giovedì 11 gennaio 2018

L'ENIGMA DI VIA MONTALCINI 8

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Qualcuno dirà: "Ci sono dei rei confessi che hanno dichiarato di aver tenuto segregato Moro in quell'appartamento in via Camillo Montalcini 8 all'interno 1 e di averlo ucciso nel box di pertinenza. Perché parlare di un enigma?". 

Dubbi su questa questione, in realtà, ne sono stati sollevati tanti già in passato ma , a prescindere dalle perizie autoptiche che contrastano con l'asserzione di un Moro ristretto in una angusta intercapedine per due mesi, vogliamo soffermarci , attraverso la consueta analisi delle carte , sulla genesi dell'attribuzione della qualità di "prigione di Moro" a quell'appartamento.

In breve i fatti salienti:

1) L'appartamento e la sua proprietaria (ma anche su questo termine ci sarebbe qualcosa da ridire) furono "sotto osservazione" dell' UCIGOS già nell'estate del 1978. Un'osservazione nemmeno troppo discreta ma al tempo stesso "distratta" se è vero, come è vero, che la Braghetti se ne accorse e tuttavia potè anche vendere l'appartamento e traslocare tranquillamente nel giro di alcuni mesi.

2) Di questa "osservazione" non fu riferito alla Magistratura per due anni e anche dopo la notizia rimase molto circoscritta.

3) Della ubicazione della prigione in via Montalcini si inizierà a parlare solo nell' '82 in base ad indizi derivati dalle confessioni di Savasta. E comunque solo a dieci anni dai fatti la cosa prenderà  corpo.

4) Che una abitante del condominio abbia  detto di aver visto in quel  box proprio una R4 rossa  è, come vedrete,  un falso mediaticamente diffuso e basato   sulla forzatura di quanto realmente affermato dalla testimone, quasi per confermare a quell'appartamento la "qualità" di vera prigione di Moro.

Ma lasciamo spazio appunto  a questo primo articolo-inchiesta  sulla questione.



(A cura di: Andrea Guidi )

NEI MEANDRI DELLA PRESUNTA “PRIGIONE DEL POPOLO”

Tra l'estate e l'ottobre del 1978, L'Ucigos (acronimo di Ufficio Centrale Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, sintetizzando, l'"Ufficio politico" della Polizia) di Roma svolse continuate indagini sull'appartamento situato in Via Montalcini 8, interno 1, che poi solo in seguito si rileverà essere stato, stando alla verità "ufficiale" stabilita in sede giudiziaria e raccontata dagli ex brigatisti,  l'unica "prigione" di Aldo Moro.
Quelle indagini, rimaste ignote alla Magistratura fino al 1980 cioè subito dopo l'arresto della
Braghetti avvenuto alla fine di maggio, avevano riguardato tanto l'appartamento che i suoi occupanti, in particolare la formale proprietaria, Anna Laura Braghetti (all'epoca non ancora "clandestina" e il cui nome sarebbe stato appunto per questo utilizzabile), e colui che risultò apparire quale convivente di costei, quel "Luigi Altobelli" risultato in realtà di falsa e sconosciuta identità, finchè nella prima metà degli anno '90, come noto, venne ufficialmente identificato in Germano Maccari.

Ma se fino al 1980 quelle indagini erano rimaste ignote, va detto che addirittura l'intera ricostruzione della vicenda, dalla segnalazione che originò quelle indagini agli sviluppi poi presi, verrà disvelata e ricostruita, come si vedrà tra breve,  solo a partire dal maggio 1988.  Si verrà così a sapere che le indagini dell'Ucigos a carico della Braghetti e dell'appartamento di Via Montalcini 8 erano iniziate a seguito di una segnalazione fatta pervenire, a quanto sembra in un periodo variabile tra due settimane e  un mese dopo l'omicidio dell'On. Moro, da due condomini dell'edificio di Via Montalcini all'avvocato Martignetti, loro cognato.  

I due condomini, coniugi Piazza-Ciccotti, stando alle loro stesse parole, che essi peraltro difenderanno e ribadiranno sempre pervicacemente nel corso degli anni in ogni sede processuale, avevano riferito all'Avv. Martignetti un insieme di generici sospetti già maturati sulla coppia di inquilini dell'appartamento interno 1 (la Braghetti e il suo convivente) in ragione di una serie di "stranezze" o presunte tali riscontrate negli atteggiamenti della coppia; nel corso degli sviluppi successivi e a seguito delle varie deposizioni nel corso del 1988, e successivamente in dibattimento nel 1993,  era altresì emerso che, in virtù di un processo mentale ovviamente fatto a posteriori, cioè dopo il ritrovamento dell'On. Moro in Via Caetani, la signora Ciccotti aveva collegato ai precedenti sospetti generici già maturati da ben prima, e solo quale ulteriore elemento di sospetto,   la circostanza di avere notato, la mattina presto di un giorno collocabile tra una settimana e poco prima del 9 maggio (data dell'omicidio di Aldo Moro), mentre era intenta a prendere la propria auto,  la parte anteriore di un'auto rossa nel garage della Braghetti.

Fermo restando il fatto quindi, stando alle costanti e convinte deposizioni dei coniugi in ogni sede in cui essi vennero ascoltati, della marginalità, rispetto ai sospetti già maturati, e nella stessa segnalazione fatta a Martignetti, dell'osservazione da parte della signora della porzione anteriore dell'auto, va comunque rilevato che quest'auto venne sempre indicata, dai testi e specialmente dalla signora Ciccotti, solo quale una generica auto rossa, dunque, e non già una specifica "Renault rossa", cioè il tipo di auto- o la stessa auto- nella quale la mattina del 9 maggio venne ritrovato il corpo dell'On. Moro in Via Caetani.

