito alle motivazioni addotte in sede di interrogatorio dal colonnello Guglielmi per giustificare la propria presenza nella zona della strage, i deputati Grassi e Piepoli e i senatori Gotor e Cervellini hanno osservato che si trattava di una versione dei fatti incredibile, se non provocatoria, che avrebbe potuto giustificare l’incriminazione del teste per falsa testimonianza.

La testimonianza del Colonnello D’Ambrosio

Ancora tre giorni dopo, il 16 maggio 1991 è la volta di essere audito dal dott. De Ficchy, il colonnelolo Armando D’Ambrosio il quale in buona parte conferrmò la testimonianza di Guglielmi e vi aggiunse particolari importanti:

«“Verso le ore 09.30 è giunto presso la mia abitazione il colonnello Guglielmi Camillo con sua moglie che anni prima aveva abitato presso lo stesso stabile e con il quale ero in amicizia.
Il colonnello stette presso la mia abitazione con la moglie per tutta la mattinata e stette con noi a pranzo e poi nel pomeriggio ripartì per Modena.
Non ricordo se nel corso della mattinata si allontanò di casa per salutare altri amici o per altre ragioni. Non ricordo se il Col. Guglielmi venne presso la mia abitazione per un appuntamento datoci in precedenza. Oppure se passò senza appuntamento precedente e poi lo invitai a pranzo.
Non ricordo come mai il Col. Guglielmi venne alle 09.30, posso dire che con il Col. Guglielmi vi è una grande confidenza.
Faccio presente che alla mia abitazione si può accedere da via della Camilluccia prendendo via Stresa e passando all’incrocio con via Fani sia da via Sangemini scendendo da via Roncegno. Ricordo anche che quando arrivò il col. Guglielmi gli diedi la notizia di quanto era successo».




Altri particolari sulla vicenda

Al fine di integrare e poi valutare le due testimonianze di Guglielmi e D’Ambrosio vale aggiungere alcuni particolari che si sono appurati successivamente.
Questi particolari li riassume sinteticamente il dottor Mastelloni nel suo libro citato:
«Il giorno del rapimento di Aldo Moro, Guglielmi era libero da impegni di lavoro. Non era né nell’arma, né nei Servizi, ma in Ausiliaria; come si dice “a disposizione”.
Quel 16 marzo 1978, Guglielmi era a Roma, con la moglie da almeno un giorno, anche se risiedeva ancora a Modena dove aveva lasciato l’alloggio di servizio. Si trovava a Roma per curare il rilascio di un suo appartamento da lui acquistato in zona Spinaceto, che era in affitto ad un orefice.
La mattina del sequestro era arrivato in zona via Fani, proveniente da una traversa di via della Lungara (aveva trovato alloggio per la notte con la moglie, Maria Immacolata (deceduta nel 2014) in un convento di suore.
Erano a bordo di una 124 Special T, color verde oliva che aveva percorso via della Cammilluccia diretti a via Stresa 117 dove avevano già abitato dal 1966 al 1974 (la palazzina era di proprietà dello Stato Maggiore Difesa e vi abitavano altri militari, anche dei Servizi), per andare a trovare l’amico e collega Armando D’Ambrosio.
L’edificio era a circa 100 metri in linea d’aria dall’incrocio con via Fani. All’inizio della lunga via Fani i due coniugi si fermano in un bar per comprare un uovo di pasqua o dei dolci per l’amico che li ospiterà.
Siamo verso le ore 09,30 di mattina e sembra che il Guglielmi intravide uno strano traffico e quindi preferì fare marcia indietro riprendendo per via Stresa.
Apprende quindi della strage una volta arrivato dal suo amico. Sembra che Guglielmi e D’Ambrosio volevano poi, dopo colazione, recarsi a trovare ex colleghi nella sede di Forte Boccea, ma questa circostanza venne
negata dal D’Ambrosio.
Ancora due particolari, rivelati da Mastelloni: il Guglielmi, dopo il suo interrogatorio del 1991 con De Ficchy, chiamò il magistrato ed espresse forti rimostranze per il sospetto che il magistrato aveva fatto filtrare particolari che e lo ponevano in cattiva luce.
Infine, da certificazione della Commissione medica dell’Ospedale militare di Bologna, risultava che il 16 maggio del 1978 Guglielmi contrasse infarto miocardico (i fautori della dietrologia presupporranno che fu a causa del dolore della morte di Moro, avvenuta il 9 maggio e di chi sà quale ruolo lui aveva avuto il giorno del rapimento).