A quanto pare, invece, nei successivi passaggi di questa segnalazione verso gli organi competenti, il contenuto centrale dell'informazione divenne, non si sa come né perché, non solo proprio l'auto, ma soprattutto proprio una "Renault rossa".
La sintesi dei successivi passaggi della trasmissione della segnalazione è la seguente: per la precisione, L'Avv. Martignetti trasmise la segnalazione ricevuta dai cognati all'On. Gaspari, che abitava nello stesso palazzo dove egli aveva il proprio studio legale. L'On. Gaspari aveva poi informato immediatamente l'allora ministro dell'Interno, On. Virginio Rognoni, subentrato all'inizio di giugno di quell'anno al posto del predecessore Cossiga, dimessosi il giorno dopo l'omicidio di Moro. Il ministro Rognoni aveva quindi riferito a sua volta di quella segnalazione al suo capo di Gabinetto, Prefetto Coronas, il quale attivò a cascata i dirigenti operativi dell'Ucigos, Noce e De Francisci, per avviare le indagini sui luoghi cui quella segnalazione faceva riferimento.
Quelle indagini, conclusesi senza nessun esito concreto e con il tranquillo trasloco della Braghetti dall'appartamento il 4 ottobre 1978,  rimarranno come detto ignote alla magistratura e all'opinione pubblica per circa due anni.
Fu infatti solo a seguito dell'arresto della terrorista, avvenuto a Roma a fine maggio del 1980, e di alcune bene informate indiscrezioni di stampa subito apparse, che emerse con certezza ed adeguato risalto pubblico, nel giugno 1980, il fatto che la terrorista fosse proprietaria, all'epoca del sequestro e dell'omicidio dell'On. Aldo Moro, dell'appartamento in Via Montalcini.
Incuriositi da questa vicenda e del perché la Braghetti non fosse stata arrestata subito, prima del suo trasloco, in quella fine estate del 1978, abbiamo affrontato lo studio delle fonti di libera consultazione disponibili (non solo il testo dell'On. Flamigni "Il covo di Stato e la prigione fantasma", ed. Kaos, 2016; ma soprattutto l'archivio pubblico dell'On. Gero Grassi, disponibile sul sito www.gerograssi.it, e il materiale disponibile sui volumi della prima Commissione parlamentare di inchiesta  al sito http://www.senato.it/leg/08/BGT/Schede/docnonleg/30470.htm).
Nel corso dello studio, ricostruiti sistematicamente tutti i documenti rinvenuti (appunti degli uffici di Polizia, deposizioni varie, passaggi di alcune sentenze, ecc.) , abbiamo maturato forti dubbi sulla storia di quelle indagini e sul loro esito totalmente  inconcludente.
Nonostante l'avallo giudiziario recato all'operato degli organi di Polizia e segnatamente dell'Ucigos dalla sentenza-ordinanza del giudice Priore del 1990 nel corso del così detto processo "Moro Quater", la vicenda delle indagini compiute da questo organo di Polizia nell'estate 1978 senza alcun esito immediato e soprattutto senza alcun intervento in danno della Braghetti, costituisce un aspetto fondamentale nella complessiva vicenda del covo di Via Montalcini, e la questione della ragionevolezza o meno del comportamento inerte dell'Ucigos e delle giustificazioni addotte per la mancata adozione di una qualche alcuna azione concreta è una questione a nostro avviso ancora aperta ed è  un grosso punto debole della versione ufficiale cristallizzatasi sulla vicenda.
La mancata adozione di interventi  immediati e concreti a carico della Braghetti, quali il suo arresto e l'irruzione tempestiva nell'appartamento prima che costei traslocasse in tutta tranquillità  (irruzione che pure era stata riservatamente preannunciata, come si vedrà, agli altri condomini dell'edificio proprio pochissimi giorni prima che la Braghetti poi traslocasse), è riassumibile, sintetizzando gli elementi desumibili dalle fonti, con l'affermazione reiterata dalle varie strutture di polizia (dai funzionari dell'Ucigos fino al Ministro dell'Interno) della supposta carenza di sufficienti elementi di sospetto, in quanto nel corso di quelle indagini nulla sarebbe emerso a carico della Braghetti e del suo convivente, l'evanescente “Ing. Altobelli”.
A nostro parere invece i fondati elementi di sospetto non solo esistevano, ma furono persino espressamente manifestati dagli stessi agenti dell'Ucigos agli altri condomini dello stabile, nel corso della riunione tenuta con alcuni di essi in casa dei coniugi Manfredi-De Seta intorno alla fine del settembre 1978.
In esito al nostro studio, infatti, ci pare di poter concludere che emerga  invece con sufficiente chiarezza  che la tesi sostenuta dalle Autorità e dagli organi di Polizia a giustificazione del proprio operato, alla fine delle indagini inerte, si impernia sostanzialmente su vari elementi, dei quali quello a nostro giudizio divenuto il principale e per certi versi il più ambiguo, è proprio la circostanza già accennata della apparente mutazione dell'oggetto principale della segnalazione originaria non solo nella supposta presenza di una certa auto, ma, ancor più, nel salto qualitativo da una generica "auto rossa" alla specifica "Renault rossa".
Infatti da un certo punto in poi nella rendicontazione degli esiti delle indagini partite dalla trasmissione della segnalazione, si assiste alla reiterazione dell'affermazione, da parte delle autorità di Polizia, del fatto che nulla fosse emerso, durante gli accertamenti in Via Montalcini, in merito alla presenza nei luoghi di una “Renault rossa”, che finirà addirittura per essere   qualificata, in un successivo documento prodotto, come si vedrà, dalle autorità stesse nel febbraio 1982 alla prima Commissione parlamentare di inchiesta, come “l'oggetto principale della segnalazione” ricevuta a suo tempo. Come se, in sostanza, divenuto addirittura "oggetto principale della segnalazione", nella trasmissione di mano in mano dell'informativa, proprio una "Renault rossa", ma non avendo evidentemente avuto riscontro dai condomini di Via Montalcini in merito alla presenza o meno di un'auto del genere sui luoghi, per gli agenti dell'Ucigos dovette finire con l'essere del tutto consequenziale non rilevare alcun elemento di sospetto sulla Braghetti e sul suo convivente misterioso. Cosa che avrebbe dunque giustificato la mancanza di qualunque intervento tempestivo degli agenti nei confronti della Braghetti e di quell'appartamento.
Come accennato, infatti, è' in sostanza solo nel maggio 1988 che, a seguito del rinnovato interesse suscitato sul “caso Moro” dalla pubblicazione del libro-inchiesta del Sen. Sergio Flamigni della prima edizione del “La tela del ragno”(Edizioni Associate)  in occasione del decennale dei tragici fatti – testo fondamentale per l'indubbio merito di avere riportato ad una generale e da allora mai scemata attenzione l'analisi e lo studio dell'intera vicenda-  emersero con compiutezza la cronistoria della segnalazione e degli altri fatti in questione, e i nominativi di alcuni dei protagonisti di questo specifico aspetto della vicenda, primi tra tutti i coniugi Piazza- Ciccotti come autori dell'originaria segnalazione, l'avv. Martignetti, l'On. Gaspari, quest'ultimo quale tramite tra gli originari segnalanti e il Ministro Rognoni, il quale nella sua veste istituzionale conferì l'impulso decisivo per la trasmissione dell'ordine esecutivo, tramite il prefetto Coronas, ai dirigenti dell'Ucigos, per l'attivazione delle indagini effettuate nel 1978. La pur complessa articolazione dei fatti può, in sintesi, riassumersi nei termini seguenti.
Ai primi di maggio di quel 1988, il Sen. Sergio Flamigni nel citato suo primo libro-inchiesta sulla vicenda appena edito, tra l'altro chiedeva: "Perchè il ministro Rognoni non ha mai riferito il nome dell'uomo politico del suo partito che poco dopo l'uccisione di Moro fece la segnalazione sulla Renault rossa vista a casa della Braghetti (in Via Montalcini 8), del tutto simile a quella su cui si trovava il cadavere (di Moro) in via Caetani?" (per il testo riportato, cfr. S. Flamigni, "Il covo di Stato e la prigione fantasma", ed. Kaos, 2016, pagg 289-290). 
In esito ad alcune dichiarazioni rilasciate dal ministro Rognoni al quotidiano "Il Manifesto" a commento del libro di Flamigni appena pubblicato, che lo tirava in ballo per la vicenda delle indagini del 1978, nelle quali il ministro confermava ai giornalisti la veridicità delle affermazioni contenute nel libro circa il suo ruolo avuto nell'attivazione delle indagini nel 1978, ma rifiutandosi tuttavia di fare il nome del suo collega di partito che gli aveva trasmesso una certa segnalazione su Via Montalcini, il 13 maggio 1988 il ministro stesso deponeva spontaneamente innanzi al magistrato titolare in quel momento dell'inchiesta, raccontando la propria versione della sequenza dei fatti e facendo in quella sede il nome dell'On. Ramo Gaspari, suo collega di partito, quale latore, nel giugno o luglio 1978, della segnalazione in questione (per il verbale della deposizione di Rognoni, cfr. faldone On. Grassi 320_01, pag. 31 e seg.).
E' in questa occasione che il ministro dichiara che nel 1978, precisando subito "direi intorno ai primi di luglio", si era recato da lui al Viminale il ministro Remo Gaspari per segnalargli, a dire di Rognoni stesso, che era stata vista precedentemente all'omicidio di Moro, in Via Montalcini, una "macchina rossa del tutto simile a quella ritrovata in via Caetani...".
Le parole del ministro, si deve osservare, riprendevano in sostanza , nel 1988, lo stesso concetto  già utilizzato da De Francisci (Dirigente dell'Ucigos) nella su accennata risposta alla Commissione parlamentare di inchiesta del febbraio 1982, e già fatto proprio dallo stesso Rognoni nella sua audizione innanzi la Commissione parlamentare stessa del 1983, nella corso della quale egli aveva tra l'atro affermato (CM-1, Vol. 11, pag. 159):


Tornando alla deposizione di Rognoni del 1988, come si vede a questo punto l'equiparazione, sia pure fatta a posteriori, tra la generica “auto rossa” di cui parleranno due settimane dopo di lui invece i coniugi Piazza, e la specifica “Renault di Moro” (per usare le stesse parole usate dal ministro 5 anni prima) diviene un fatto compiuto anche in sede giudiziaria.
Il ministro Rognoni aggiunge quindi:"Ricordo di aver preso un breve appunto della segnalazione...che trasmisi subito al Capo di Gabinetto (nda: Coronas) , dicendogli anche il nome della persona che mi aveva dato l'informazione. Qualche tempo dopo ho chiesto a Coronas quale riscontro aveva avuto l'informazione e ne ebbi risposta negativa. Gaspari mi riferì la notizia oralmente. Ho parlato pochi giorni fa nuovamente con Gaspari, dopo che sulla stampa erano apparsi articoli con diverse valutazioni concernenti la segnalazione pervenuta alla Polizia dal Gabinetto del Ministro sulla macchina rossa e conseguenti sopralluoghi. Il collega mi ha confermato la sua visita al Viminale e il contenuto della segnalazione. Mi ha riferito inoltre che la sua fonte era un medico".
Tuttavia il ministro Gaspari, se conferma la visita al Viminale, rettifica invece, e non di poco al di là delle espressioni e del tono utilizzato, le affermazioni di Rognoni quanto al contenuto della segnalazione che egli avrebbe trasmesso a quest'ultimo.
 Il giorno successivo alla deposizione di Rognoni, infatti, Gaspari- tirato in ballo per la prima volta nella vicenda -  emette un “comunicato stampa” nel quale  afferma invece di non ricordare a distanza di dieci anni dai fatti, se tra i particolari che l'avvocato Martignetti (di cui però Gaspari ancora non fa il nome) gli ebbe a riferire (e che  il Ministro ha affermato di avere appuntato su un foglietto) “ci fosse quello della macchina rossa. Ricordo solo che Rognoni mi ascoltò e prese appunti”(cfr. faldone On. Grassi 320_01, pag. 1)
Una notazione va fatta immediatamente: tenuto conto della unicità delle circostanze storiche per le quali quell'auto assurse a tanta sinistra fama, appare poco plausibile che Gaspari non ricordasse se tra i particolari della segnalazione da lui ricevuta e poi trasmessa a Rognoni ci fosse quello dell'”auto rossa”; pare in altre parole che in qualche modo il Ministro Gaspari abbia voluto smentire o quanto meno affievolire le dichiarazioni resa al giudice il giorno prima dal suo collega Rognoni, circa l'elemento dell'auto rossa e in particolare della sua corrispondenza (o quasi) a quella nella quale era stato lasciato il corpo di Moro in Via Caetani affermata invece da Rognoni stesso.
 La dichiarazione del ministro Gaspari alla stampa dava poi conto, prima di tutto, di come egli fosse venuto a conoscenza della segnalazione: “Una mattina, scendendo dalla mia abitazione (nda: in Viale delle Milizie), ho incontrato un collega avvocato, il quale, con grande cautela e circospezione, disse che doveva darmi qualche notizia di particolare interesse. Mi fece presente che aveva avuto elementi in base ai quali riteneva che la prigione di Aldo Moro potesse trovarsi in una certa zona di Roma”.
Con quel chiaro riferimento al luogo dell'incontro e alla professione svolta, l'individuazione del latore della segnalazione fu in pratica immediata, anche da parte dei mezzi di informazione.
Infatti, già il 16 maggio, alle ore 12.10, inizia, davanti al giudice Priore, la deposizione dell'Avv. Mario Martignetti, subito identificato (cfr. faldone On. Grassi 320_01, pag. 33 e seg.).
L'avvocato consegna al giudice una lettera, allegata al verbale, che aveva predisposto quel giorno stesso allo scopo di consegnarla ai giudici.
Nella missiva (cfr. faldone On. Grassi 320_01, pag. 2), l'avvocato, riferendosi “alle notizie oggi diffuse dalla radio e dalla stampa”, rende noto in particolare che: “E' vero che a causa di una prestazione professionale da me svolta all'epoca del rinvenimento del corpo dell'on.le Aldo Moro, mi convinsi della opportunità che le ricerche della sua prigione fossero estese anche a Via Montalcini”.
Quanto alla sua deposizione vera e propria, l'avvocato Martignetti, da quanto risulta nel verbale, afferma, in sintesi:
-   di avere incontrato l'On. Gaspari successivamente all'omicidio dell'On.  Moro;
- i fatti gli erano stati riferiti dalle sue fonti - che egli non rivela- nell'ambito di una prestazione professionale occasionale, e, a suo dire, certamente dopo la morte dell'On. Moro;
- di avere detto a Gaspari che, a seguito di un colloquio con un "cliente", era opportuno estendere la ricerca della prigione di Moro a Via Montalcini (la circostanza è peraltro anche riferita da Gaspari nel suo comunicato stampa di 2 giorni prima, anche se, come si è visto,  con generico riferimento, da parte del ministro, a "una certa zona di Roma") .
- che lo stesso Gaspari ancora in epoca recente o recentissima gli aveva ricordato l'episodio del loro incontro e l'indicazione datagli nel 1978 da Martignetti stesso circa la necessità di estendere le indagini sulla prigione a Via Montalcini;
- di non avere "punti di riferimento per collocare più esattamente nel tempo" la sua segnalazione, così "come la dichiarazione del cliente", in quanto non procedette a redigere alcun atto giudiziario; ma che comunque il colloquio con Gaspari avvenne la mattina successiva al suo colloquio con il "cliente".
Al di là di alcune evidente incongruenze sulle modalità di acqusizione delle informazioni dalle sue "fonti" (in realtà non un cliente, bensì semplicemente il cognato, stando a quanto risulta ufficialmente), la menzionata lettera da lui predisposta e allegata al verbale testimoniale contiene, inoltre,  un'affermazione che si pone in sostanza in perfetta analogia con quanto riportato da Gaspari in merito al suo colloquio con Rognoni in merito ai dettagli sul contenuto della segnalazione originaria, poiché in sostanza in quella lettera Martignetti afferma in sostanza di non ricordare il contenuto preciso del colloquio avuto con il "cliente" nel 1978, sia pure motivandolo in base a due ragioni ben poco verosimili, e cioè " forse perchè di scarsa importanza e certamente a causa del tempo da allora decorso oltre che a causa della mancanza di un riscontro obbiettivo della sua rispondenza al vero". Circostanze, ovviamente, entrambe smentite dal successivo arresto della Braghetti quale militante delle Brigate Rosse e ufficialmente compartecipe attiva nella fase di gestione del sequestro dell'On. Moro.
L'avvocato Martignetti viene nuovamente ascoltato, quindi, il giorno successivo, 17 maggio 1988, alle ore 20.10, dal giudice Priore (cfr. faldone On. Grassi 320_01, pag. 3 e seg.),  deposizione nel corso della quale – a parte una serie di doglianze per il fatto che la vicenda, a cominciare dal suo nome, fosse emersa sui mezzi di informazione, i quali erano arrivati tra l'altro ad occuparsi della sua pregressa militanza in un partito politico di destra oltre che della sua attività di difensore di militanti del movimento neo fascista "Ordine Nuovo" – ai fini che qui rilevano ciò che più conta è che egli non menziona affatto neppure una generica "auto rossa", né alcuna domanda in merito, a quanto si deduce, gli viene posta dal giudice.
Vale la pena rilevare incidentalmente come rimarranno sempre privi di qualsiasi approfondimento le modalità e gli elementi in virtù dei quali egli avrebbe maturato la propria convinzione, poi  riferita a Gaspari, del fatto che a Via Montalcini si potesse trovare addirittura proprio la “prigione” di Moro, nonostante questa ipotesi non sia mai stata neppure solo ventilata dai suoi referenti Piazza e Ciccotti.
Depongono quindi innanzi ai giudici, il Prefetto Coronas, il dr. Noce e, finalmente, ormai individuati quali latori dell'originaria segnalazione del 1978, in data 1° giugno 1988 anche i coniugi Piazza e Ciccotti.
Nella sostanza, i funzionari di Polizia Coronas e Noce ribadiscono la centralità, già acquista negli anni precedenti dalle varie autorità di polizia stando agli ordini e segnalazioni impartiti e ricevuti, dell'avvistamento in Via Montalcini di una Renault rossa: in ultima analisi, Coronas e Noce  confermano le parole espresse dal Ministro dell'Interno Rognoni, a definitiva consacrazione del mutamento dell'oggetto della segnalazione e della centralità asseritamente assunta ex novo in suo seno proprio dalla specifica "Renault rossa",  rispetto invece al suo contenuto  originario, ben più generale o generico, sempre ribadito dai coniugi Ciccotti e Piazza e di fatto concorde con i ricordi di Gaspari e Martignetti, a dir poco "freddi" in merito alla questione dell'auto.
Vale tuttavia soffermarsi più in dettaglio sulla deposizione, del 18 maggio (1988) del Dr. Noce. Vi sono in verità anche alcuni altri elementi, che meritano un successivo approfondimento, delle parole utilizzate dal teste, in particolare i dubbi che suscita il riferimento nelle sue parole a potenziali "altri" soggetti che per ipotesi si sarebbe dovuto verificare, da parte dell'Ucigos, se avessero notato l'auto in questione: "altri" rispetto a chi, se l'identità specifica degli originari segnalanti - coniugi Piazza e Ciccotti - emergerà solo nei giorni successivi?
Ma a parte questo, e alla rivelazione - finalmente, dopo la richiesta del giudice Imposimato che risaliva al luglio 1980 - dell'identità di almeno un paio degli agenti dell'Ucigos che operarono in via Montalcini durante le indagini del 1978 in questione, il dr. Noce, nelle sue conclusioni, elabora infine una mirabile sintesi di quegli indici di presunta mancanza di sospetto che avrebbero spinto l'Ucigos a non proseguire oltre, elementi testualmente reiterati come un costante filo conduttore, in tutti gli appunti ed altri documenti prodotti sulla vicenda dall'Ucigos, da Uffici di Polizia e dal Ministero, a partire dal'8 agosto 1978, fino a quello stesso maggio 1988.
Dichiara, infatti, il dr. Noce (la suddivisione per capi numerati e le sottolineature sono  nostre):
1) "Gli investigatori riferirono di avere interpellato gli inquilini …e che nessuno aveva dichiarato di avere notato la presenza nel garage dell'auto in questione";
2) "Gli investigatori mostrarono anche degli album di fotografie agli inquilini di quel palazzo, album di terroristi noti, tra cui Gallinari, ma nessuno trovò rassomiglianze tra Altobelli e alcuno dei personaggi rappresentati nelle fotografie";
3) "Ricordo che furono fatti anche numerosi pedinamenti sulla Braghetti, ma da essi non risultò alcun elemento meritevole di ulteriore sviluppo investigativo".
Dopo di che, evidentemente individuati a seguito in particolare delle pressioni che, pare, l'autorità giudiziaria dovette esercitare sull'Avv. Martignetti – che in un primo momento aveva opposto il segreto professionale - per fargli rivelare le sue fonti, i coniugi Piazza- Ciccotti, autori dell'originaria segnalazione,  vengono dunque finalmente ascoltati sullo specifico punto in questione (l'auto rossa) entrambi il 1° giugno 1988, dal giudice Cudillo, alla presenza del giudice Priore e del P.M. Sica.                     
Alle ore 14.20 del 1° giungo 1988 depone per primo il marito (faldone On. Grassi 320_001, pag. 23 e seg.), Giorgio Piazza.
Il signor Piazza racconta, tra le altre cose,   appunto, che fu la moglie a vedere, “qualche giorno prima” dell'uccisione dell'On. Moro, un'auto di colore rosso, attraverso la serranda basculante del box della Braghetti, senza riuscire tuttavia ad identificare con precisione quest'auto.
Dopo “una settimana o quindici giorni” dall'omicidio, egli ne parla con suo cognato, Avv. Martignetti, al quale, afferma, già in precedenza aveva chiesto un colloquio per manifestargli i propri sospetti.