Valutazione delle testimonianze Guglielmi - D’Ambrosio

L’esame di queste due deposizioni non lascia troppi spazzi alla dietrologia, ma come vedremo, all’allargando il campo alle inevitabili considerazioni e circostanze, non sono del tutto da scartare altre situazioni che possano far sospettare un ruolo del Gugliemi in quella mattinata, di tutt’altro genere,  anche se non si possono avanzare elementi comprovati.
Cominciamo con il dire che la presenza della moglie, assieme al Guglielmi, induce a pensare che lo stesso, non se la sarebbe portata dietro se avesse saputo del compiere, in quell’ora, una azione cruenta e criminosa e magari dover fare qualcosa.
Secondo poi il D’Ambrosio non smentisce l’invito a pranzo, come molti hanno detto, ma dice solo di non ricordare, cosa ben diversa anche se in queste due dichiarazioni si intravede una certa ambiguità di fondo.
Per la stranezza di un ora così prematura per una visita poi finalizzata ad un pranzo, il D‘Ambrossio (che non ricordava esattamente la faccenda dell’invito) minimizzava, avanzando la grande familiarità e confidenza che c’era tra le loro famiglie.
Premesso ed evidenziato questo, però, non si possono scartare varie altre considerazioni che pongono dei dubbi in questa vicenda.
Le enunciamo pur senza approfondirle troppo in quanto, in mancanza di sostanziali prove concrete, resterebbero sempre congetture e sospetti o al massimo prove indiziarie.
a)     Perchè nel suo interrogatorio il Guglielmi che non poteva ignorare la delicatezza della faccenda, non rivelò che era in compagnia della moglie, cosa che avrebbe prevenutoto ogni altra illazione;
b)     in conseguenza del punto precedente si potrebbe anche essere indotti a pensare che la deposizione del D’Ambrosio era tata concordata, proprio per mettere una pezza ad un racconto, ruotante attorno ad un invito a pranzo in  cui ci si presentava alle ore 9,30, poco credibile.
c)   A quanto sembra il Guglielmi arriva a casa DAmbrosio verso le 9,30, quindi imprecisati pochi minuti prima si trovava all’inizio di via Fani dove, in un bar, aveva comprato un uovo di pasqua o dei dolci. Dice che si accorse solo di un certo affollamento di traffico e quindi preferì fare un pezzo indietro per imboccare da un altro lato via Stresa. Considerando che la sparatoria all’incrocio di via Fani, è avvenne alle 9.02 e durò pochi minuti, poi ci fu la fuga delle auto dei brigatiti con Moro verso via Stresa, proprio verso il lato di strada dove trovasi il civico 117, quindi in pochi minuti l’incrocio di via Fani si riempì di gente sgomenta, eccitata e allarmata e tutto attorno si diffuse questa notizia e stati d’animo, mentre oltretutto arrivavano auto su auto della polizia, questo racconto ci lascia perplessi.