Il verbale della deposizione del signor Piazza prosegue poi con questa affermazione (le sottolineature sono nostre): "Evidentemente riferii che nel box mia moglie aveva visto una macchina rossa e presumo di avere aggiunto che il box era di pertinenza dell'appartamento della signora Braghetti". Come si desume, la precisazione segue a specifica domanda sia pure inespressa ("Evidentemente.."), in quanto con tutta evidenza per il teste la questione dell'auto non aveva assunto un ruolo centrale nel suo colloquio con Martignetti.
Quindi Piazza dichiara appunto che l'avvocato Martignetti lo aveva sul momento tranquillizzato, data la genericità dei sospetti manifestati, senza aggiungere nulla circa sue eventuali iniziative.
Alle ore 14.50 dello stesso giorno depone la moglie, signora Graziana Ciccotti, e, tra le altre cose, dichiara appunto: “in un tempo variante da tre giorni a una settimana prima della morte dell'on. Moro, ho intravisto, attraverso la serranda basculante della Braghetti e mentre costei era intenta a chiudere il garage, il parafango anteriore destro di una autovettura di colore rosso”. (ibid., pag. 21 e segg.). (Sul punto, il più volte citato testo di S. Flamigni "Il covo di Stato…", pag. 288, reca un'inesattezza, poiché attribuisce questa dichiarazione alla precedente deposizione della signora del 15 dicembre 1987, che invece, come si è tratteggiato, verteva esclusivamente su altro).
La signora dichiara prima di tutto in modo generico (le sottolineature sono nostre):
"Ho notato nel comportamento della coppia degli atteggiamenti che davano adito a sospetti".
Proseguendo, poi, la signora, narrato l'episodio della vista dell'auto rossa – da lei genericamente individuata - nella settimana antecedente l'omicidio, aggiunge:
"Io ho successivamente manifestato a mio marito il sospetto che si potesse trattare di brigatisti e questi, di sua iniziativa, ne ha parlato con l'avv. Martignetti. Successivamente alla morte dell'On. Moro non sono stata mossa da alcuna curiosità per esaminare i luoghi pertinenti al box, anche perchè non avevo elementi per affermare che si trattasse sicuramente di brigatisti che avessero partecipato all'omicidio Moro."
Prosegue, la signora, dichiarando che il marito, a seguito del colloquio dal lui avuto con  l'Avv. Martignetti,  le riferì che quest'ultimo lo aveva tranquillizzato.
Sono queste, a dieci anni dai fatti, le prime fondamentali dichiarazioni dei due protagonisti dell'origine delle indagini sul contenuto delle loro osservazioni e segnalazioni a Martignetti.
In definitiva, dunque, della questione dell'”auto rossa”, tra tutti i testi, ne parleranno espressamente e in modo specifico solo i coniugi Piazza-Ciccotti, solo nel 1988, e in ben diversi termini, rispetto a quanto sin qui visto promanante dalle Autorità e dalle forze di Polizia, quanto alla sua presunta puntuale identificazione con una  “Renault 4”.
Questa essenziale differenza qualitativa nei riferimenti a quell'auto, pone la necessità di interrogarsi  sul fatto che se è vero quanto pervicacemente affermato dai coniugi circa la genericità di quanto visto dalla signora Ciccotti nel box della Brgahetti, allora ci si deve  conseguentemente chiedere da dove, in quale momento e perchè , in sede politica e di Uffici di Polizia, si afferma che l'oggetto principale della segnalazione fosse costituito proprio da una “Renault rossa” (anziché una generica “auto rossa”).
In realtà, come si vede, proprio la ricostruzione e la delimitazione del contenuto della segnalazione originaria da parte della coppia di condomini di Via Montalcini che ne fu artefice, da un lato, e il diverso contenuto con il quale invece pare essa fosse stata trasmessa dal ministro Rognoni a cascata alle autorità di Polizia, dall'altro, costituiscono nel loro insieme uno dei maggiori punti critici dell'intera vicenda.
Si tratta di una divergenza di contenuto che caratterizza in modo costante le rispettive dichiarazioni e deposizioni dei coniugi, da un lato, e delle autorità, dall'altro.
Ci è parso di constatare in particolar modo, a nostro avviso, il fatto che l'espressa qualificazione, a partire da quel documento già citato dell'Ucigos del febbraio 1982, di una "Renault rossa" quale elemento centrale della segnalazione ricevuta, sembra proprio avere proceduto quasi di pari passo con la sua sussunzione a elemento cardine della tesi auto assolutoria affermata in sostanza dagli organi di polizia e dalle autorità politiche, stando in particolare alle deposizioni sopra riportate del  maggio 1988 dal ministro Rognoni e dai dirigenti di Polizia Coronas e Noce. Sintesi mirabile ne è appunto la deposizione del Dr. Noce nella parte conclusiva che si è riportata in dettaglio.
Viceversa, come si è visto,  nelle deposizioni o dichiarazioni tanto dei coniugi latori dell'originaria segnalazione, che in quelle dell'avv. Martignetti e dell'On. Gaspari- passaggi intermedi della sequenza informativa prima dell'arrivo a Rognoni-  sembra proprio che si fosse parlato prima di tutto di generici e antecedenti sospetti maturati dalla coppia di condomini di Via Montalcini, e solo incidentalmente, a tutto concedere, di una generica "auto rossa", quale cioè  ulteriore e postumo (rispetto al 9 maggio) mero elemento di sospetto, uno tra altri in quanto ricollegato solo a posteriori dai due condomini, cioè dopo il fatto di  Via Caetani, ad un complesso di sospetti già in precedenza  da loro covati e maturati sugli occupanti dell'appartamento interno 1 Braghetti e "Altobelli".
Riassumendo, in sintesi questo è quanto accadde. I due, coniugi Piazza-Ciccotti, furono in effetti il punto di partenza di tutta la non chiara vicenda.  La signora Ciccotti dichiarerà infatti - finalmente individuata solo nel 1988 come originaria fonte dell'informazione-  che in un tempo da circoscrivere tra due giorni ed una settimana prima dell'omicidio dell'On. Moro, aveva intravisto nel box della Braghetti la parte anteriore di una generica ed imprecisata “auto rossa”.
Dopo il ritrovamento del cadavere dell'On. Moro in Via Caetani, il 9 maggio 1978 dentro la tristemente famosa Renault 4 rossa, la signora aveva esternato al marito il collegamento da lei fatto ovviamente a posteriori con i generici sospetti sulla coppia occupante l'appartamento interno 1 maturati già in precedenza dai due (nonché dagli altri condomini) in ragione della presunta “stranezza” di atteggiamenti della coppia stessa. Nonostante le perplessità del marito - signor Piazza - costui si era infine risolto, un po' di tempo dopo (che egli quantificherà come visto in circa due settimane dopo l'omicidio dell'uomo politico) a rivolgersi a suo cognato, l'avv. Martignetti, per manifestargli nulla più che questi generici sospetti, comprensivi forse - ma la cosa non è nemmeno certa, stando ai rispettivi ricordi di Piazza,  Martignetti e Gaspari- del riferimento all'auto rossa avvistata a suo tempo dalla moglie nel box della Braghetti; auto rossa che, come si evince, non fu dunque di certo “l'oggetto principale della segnalazione” come definita dalle autorità nel menzionato documento del 1982.
Eppure,  come risulta dai documenti esaminati, se la relazione più volte citata del febbraio 1982 ricostruendo la vicenda del 1978 per la Commissione parlamentare aveva per l'appunto definito la “Renault rossa” quale “oggetto principale della segnalazione”,  stando alla deposizione del ministro Rognoni innanzi al giudice istruttore del 1988 ci è parso di poter rilevare che è proprio solo a partire dalla successiva trasmissione dell'informativa da parte dell'ex ministro ai suoi sottoposti in linea gerarchica che   questa generica “auto rossa” diventò ex novo "elemento principale della segnalazione" e soprattutto venne improvvisamente individuata o indicata  in modo specifico come una “Renault rossa”, nonostante i coniugi Piazza – Ciccotti ribadiranno sempre, in ogni sede, di non avere mai parlato di una “Renault rossa” (né, peraltro, di alcuna altra specifica auto).
In definitiva, la tesi degli Organi di Polizia, appare suggestiva ed ha in effetti avuto pregio anche in sede giudiziaria.  Ed è suggestiva al punto, ci sembra, da avere perfino indotto a nostro parere (come tale ovviamente passibile di fallacità) ad una esiziale petizione di principio anche uno dei più profondi studiosi del “caso Moro”, l'ex Sen. Sergio Flamigni, di certo non tacciabile, per usare un eufemismo, di particolare accondiscendenza verso le acquisizioni ufficiali sul sequestro dell'On. Moro e in special modo sulla vicenda di Via Montalcini. Scrive, infatti, Flamigni (cfr. “Il covo di Stato e la prigione Fantasma" ed. Kaos, 2016, pagg. 293-294), commentando le testimonianze rese nel 1988 dai coniugi Piazza-Ciccotti in sede istruttoria: “...non si comprende perchè la semplice vista di un “parafango anteriore destro di una vettura di colore rosso” li abbia poi indotti a sospettare che l'auto intravista fosse la Renault rossa contenente il cadavere di Moro in Via Caetani”.  In realtà i coniugi non "si indussero" mai a parlare di un specifica "Renault rossa", ma rimasero per l'appunto sempre fermi all'avvistamento di una porzione limitata del lato anteriore di una generica "auto rossa".
Essi inoltre tanto meno affermeranno mai di avere neppure lontanamente ipotizzato che in quell'appartamento vi fosse addirittura “la prigione” di Aldo Moro, come si espresse testualmente – lo si è visto- il loro interlocutore diretto, Martignetti, nel trasmettere le proprie personali convinzioni all'On. Gaspari. Donde Martignetti, poi, avesse tratto questa sua convinzione, che andava ben al di là delle parole dei coniugi Piazza, è peraltro circostanza che non risulta essere mai stata approfondita.
La domanda che allora di necessità ci siamo posti, di fronte per così dire a due pervicaci e reiterate manifestazioni di contenuto diametralmente opposto, è perchè da un certo momento in poi della catena informativa quella generica “auto rossa” sia stata indicata proprio come una specifica “Renault rossa”, ed a che tipo di ricostruzione giudiziaria e storica dei fatti, semmai, questo cambiamento di identità di quell'auto, e la sua sussunzione ad elemento centrale della segnalazione,  abbiano finito eventualmente con l'essere stati oggettivamente funzionali.
In ogni caso, che quella "trasformazione" da generica "auto rossa" a specifica "Renault rossa" abbia oppure no finito per costituire un oggettivo parafulmine a fronte dei dubbi accumulatesi in sede parlamentare, giudiziaria e pubblicistica sulle cause del mancato arresto immediato della Braghetti nella tarda estate 1978, resta il fatto, di agevole percezione ad un sistematico studio dei documenti disponibili, che l'Ucigos di elementi di sospetto ne aveva, o avrebbe dovuto averne, più d'uno. Ci limitiamo ad elencarne alcuni, senza particolari commenti per esigenze di sintesi:
a)  gli stessi agenti dell'Ucigos rilevarono in sostanza la falsa identità di colui che si presentava quale "Luigi Altobelli", occupante con la Braghetti dell'appartamento-covo; già questo avrebbe dovuto essere un pregnante elemento di sospetto, in un'epoca in cui si sfondavano porte per molto meno;
b) poco prima che la Braghetti traslocasse indisturbata, dunque verosimilmente nel settembre 1978 (ma potrebbe essere anche prima), su iniziativa della stessa Ucigos si tenne in casa di altri due condomini, coniugi Manfredi-De Seta, un riunione alla quale oltre ai due funzionari dell'Ucigos parteciparono sei condomini dell'edificio, tra i quali gli stessi Piazza e Ciccotti. Nel corso della riunione, le testimonianze concordi dei sei condomini raccolte negli anni successivi in sede giudiziaria affermano chiaramente che venne loro mostrato una sorta di album di fotografie di sospetti terroristi, nell'ambito del quale venne mostrata anche la foto della Braghetti: per quanto dunque non ancora "clandestina" e apparentemente insospettabile secondo la versione ufficiale, è evidente che l'avere mostrato anche la foto di costei, persona che i condomini conoscevano bene per essere coinquilina del palazzo, non può che trovare giustificazione nel fatto che al contrario di quanto affermato la Braghetti era invece persona già sospettata;
c) nel corso di quella stessa riunione, venne preannunciata ai condomini presenti una imminente perquisizione e anzi, secondo le versioni di alcuni di loro, una vera e propria irruzione, con tanto di raccomandazioni per la loro incolumità; perquisizione che rimase lettera morta e la cui mancanza lasciò di stucco i condomini di via Montalcini;
d) nei rapporti dell'Ucigos disponibili, tra l'agosto e l'ottobre 1978, si dà ripetutamente atto del fatto che la Braghetti avesse sottoscritto il contratto preliminare di acquisto per l'appartamento di Via Montalcini – poi acquistato con rogito definitivo il 3 agosto, tempestivamente trascritto dal notaio rogante il giorno 10 di quello stesso mese, senza che però né L'Ucigos, né i Carabinieri di Dalla Chiesa riuscissero mai ad individuare l'avvenuta stipula dell'atto notarile; circostanza, questa, meritevole in sé di ulteriore prossimo approfondimento- impegnandosi ad acquistarlo per Lire 45.000.000, e che la stessa avrebbe dichiarato (non sia bene a chi, peraltro) che la somma proveniva da eredità paterna. Eppure, negli stessi rapporti, si dà parimenti atto del fatto che l'eredità del padre della Braghetti ammontava a somme nel complesso ammontanti a circa Lire 1.300.000.
Quest'ultima circostanza avrebbe potuto e dovuto costituire, a nostro giudizio, uno dei massimi indici di sospetto su Anna Laura Braghetti, in sede di quelle indagini.
Si deve inoltre aggiungere che ai primi di luglio 1980 – a seguito delle menzionate indiscrezioni di stampa dalle quali era emerso che la brigatista arrestata aveva la disponibilità anche di questo appartamento- vennero chiamati a deporre  a quel punto innanzi il giudice istruttore, dott. Imposimato, recentemente scomparso, i  condomini dell'edificio in questione, per quanto, tuttavia - quali che furono le cause di questa carenza (variamente attestate dallo stesso magistrato negli anni seguenti) - non vennero invece ascoltati in quel momento i principali autori della segnalazione originaria, i già citati coniugi Piazza-Ciccotti,  nonostante che i loro nomi fossero comunque emersi subito davanti al giudice nel corso delle deposizioni degli altri condomini, quali compartecipanti alla suddetta riunione tenutasi in casa Manfredi con i due agenti dell'Ucigos.
Comunque sia, da queste prime deposizioni dei condomini (coniugi Manfredi-De Seta, signor Signore) dell'estate 1980, emerse infatti con chiarezza che l'Ucigos aveva svolto indagini reiterate nel corso dell'estate-autunno 1978, organizzando anche la riunione condominiale in casa dei coniugi Manfredi, poc'anzi citata.
Il 5 luglio 1980 il giudice Imposimato richiese all'Ucigos dettagliate informazioni sulle indagini svolte.
Il 30 luglio quell'ufficio di Polizia rispose inviando un “unito appunto”, non firmato, datato 16 ottobre 1978, recante in sostanza una mera sintesi delle operazioni svolte e dell'esito negativo  raggiunto dalle indagini.
Fermo restando l'avallo che l'operato e le giustificazioni addotte dall'Ucigos riceveranno con la sentenza-ordinanza del giudice Priore nel Moro-quater nel 1990, è comunque necessario tentare di comprendere l'importanza centrale, nell'ambito di tutta la vicenda del sequestro e dell'omicidio dell'On. Moro, assunta dalla questione dell'accertamento di quanto accaduto a Via Montalcini nell'estate-autunno 1978, e cioè delle indagini ad opera dell'Ucigos, e il disorientamento che indubbiamente l'intricato susseguirsi dei fatti, dell'acquisizione di dati e notizie in merito, può avere generato e genera tutt'oggi; a tale scopo, può essere utile fare rinvio anche ad alcune parole espresse verosimilmente più in libertà dal giudice Imposimato in alcune dichiarazioni di stampa attorno alla metà degli anni '80, poco prima e durante l'iter scaturito alle varie interrogazioni parlamentari proprio su questa specifica vicenda che si stavano susseguendo in quegli anni.
Ne segnaliamo pertanto alcune, che appaiono caratterizzate da toni rammaricati che tuttavia ci appaiono oggettivamente difficilmente giustificabili a fronte della sostanziale carenza di approfondimento in sede giudiziaria del contegno dell’Ucigos e soprattutto del fatto che le motivazioni avanzate da quell’ufficio e dalle autorità politiche del mancato intervento immediato nei confronti della Braghetti vennero in sostanza recepite e fatte proprie anche dalla stessa magistratura.
Il 24 maggio 1986 – siamo nel corso della sequela di interrogazioni parlamentari, indagini amministrative e risposte dei ministri, che avevano toccato in parte anche l'operato della magistratura, sopra accennate- poi, il giudice Imposimato rilascia un'intervista a “L'Unità”, nella quale in sostanza esclude “misteri” nel caso Moro, dicendo – stando al testo dell'intervista trascritto da Sergio Flamigni- che semmai si dovrebbe parlare di “punti oscuri, forse ombre. Noi giudici abbiamo lavorato bene, credo scientificamente. Per me il il grosso punto oscuro, il vero mistero, resta uno solo: è la storia di Via Montalcini, la prigione di Moro, e di quello strano rapporto Ucigos che io sollecitai. Non si è mai capito chi fece quel rapporto falso, e perchè non fu detta la verità su quel covo.” (cfr. Flamigni, op. cit., pag. 279, testo e nota 15 in calce).
Anche queste affermazioni, di certo non sfumate, e che palesano un ruolo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Roma quasi di impotente soggetto passivo di quel “rapporto” dell'Ucigos, per essere giustificabili avrebbero ovviamente dovuto poter presupporre l’avvenuto  compimento di approfonditi accertamenti e riscontri da parte del giudice e dei suoi colleghi, in merito alla fondatezza dei vari elementi posti a base dell’asserita carenza di sospetti riscontrata dall’Ucigos nel corso delle proprie indagini. Non si vede cioè su che basi il giudice nel 1986 potesse lamentarsi della – diciamo- lacunosità  – di quell’”unito appunto” inviatogli nel 1980, posto che almeno fino al 1988 non consteranno neppure generiche deposizioni giudiziarie dei funzionari responsabili (fatta eccezione per l’audizione innanzi alla Commissione parlamentare del ministro Rognoni nel 1983,  rimasta peraltro anch’essa senza alcun seguito immediato neppure in quella sede).
Basti ricordare che, ad esempio, fu tra l'altro anche una scelta istruttoria del giudice Imposimato quella di non far ripetere alcuna ricognizione fotografica ai condomini sulle foto dei sospettati, e a non chiarire subito quale “album fotografico” fosse stato mostrato ai condomini dai due dell'Ucigos nella riunione in casa Manfredi, pur avendo egli in mano, sin dalle prime deposizioni dei testi Manfredi, De Seta e Signore, praticamente la certezza che l'Ucigos, invece, sospettava eccome, al punto di prefigurare la perquisizione nell'appartamento della Braghetti poi mai avvenuta. Per inciso: queste pur di per sé stesse dure parole, espresse dal giudice alla stampa nel 1986, rendono poi tanto più difficili capire, a posteriori, la sentenza-ordinanza del Moro-quater (cfr . faldone On. Grassi 318_01, pag 17 e segg.) del 1990 ad opera del suo collega istruttore giudice Priore, il quale ribadirà in sostanza che in base alle circostanze emerse nel 1978 come attestate dall'Ucigos, fu del tutto giustificata l’affermazione della mancanza di sospetti da parte dei membri di quell'ufficio di Polizia.
In ogni caso, quale che fu la causa reale del fatto che i coniugi Piazza-Ciccotti non deposero a caldo, già nel 1980, innanzi a sé, a differenza degli altri condomini, l'ex  giudice Imposimato renderà su questa circostanza, negli anni, due versioni apparentemente in contrasto. Infatti, il 25 marzo 2015, ascoltato dalla Commissione parlamentare di inchiesta attualmente in carica (si veda al link: http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/68/audiz2/audizione/2015/03/25/indice_stenografico.0029.html )  l'ex giudice affermò sul punto: "Come ultima cosa vorrei dire – credo sia importante – che, quando io ho ritenuto di trovare la prigione, ho sentito tutti gli inquilini. Ho chiamato un funzionario dell'UCIGOS e gli ho detto che intendevo sentire tutti gli inquilini dell'edificio di via Montalcini. Se quella era la prigione, ho pensato, gli inquilini non potevano non aver visto delle persone entrare e uscire dall'appartamento all'interno 1 del palazzo. A questo punto le cose si sono complicate. Mentre io pensavo di aver fatto una cosa che poteva essere gradita agli investigatori, così non è stato. Quando ho chiesto di avere la presenza di tutti gli inquilini, sono venuti tutti, tranne il più importante, ossia la professoressa Ciccotti Piazza, che poi sarebbe stata sentita, a distanza di anni, da Priore e Sica."
E' ovvio che un'affermazione del genere, anche a prescindere da un'eventuale omissione di collaborazione da parte dell'Ucigos nella convocazione e traduzione dei testi innanzi al giudice o da un eventuale atteggiamento ostativo da parte dei due coniugi,  implica di necessità l'affermazione  che il giudice istruttore fosse carente del potere di reiterare d'imperio la convocazione, se del caso anche con l'ausilio della forza pubblica, nonchè, in caso di eventuale reiterata mancanza di ausilio, di adottare i provvedimenti del caso per ogni eventuale ipotesi di reato riscontrabile nei confronti di chiunque fosse responsabile della mancata presentazione innanzi a sé dei due coniugi.
Ma anche prescindendo dalla verifica degli effettivi poteri di cui fosse o non fosse munito il giudice,  resta il fatto che in precedenza, sulla stessa questione, ascoltato dalla "Commissione Stragi" il 24 novembre 1999, l'ex giudice aveva, tra l'altro, affermato (http://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/16672.pdf):
"La cosa abbastanza grave, che noi cercammo di sapere in tutti i modi, era come e quando la polizia era arrivata a via Montalcini n. 8; ma questo per molti anni non fu possibile saperlo. Poi ho letto sugli atti, dieci anni dopo, che ci sarebbe stata una signora Piazza che avrebbe segnalato la presenza della Renault rossa."
L'affermazione ci appare oggettivamente poco o nulla coordinabile con quella sopra riportata: insomma, a differenza di quanto dichiarato nel 2015, nel 1999 parrebbe doversi capire che l'ex giudice fosse proprio all'oscuro dell'esistenza stessa della signora Ciccotti (e di suo marito). Ma se così fosse,  questa affermazione lascerebbe trasparire quanto meno il fatto che l'ex giudice evidentemente non ricordava che l’esistenza dei due coniugi Piazza e Ciccotti, quali compartecipi di quella riunione in casa Manfredi, era emerso chiaramente e verbalizzato proprio innanzi a lui, già in quel luglio 1980, dalle deposizioni degli altri condomini.
 Come che siano andate le cose, resta il fatto che la mancata deposizione a caldo, cioè già nel luglio 1980, dei due coniugi Piazza e Ciccotti, rimane a tutt'oggi con ogni evidenza un rebus di difficile soluzione.
In conclusione,  rinviando per maggiori approfondimenti e dettagli ad un successivo e più ampio documento, con riferimento alla vicenda di Via Montalcini e alle indagini che la riguardarono nel 1978, verrebbe da dire vicenda quasi paradigmatica dell'intera storia del sequestro dell'On. Moro, riteniamo si possa affermare, in esito alla complessiva esposizione oggetto di questo documento, che quanto meno qualcosa, per certi versi, oggettivamente ancora oggi non quadra.