Se il Guglielmi e consorte comprarono in quel bar i dolciumi, prima delle 9.02, sembra strano che poi ci impiegarono quasi ben 30 minuti per arrivare alla vicinissima via Stressa civico 117 e ancor più, prima dell’agguato, la via Fani non doveva essere intasata e quindi il Guglielmi avrebbe potuto percorrerla normalmente.
Viceversa se arrivò poco dopo, ad agguato consumato, come è possibile che tra i 10 e 20 minuti successivi, ovvero proprio verso le 9,30, quando tutto il circondario doveva parlare con grande allarme ed eccitazione di quanto avvenuto, il Guglielmi non si accorse di nulla e sostiene invece e il D’Ambrosio conferma, che apprese dell’agguato e rapimento di Moro, una volta arrivato a casa del suo amico.?
E’ sinceramente poco credibile, tanto più che se fosse stato distratto, in macchina aveva anche la moglie. Ciechi, sordi e distratti?
d)    Ci si chiede allora, come mai che i due amici, tutt’ora nell’arma e con su le spalle lavori di Intelligence (tra l’altro un rapimento e un agguato erano proprio materia di cui il Guglielmi aveva trattato), non sentirono, non diciamo il dovere, ma almeno la curiosità, umana e si servizio, di scendere e andare a vedere cosa era accaduto, per un evento a poche decine di metri da loro, di cui oramai tutto il quartiere parlava e radio e televisioni davano notizie senza soluzione di continuità?
Anche questo aspetto è sinceramente poco credibile.
Sommando tutte queste, sia pur divergenti, considerazioni si può forse scartare una ipotesi cospirativa devastante (partecipazione del Guglielmi al rapimento, come in qualche modo insinuava il film di Renzo Martinelli “Piazza delle cinque lune”, che aveva avuto la consulenza del senatore Sergio Flamigni), ma non del tutto un certo ruolo, magari di “controllo sul posto” sulla base di precedenti informazioni, per il quale in seguito per ragioni di opportunità e di sicurezza si era preferito tacere, per non ingenerare sospetti.
Si immagini infatti cosa sarebbe accaduto se si fosse rivelato che un ufficiale dei carabinierii che aveva lavorato per i Servizi, si trovava a pochi passi dal luogo e dall’ora della strage.
Si può così condividere una impressione del senatore Miguel G0tor, membro della nuova Commissione Moro, che mi venne espressa personalmente per emeil, secondo la quale, pur scartando ipotesi dietrologiche, si poteva presumere che il Guglielmi abbia voluto fornire una versione dell’invito a pranzo, così inverosimile al magistrato che lo interrogava, diciamo pure provocatoria, perché tra le righe gli voleva dire:
«lei è un servitore dello Stato come me, io stavo lavorando ed ero lì per ragioni di ufficio che non posso verbalizzare", perché evidentemente non potevano essere rese pubbliche all'inizio degli anni ‘90, insieme con la sua funzione di allora. Il problema è un altro: se il magistrato si è fatto dire una cosa simile senza sollevare alcuna obiezione (e non dico incriminarlo per

falsa testimonianza pur essendoci tutti gli estremi), vuol dire che c'era un reciproco rispetto di carattere istituzionale nel definire questo tipo di  versione che si è voluto accomodare in modo tanto laboriosamente maldestro, forse proprio perché ne rimanesse traccia».