Sta di fatto, lo aggiungiamo per completezza della cronaca dei fatti, che Anna Laura Braghetti ebbe ancora modo pochi mesi prima del suo arresto, nel 1980, di rendersi compartecipe dell'omicidio del Prof. Vittorio Bachelet avvenuto all'Università “La Sapienza” di Roma.


15 commenti:

  1. salve, vorrei fare una considerazione in merito a quanto riportato nell'articolo. in esso si dice che i coniugi abitanti a via montalcini avessero già dei sospetti sugli abitanti dell'appartamento poi identificato come la prigione di moro, e che questi sospetti furono ulteriormente rafforzati dal fatto che, dopo il ritrovamento di moro, avvenuto all'interno di una renault 9 rossa, la professoressa si ricordò di aver visto una macchina rossa nel garage della brachetti. Ora è vero che i coniugi non dicono mai che tipo di macchina era, però perché i sospetti potessero rafforzarsi era necessario che quella macchina vista nel garage, oltre ad essere rossa, dovesse essere una renault rossa, altrimenti non era un elemento che dovesse provare alcunché. E questo comporta anche che quell'appartamento potesse essere la, o almeno l'ultima, prigione di moro, tenuto conto che proprio una renault rossa è stata la sua tomba. ciò che lascia perplessi forse è la sciatteria degli interrogatori, perché nessuno ha mai voluto esplicitare questi aspetti. Quando i coniugi continuano a parlare di macchina rossa, forse il giudice o il poliziotto avrebbero dovuto chiedere: "ma il rafforzamento dei sospetti nasce dal fatto che quella macchina rossa vista fosse una renault rossa del tipo rinvenuto a via caetani?"