Un nostro “strampalato” pensiero

Nel cappello introduttivo a questo nostro articolo avevo detto che a prescindere da ipotesi cospirative o dietrologiche che non sono compravabili, vi erano però degli aspetti comunque sconcertanti,
Ecco che allora, tornando a parlare dell’ambigità che riveste la dichiarazione del Guglielmi al dottor De Ficchy, quella di essersi recato a pranzo dall’amico D’Ambrosio presentandosi prematuramente verso le 9,30 e oltretutto tacendo il fatto che era con la moglie, vogliamo avanzare una nostra ipotesi, un poco fantasiosa, ma forse non del tutto peregrina che potrebbe anche essere in alternativa con la ipotesi alquanto convincente del senatore Gotor, poco sopra esposta.
La illustriamo avvertendo di prenderla con un certo disincanto.
Questa nostra ipotesi, parte dal fatto che non crediamo o comunque ci sembra molto strano che si venne a riferire, da parte del Ravasio, quel genere di confidenze ad un deputato dell’area comunista e membro della Commissione stragi, solo perchè politicamente delusi o scontenti del proprio recente servizio nei carabinieri.
Di solito questo genere di clamorose rivelazioni si fanno per ben più gravi motivi e spesso ci sono dietro delle speculazioni e qualcuno che le imbecca perchè interessato al polverone che vanno a ingenerare.
Anche la deposizione del Guglielmi, con il particolare del pranzo che tante perplessità ha sollevato, lascia a pensare.
Per questa audizione, a cui il Guglielmi era stato convocato dal dott. De Ficchy, è probabile, infatti, se non dato per scontato, che il Guglielmi aveva avuto modo di ponderare la cose, magari consultarsi con i superiori che in qualche modo erano stati chiamati in causa. Che sapesse o meno che il Ravasio aveva anche ridimensionato tutta la faccenda, bastava ora che il Guglilmi, in qualche modo, fugasse del tutto ogni dubbio.
Cosa disse invece il Guglielmi al magistrato?
Gli riferisce che quel giorno stava andando da un suo amico, il colonnello Armando D’Ambrosio, abitante in via Stresa 117, nei pressi di via Fani, perche invitato a pranzo. Avrebbe potuto tranquillamente confermare che era passat0 da quelle parti perchè andava a trovare il suo amico, ma di certo, essendosi svolto il fatto tra le 9 e le 9,30 di mattina, la storia del pranzo poneva tutta la faccenda sul poco credibile. Ma ancor più tacque anche che era in compagniadella moglie, laddove questo solo particolare smontava ogni ipotesi “cospirativa”.
Ed inevitabili si scatenarono dubbi e polemiche.
Comunque, tre giorni dopo, convocato dal magistrato anche il colonnello D’Ambrosio, che nel frattempo è prevedibile si fosse sentito con il suo amico, questi gli mise una “pezza”, dicendo che questi incontri tra loro erano famigliari e comunque il Guglielmi si era presentato con la moglie.
La storia quindi, per la presenza della moglie, assumeva tutta una altra dimensione, ma stranamente questo particolare è rimasto sconosciuto fino a quando non si richiese dalla nuova Commissione Moro, il relativo verbale.
A questo punto delle due l’una: o la faccenda della presenza della moglie era  un invenzione nel frattempo concordata dai due amici, per mettere una pezza e sollevare il Guglielmi da pesanti sospetti, oppure per qualche motivo il Guglielmi non l’aveva voluta riferire, mettendosi pero’ in una imbarazzante situazione. Volutamente?
Noi che poco crediamo a certe coincidenze, possiamo solo fare una supposizione, che prescinde, perché non provabile, dal fatto che il Guglielmi quel giorno era stato inviato vicino via Fani per dare una sbirciatina a “qualcosa” che si sapeva sarebbe accaduto, ma si poteva anche sospettare che vi fosse stato mandato, addirittura per qualche altro compito più “impegnativo”.
Cosicchè la nostra supposizione ci viene spontaneo farla: che le rivelazioni clamorose di Ravasio del dicembre ‘90, non furono casualmente riesumate ad un dato momento, ma che probabilmente si voleva far scoppiare il caso.
Che inoltre il Guglielmi fece del suo per lasciare in sospeso un forte dubbio, e questo, nel caso, ci pone nel dilemma del perchè lo fece, forse per mandare un messaggio a “chi di dovere”? O altro?
Sorge quindi il sospetto che il caso Guglielmi in quel periodo mise in difficoltà una parte dei Servizi e questo forse poteva tornare comodo a chi stava preparando quello che fu definito un “golpe” silenzioso di “mani pulite”, che prese il via poco più di un anno dopo questo episodio e diede vita alla Seconda Repubblica con la fine della partitocrazia, spazzando via i partiti tradizionali con una veste ideologica o sociale (sia pure fittizia), la successiva svendita e liberalizzazione di tutto il patrimonio dello Stato, l’enorme potere nel paese acquisito dal sistema bancario e finanziario, la perdita totale di ogni sia pur minima sovranità nazionale, ecc.
“Mani pulite” fu un operazione, stile Watergate, in cui i Servizi (come i mass media e una certa magistratura d’assalto) ebbero di certo una loro parte e quindi alla sua vigilia, tenerne un loro frangia sotto scacco, era forse  necessario per procedere nello sbaraccamento di tutte le strutture della Prima Repubblica (il generale Musumeci e Belmonte erano già per loro contogravemente implicati nella storia dei depistaggi seguenti l’attentato di Bologna del 1980).

Mani pulite prese corpo nel 1992, ma a novembre del 1991 già si vociferava che il socialista Mario Chiesa, dal cui arresto sarebbe poi partita tutta la travolgente inchiesta, sarebbe stato arrestato, come infatti avvenne a febbraio 1992.

Ci chiediamo: anche il caso Guglielmi venne forse usato in quest’ambito per tenere sotto ricatto parte dei Servizi?
E’ una ipotesi, non di più, ma vale la pena considerarla.

15 commenti:

  1. La tua ipotesi finale mi sembra molto intrigante e degna di approfondimento, Maurizio.

    Grazie per averla condivisa.

    Ma enucleandola un po', secondo te quale parte dei Servizi bisognava tenere a bada in vista del '92? Quella atlantica o quella "nazionale", cioè la stessa neutralizzata per poter prendere Moro?

    Verosimilmente quest'ultima. Ma allora anche il ruolo di Guglielmi in via Fani deve essere rivisto nella tua ricostruzione, e direi abbastanza appesantito. A livello "devastante", per usare i tuoi termini...

    E, soprattutto. quale poteva essere il "rimprovero", lo strumento del ricatto?

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  2. Davvero molto interessante, complimenti!E complimenti anche per il bellissimo blog! E' un vero mistero, indecifrabile...Comunque anche per me la parte nazionale dei servizi (su cui Moro contava) in via Fani fu neutralizzata.

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  3. Mi limito a ringraziare per i complimenti al blog. Nella fattispecie, i complimenti per l'articolo, in ragione dell'interesse suscitato, vanno tutti a Maurizio Barozzi.

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  4. Un appunto tecnico...Per poter fare carriera nei CC, come nelle altre FFAA, è obbligatorio effettuare, con buoni risultati, un periodo di "Comandante di un'unità operativa", tipo un Comando Provinciale CC.
    Per il personale distaccato presso i Servizi, questi venivano fatti rientrare nel servizio attivo, più per questa motivazione che per la efficienza nella conduzione del servizio. Quindi è mia opinione che Guglielmi abbia effettuato il Comando a Modena, solo per quei motivi, ma la sua mente sia rimasta sempre ben piantata dentro i Servizi...talaltro stava provvedendo al suo trasferimento a Roma....P.S. anche Giovannone aveva fatto un comando tecnico (CC presso AM) per poter ottenere promozioni e rientrare nei Servizi

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    1. P.P.S.Il 16 Marzo 1978 il Magg Mario Mori assume il comando della Sezione Anticrimine del Reparto Operativo di Roma.

      fonte https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Mori

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  5. Ricordate che in nostri Servizi sono subordinati agli alti vrtici NATO. Al tempo inoltre molto subdola fu la presenza delle Gladio che possono agire al di fuori delle nostre Istituzioni.
    Per quanto riguarda, “lo strano caso del col. Guglielmi”, in mancanza di elementi probanti abbiamo evitato di fornire una nostro ipotesi su come possa essere andato questo strano caso del col. Guglielmi.
    Ma arrivati a questo punto un nostro parere, più che altro una nostra sensazione dobbiamo pur esprimerla.
    La nostra impressione allora è che, in linea di massima, i nostri Servizi avessero avuto sentore di “qualcosa” in merito all’agguato e con incarico supersegreto mandarono il Guglielmi a controllare.
    Non è sorprendente che nel caso Moro, non si fece mai niente di decisivo e positivo verso il rapito, visto che si riscontrano più volte episodi di inefficienza e mancanze nelle indagini, di elementi della Loggia P2 che al tempo occupavano diverse cariche nelle Istituzioni e negli apparati di sicurezza, ma evidentemente vi fu anche di una influenza sui nostri Serivzi da parte “Atlantica” attraverso le Gladio. Per questa missione il colonnello era l’elemento adatto avendo lavorato nelle Intelligence, con esperienza anche d’età e soprattutto esperto proprio nelle imboscate.
    Quando la cosa venne fuori, dodici anni dopo, probabilmente a causa di intenti speculativi, si decise di mantenere il segreto perché non era proprio possibile rivelarla, di conseguenza si almanaccò – e male – il particolare di andare a trovare l’amico D”Ambrosio (altro uomo che aveva lavorato nei Servizi e abitava nei pressi di via Fani). Si dovette poi aggiungere, per render credibile una semplice e innocua visita ad un amico - collega, la presenza della moglie, poi altri particolari.
    MAURIZIO BAROZZI