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  2. Signor Di Iorio,Lei ha ragione ed ha centrato il punto; i coniugi Piazza/Ciccotti non solo non verbalizzarono mai di aver visto una Renault rossa, ma la signora in dibattimento processuale specificò ancora una volta che notò solo una porzione di auto, il cui modello non avrebbe saputo specificare. Fu il ministro Rognoni-come si evince dagli Atti-che volle indicare quella generica auto rossa come una Renault 4 rossa e lo fece in maniera chiaramente strumentale.I magistrati poi si accodarono-in modo acritico-a questa lettura di comodo.In questo modo si chiudeva il cerchio e il covo diveniva la Prigione ultima di Moro.

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    1. gentile dottore, ringrazio sia lei che gli altri amministratori del sito per aver preso in considerazione le mie osservazioni. avevo dieci anni quando fu rapito moro e ricordo mia madre che mi veniva a prendere alle elementari in anticipo, segno che la gente comune comprendeva che si era verificato qualcosa di veramente straordinario quel giorno. seguo la vicenda moro da quando avevo 18 anni e seguo con grande attenzione il vostro sito. sono perfettamente d'accordo sul fatto che i coniugi avevano sospetti ben precisi a prescindere dalla macchina, sottolineavo solo che gli stessi, nel dire che questi sospetti si erano irrobustiti dopo aver ricordato che nel garage a disposizione della braghetti avevano visto una macchina rossa, evidentemente dovevano ricondurla al tipo di macchina in cui moro morto era stato ritrovato. altrimenti non poteva essere un elemento di rafforzamento dei sospetti. se però la macchina era quella, via montalcini doveva avere almeno ospitato moro alla fine della sua prigionia, visto che in quella macchina era stato ritrovato. la posizione della ucigos ricorda molto il burocrate che, dopo aver fatto male il proprio lavoro, cerca di ricostruire i fatti in modo da far risultare che non c'erano elementi per ritenere, all'epoca, che gli accertamenti dovessero fatti in maniera più accurata.

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    2. Buongiorno, complimenti per l'ottimo eccezionale interessantissimo blog.
      Una domanda alla quale non ho trovato risposta: di che colore era la Citroen Ami 8 di proprietà della Braghetti? Nel caso fosse anch'essa rossa non poteva essere quella la macchina vista nel box?

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  3. Prima di tutto grazie per l'intervento.
    Mi permetto di dire che la verità semmai è l'opposto: i coniugi furono letteralemnte incalzati, specie in dibattimento nel 1993 - esiste un bell'audio su radio radicale, che magari qualcuno degli amministratori più bravo di me con la tecnologia potrà mettere come link in ulteriore risposta. La signora Ciccotti, come si evince specialmente nella versione audio, era tutt'altro che una sprovvedita e tiene testa senza tentennamenti perfino al P.M.. Il resconto stenografico della seduta c'è nel faldone dell'On. Gero Grassi n. 320_01, pagg. 35 e segg, udienza del 7 giugno 1993.
    la signora non dirà mai nè che il riordo dell'osservazione della parte anteriore di un'auto rossa fu l'elemento centrale, decisivo, dei suoi sospetti, nè tanto meno parlerà mai di alcuna specifica auto.
    Gli stessi Martignetti e Gaspari, quest'ultimo in pratica smentendo la sicumera manofestata il giorno prima dal suo collega Rognoni, nel 1988, saranno, come abbiamo esposto, a dir poco freddi sulla questione dell'"auto rossa".
    I coniugi Piazza dicono chiaramente che avevano maturato altri elementi di sospetto genrico ben prima del 9 maggio (sui quali poi torneremo in dettaglio) , e d'altra parte nella deposizione istruttoria del 1° giugno 1988 il signor Piazza dice chiaramente che giò prima di incontrare effettivamente suo cognato gli aveva chiesto un colloquio, in precedenza.
    Trovo naturale, in una Roma come quella del 1978 in cui si dubitava per poco e si sfondavano porte per pochissimo, che pacifici cittadini già sospettosi abbiano pensato, probabilmente pure vergognandosene (tant'è che Piazza fu restio ad ssecondare le preoccupazioni della moglie), che quell'auto rossa fosse da mettere in relazione con gli "strani" inquilini dell'interno 1.
    La cosa molto dubbia è invece- e ci torneremo, perchè gli elementi di sospetto, che abbiamo appena tratteggiato, sono diversi- che sia, volutamente o meno, venuta fuori da Rognoni in poi un'equazione del tipo: si deve ricercare se c'era una "Renault" rossa a via Montalcini; la "Renault rossa" non c'era; ergo non c'è motivo di indagare oltre sulla Braghetti.

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  4. ..la stessa Braghetti si avvarrà di questa lettura strumentale volgendola a dimostrazione della vericidità della sua traballante testimonianza,affermando che il giorno in cui la Ciccotti vide l'auto sarebbe stato proprio il 9 maggio, poco prima dell'omicidio; in realtà la Ciccotti ha sempre affermato -in tutte le sedi-che vide l'auto alcuni giorni prima del giorno 9 maggio.
    Domenico

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  5. http://www.radioradicale.it/scheda/54632/54698-processo-moro-quater dovrebbe essere questo il link

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  6. Grazie ancora a lei.
    Come dimostreremo, rapporti dellucigos alla mano, la braghetti trasloco ' letteralmente sotto i loro occhi.
    La questione che la trasmutazione da auto generica a Renault rossa apre, è la giustificazione asserita alla presunta mancanza di sospetti nonostante tutta una serie di elementi, che dettaglieremo più di quanto abbiamo fatto in questa prima parte. Comunque, mi fa piacere che lei abbia compreso il nocciolo della questione, che peraltro è solo l'antipasto.

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  7. Gentile signor Di Iorio, volevo solo precisare che nella prossima terza parte della pubblicazione sarà precisato che la Renault rossa diviene elemento centrale solo a partire dal documento prodotto alla prima commissione parlamentare di inchiesta nel 1982, in quanto nei precedenti documento redatti dall'ucigos nel 1978 essa era solo uno degli elementi dell'indagine. Dal 1980 la magistratura e la commissione iniziano a farsi due domande su quelle indagini del 1978 e nel 1982 appunto il capo dellucigos de francisci risponde dicendo per la prima volta che quell'auto era l'elemento principale della segnalazione. Guarda caso il ministro Rognoni deponendndo nel 1983, dunque dopo quel documento di de francisci, davanti alla commissione, dichiara pure lui che la Renault era l'elemento caratteristico della segnalazione e che dunque non avendo avuto riscontri l'ucigos ritenette di dover soprassedere ad ulteriori iniziative.
    Aspetti le parti successive.
    È una lettura nuova dei documenti, ma come minimo ne andiamo fieri...

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  8. Mia madre è stata scippata della borsa con soldi, chiavi e documenti in Via Montalcini nel giugno 1978 da due ragazzi su una Fiat 500.
    Dopo un attimo di smarrimento, ha chiesto inutilmente aiuto ad una ragazza piccolina che passava di lì con due buste della spesa.
    La ragazza ha negato l'aiuto (50 lire o gettone telefonico per avvisare mio padre per cambiare la serratura di casa).
    E' comparsa un auto rossa (Mercedes, diceva mia madre) che invece premurosamente ha aiutato mia madre e l'ha riaccompagnata a casa.
    Durante il tragitto mia madre si è resa conto di aver perso, nello scippo, gli occhiali.
    Un'ora dopo gli occhiali venivano gentilmente portati nel gabbiotto del portiere di casa, la dove mia madre era stata accompagnata mezz'ora prima.
    E' quindi mia opinione, (posso ovviamente sbagliare) che Via Montalcini fosse attenzionata da un efficiente gruppo di persone che cercavano di evitare che un volgare scippo compromettesse un'azione più complessa.

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  9. Giovanni, grazie della testimonianza. Approfitto per invitare ovviamente chiunque ne abbia di proprie da riferire di farlo.
    Chiedo a Giovanni se può collocare con certezza nel tempo l'episodio raccontato, sicuramente interessante.
    Grazie per l'attenzione.

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  11. Era un giorno lavorativo di giugno 1978, anche l'abbigliamento era quello estivo, niente cappotti ne giacche, altrimenti avrebbe messo le chiavi di casa in tasca...Mia madre proveniva da Via Vigna Due Torri e procedeva a piedi verso il capolinea del Bus 293 alla Magliana per poter arrivare sulla Laurentina zona Serafico, l'altro capolinea del 293. L'orario era poco dopo mezzogiorno. Lo scippo è avvenuto all'incrocio con Via Gaetano Fuggetta.

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  12. Articolo dal lessico volutamente (inutilmente) complesso che non aiuta a fare luce o diffondersi. Si basa sul fatto che i coniugi Piazza hanno indicato la presenza di un'auto rossa nel garage e il comportamento sospetto dei brigatisti Braghetti/Maccari, intestatari dell'appartamento e del garage. Questi due elementi, l'appartamento con i brigatisti e la presenza di un'auto rossa, uniti alla loro testimonianza verbale (confessione) con tanto di libro (della Braghetti, da cui venne tratto un film) portano il ragionamento logico verso una sola direzione. Chiaramente se l'intento è volutamente complottista, si possono leggere mille altre sfumature. Perciò è vero, proprio in quell'appartamento, proprio in quel garage, fu vista un'auto rossa. Ma non fu specificato che fosse una Renault 4. Motivo sufficiente per pensare che sia tutto falso.

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  13. Gentile Cortani, se è tutto così logico ci spieghi lei, lo Stato e l'Ucigos perché la Braghetti fu fatta traslocare tranquillamente e le indagini svolte tenute segrete per due anni. Tutto è logico, a cominciare dal fatto che tra braghetti, Maccari, Morucci, Moretti e Gallinari sono riusciti a dare sei versioni diverse sua sul 16 marzo che sul 9 maggio. Benvenuto sia comunque il suo dissenso.

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