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  6. Condivido quanto espresso nell'ottimo intervento. Piuttosto mi chiedo, e la cosa mi intriga molto, come viene "neutralizzata" la "sponda" che senz'altro Moro ha nei servizi e che lo salva quando sale sul treno Italicus nell'estate del 1974, ma NON lo salva da via Fani nel 1978. Quanto alle date, il "casuale" ritrovamento del Memoriale Moro dietro il pannello di Via Montenevoso a Milano nell'autunno del 1990 precede di non troppo tempo l'estate del 1991 in cui le avvisaglie della futura Tangentopoli ci sono tutte, per chi sa scorgere...E allora mi domando: quale migliore strumento per tenere sotto scacco una intera classe dirigente in via di liquidazione, i cui vertici erano tutti (ma proprio tutti, Andreotti, Cossiga, Craxi) implicati nel caso Moro?

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  7. Bella domanda Paolo, ma come rispondere?
    E’ un fatto che i nostri Servizi, in genere, rispondevano nei loro vertici a clan polici, dicesi Miceli a Moro, Maletti ad Andreotti, ma sono tutte indicazioni approssimate e a mio parere non determinanti. Poi vi erano le rivalità di carriera e le lotte intestine, non secondarie. MA IL FATTO DECISIVO, ERA QUELLO CHE IN VIRTu’ DELLA DEFINIZIONE DELLA GUERRA E ACCORDI E PROTOCOLLI, ANCHE SEGRETI, I NOSTRI SERVIZI ERANO SUBORDINATI AGLI ALTI COMANDI NATO. E inoltre i ns. Servizi erano in condizioni di inferiorità rispetto alla Cia, per esempio, a cui dovevano riferire, ma non la Cia a loro. Quindi è qui che bisognerebbe cercare il modo con cui hanno bypassato tutto. Non indifferente è poi la presenza di uomini della P2 in molti posti chiave.
    Infine non dimentichiamo che sono stati massacrati 5 agenti di s corta, ovvero colleghi anche degli uomini dei Servizi. Quindi se sono verre loe ipotsi dietroloiche, sospetti ci sono , ma mancano prove documentali, che in quel’agguato c’è stata complicità o peggio dei nostri Serrvizi, a mio parere non credo che erano i nostri Servizi in quanto tali, che possono inquinare e depistare se comandati, per ragioni di Stato, ma non arriverebbero a tal crimine. E allora bisognerebbe cercare nelle Gladio che rispondono ad altri comandi, quelli atlantici, sono composti anche di uomini dei nostri apparati militari e di sicurezza, ma sono altra cosa.
    MAURIZIO BAROZZI

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  8. Grazie e mille dell'ottima risposta, con cui concordo in pieno! Semplicemente credo che Moro contasse su protezioni che poi all'atto pratico non esistevano e ciò spiega come potesse perfino ipotizzare un attentato contro di lui, ma MAI un rapimento. La subordinazione dei nostri servizi è un fatto storico, già da prima della fine della guerra nel 1945 e certo in quel campo le amicizie politiche sono effimere. Le prove documentali non ci sono e forse non ci saranno mai, però più si studia la dinamica della strage di Via Fani e quanto accade subito PRIMA e subito DOPO, più si è indotti ad ipotizzare aiuti molto consistenti alle BR e molto misteriosi. Possibile che la fuga per Via Stresa e oltre sia così fortunata? O che uno pseudoaviere diriga il traffico all'incrocio di Via Fani per circa 30 minuti prima della strage e nessuno, proprio nessuno si accorga di niente? Dopo tutto non siamo nella giungla ma in un popoloso quartiere residenziale della capitale...Grazie ancora della risposta e dell'ottimo articolo!

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    1. Sulla mezz'ora prima dell'agguato rinvio al mio contributo "avieri su e giù per via stresa" su questo blog.

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    2. Sulla mezz'ora prima dell'agguato rinvio al mio contributo "avieri su e giù per via stresa" su questo blog.

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  11. grazie e mille per la indicazione!

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